La linea della fermezza al ricatto mafioso

UNO Stato intimorito e costretto a trattare facendo concessioni importanti. Un inserimento con propri referenti e con propri obiettivi nel processo di rinnovamento politico. E’ questo l’ orizzonte “golpista” verso il quale Cosa Nostra si sta muovendo, con la sua strategia delle stragi e insieme ad altri “centri di potere”, secondo l’ analisi contenuta nella relazione della Direzione investigativa antimafia e nell’ intervista a “La Stampa” del suo direttore, Gianni De Gennaro. Un’ analisi che finalmente esce dal fumo delle dichiarazioni improvvisate rese subito dopo gli attentati di Firenze, Roma e Milano da politici e responsabili dell’ ordine pubblico e che comporta alcune riflessioni gravi sul momento che stiamo vivendo. Da una parte infatti non sfugge il senso di una sorta di “messaggio” ai mafiosi contenuto nelle parole di De Gennaro: siamo in grado di conoscere le vostre mosse e quindi di prevenire le stragi attraverso le intercettazioni. Dunque anche: sappiamo chi siete. Affermazioni che fanno supporre che le indagini abbiano imboccato una strada molto promettente. D’ altro canto però non resta che prendere atto che per la seconda volta nella storia del dopoguerra, dopo quello delle Brigate rosse le istituzioni si trovano a dover rispondere a un ricatto. Cosa nostra chiede di essere considerata una controparte, una realtà con la quale lo Stato deve trattare in cambio della sicurezza dei cittadini e della vita di magistrati e inquirenti. La risposta di quegli stessi che hanno riconosciuto l’ esistenza del “pactum sceleris” e i suoi obiettivi è l’ invito a stringersi attorno a un nuovo fronte della fermezza. “Guai se lo Stato desse un segno di cedimento, di voler trattare” dice De Gennaro. E il presidente della commissione antimafia, Luciano Violante, sostiene che a questa strategia bisogna rispondere “con la massima determinazione, nel senso che dobbiamo mettere sempre più in difficoltà gli strateghi di Cosa nostra. Ogni tentativo di mediazione gli andrà male”. Resta da capire un po’ più da vicino cos’ è che la mafia e gli “altri centri di potere” vogliono esattamente ottenere da una trattativa con lo Stato e quali sono i referenti politici su cui pensano di poter contare per fiaccare il fronte della fermezza. Cosa vogliono? Prima di tutto alcune cose concrete. La revoca, ad esempio, di un articolo del codice che riguarda l’ ordinamento penitenziario: il 41 bis, (contro il quale ieri la Corte europea di giustizia ha ritenuto proponibile il ricorso) che dà al ministro di Grazia e Giustizia, quando ricorrano situazioni gravi “di ordine pubblico e sicurezza pubblica”, il potere di stabilire per il detenuto particolari norme di carcerazione, come l’ isolamento. E nell’ isolamento i boss di Cosa nostra hanno spesso dovuto rinunciare al controllo dei traffici e alla sicurezza del comando. Vogliono che i processi di mafia non si facciano: e per questo è necessario che si vada al più presto verso la concentrazione dei processi di mafia nelle sedi delle procure distrettuali. Vogliono che siano abolite le confische dei loro beni. In sostanza, spiega De Gennaro, Cosa nostra chiede che le istituzioni, attraverso una vera e propria trattativa, cambino l’ atteggiamento nei confronti della organizzazione, tornino a quella tacita convivenza e esplicita complicità che caratterizzò i rapporti tra mafia e politica in tempi non molto lontani. Da qui anche l’ interesse per forme di separatismo all’ interno delle quali sarebbero pensabili leggi meno dure, magari anche le Cassazioni regionali. Cosa nostra ha bisogno di dimostrare sul mercato internazionale che i colpi subiti non sono riusciti a strappare il primato mondiale del traffico dell’ eroina. Il problema che la Dia non può risolvere, almeno per ora, è quello dei referenti politici. Qui i pareri sono discordi: c’ è chi è sicuro che la mafia abbia già sostituito i vari Lima e i Salvo, con forze politiche o con singoli personaggi già all’ opera. Chi invece sospetta che la ricerca sia aperta : “Io non credo che ci siano forze o individui in grado di assicurare qualcosa. Temo piuttosto che i vecchi alleati cercheranno di tenere le fila…” dice Violante. Qualcosa di antico, dunque. E qui la relazione di De Gennaro offre spunti interessanti, anche su quelli che la Dia definisce “ambienti massonici a rischio” per i quali ci sono “prove di collusione” con Cosa nostra. Cita ambienti e persone che hanno cercato di intorbidire le indagini e il lavoro antimafia. Denuncia un campagna di delegittimazione di cui si è fatta portavoce la agenzia giornalistica “Repubblica”, “giunta addirittura ad ipotizzare l’ esistenza di una congiura internazionale ordita dalla Dia e dall’ U.S. Marshal service, organismo deputato alla protezione dei testimoni negli Stati Uniti, avente lo scopo di manovrare i pentiti di mafia per fini destabilizzanti”. Personaggi “già legati a Mino Pecorelli” circolano attorno all’ agenzia, della quale è referente politico “privilegiato” il “gruppo dell’ on. Vittorio Sbardella” e direttore “Lando Dell’ Amico già legionario della X Mas di Junio Valerio Borghese…”. Una sequenza di azioni delegittimanti e fra queste azioni anche “l’ esposto presentato alla procura della repubblica di Roma nello scorso aprile, dai gruppi parlamentari democristiani per denunciare una presunta cospirazione” compiuta attraverso l’ uso strumentale dei pentiti. Il riferimento è alla protesta della Dc dopo la richiesta di autorizzazione a procedere per Andreotti della magistratura di Palermo. Qualcosa di antico e qualcosa di torbido. De Gennaro non indica i nuovi alleati politici di Cosa nostra. Elenca però gli avversari di chi sta combattendo contro Cosa nostra, dal fronte della fermezza.

Sandra Bonsanti per La Repubblica, 3 settembre 1993

 

La strategia della tregua e la riscossa di Cosa nostra

Nessuno ci crede, tutti smentiscono ma ogni tanto di una qualche “trattativa” con i mafiosi di “Cosa nostra” si torna a parlare. È successo di nuovo, recentemente, complice – questa volta – la lettera che un boss, Pietro Aglieri, ha scritto dal carcere ad alcuni magistrati. Che cosa c’ è dietro la facciata? Se oggi si parla di “mafia invisibile” o di “mafia sommersa”, va subito chiarito che non si vuole alludere ad una mafia ormai inoffensiva o definitivamente sconfitta. Tutt’ altro. È vero che nell’ ultimo decennio “Cosa nostra” ha subito duri colpi. In particolare, ben 251 condanne all’ ergastolo, nel biennio 2000-2001, nel solo distretto della Corte d’ Appello di Palermo (un dato che la dice tutta circa l’ impegno antimafia del dopo stragi, anche se le cronache si concentrano esclusivamente sugli imputati “eccellenti”, spesso i soli assolti, sia pure per insufficienza di prove). E altrettanto vero, però, che la mafia – proprio perché duramente colpita – ha scelto una sorta di “strategia della tregua”, cercando di far dimenticare la sua tremenda pericolosità, non solo criminale ma anche politica, economica e sociale. Per cicatrizzare le ferite ricevute e al tempo stesso consolidare il controllo del territorio e ritessere impunemente la sua rete di affari e collusioni si è collocata in un “cono d’ ombra”. Meno sangue, ma solo per distogliere l’ attenzione da sé in conseguenza del calo “statistico” degli omicidi. Mentre si consolida il “sistema” delle estorsioni e in tutti i cantieri di opere pubbliche di area mafiosa gli imprenditori sono costretti a versare una tangente, a fornire posti di lavoro, a servirsi per i subappalti di imprese legate alla mafia. Che razza di “trattativa”, allora, ha in mente Aglieri? Prima degli arresti di Riina, Brusca, Bagarella e soci la leadership dell’ organizzazione criminale era strutturata nella cosiddetta “commissione” o “cupola” (al momento del suo arresto, il 15 gennaio1993, Riina stava appunto recandosi ad una riunione della cupola). L’ emergenza determinatasi per l’ incisiva azione delle forze dell’ ordine e della magistratura ha modificato il quadro, concentrando la leadership in un nucleo ristretto di capi, per lo più latitanti, coagulati intorno a Bernardo Provenzano. Oltre ai soliti compiti del vertice di “Cosa nostra” (la risoluzione dei conflitti d’ interesse legati ad attività che si svolgano su territori appartenenti a “famiglie” diverse ecc.), questa specie di “governo provvisorio” deve anche svolgere una funzione straordinaria, quella di conciliare le esigenze dei mafiosi detenuti con quelle dei mafiosi in libertà. Un nodo decisivo per l’ ordinato e prospero futuro di “Cosa nostra”, ma assai intricato, perchè soggetto a variabili estranee all’ organizzazione (l’ azione repressiva dello stato, la situazione sociopolitica contingente e più in generale l’ atteggiamento dell’ opinione pubblica), variabili che possono influire su eventuali provvedimenti legislativi o amministrativi capaci di lenire il problema costituito dai mafiosi detenuti. La revisione dei processi è sempre in cima ai desideri dei mafiosi. Ma una legge che facesse loro un regalo così sfacciato non è realisticamente proponibile. L’ inabissamento della mafia consente qualche performance sull’ opportunità di conviverci, non ancora la negazione dei feroci delitti che hanno insanguinato il nostro paese. Conviene allora puntare a benefici (attenuazione delle pene o del regime carcerario; conservazione delle ricchezze accumulate) facendo balenare in cambio qualcosa che interessa soprattutto definire per esclusione: nel senso che potrà essere tutto, a patto che sia assolutamente esclusa ogni forma di collaborazione (ci mancherebbe che fosse proprio “Cosa nostra” a rivitalizzare quella specie in via di estinzione che sono i “pentiti”, suoi nemici mortali~). Dopo i tentativi di vari mafiosi detenuti di riunirsi in carcere per verificare l’ estensione del consenso ad un simile progetto, ecco ora la lettera di Aglieri. I capi di “Cosa nostra” sanno bene che forze dell’ ordine e magistratura sono responsabilmente contrarie – dati alla mano – ad ogni ipotesi di dissociazione. Sanno che questa ostilità costituirebbe un ostacolo forse insuperabile. E allora (con la ragguardevole intelligenza criminale che li caratterizza) si industriano per ingenerare nell’ opinione pubblica un clima nuovo. Professano un incontenibile desiderio di pace. Si affrettano a riconoscere la propria sconfitta. Promettono di sciogliere l’ organizzazione. Ma hanno in testa un progetto sapiente: puntano al consolidamento di “Cosa nostra” passando per la risoluzione dei problemi fra mafiosi liberi e detenuti. In realtà, quello che agitano è uno specchietto per le allodole. Perché è falso che “Cosa nostra” sia o si consideri sconfitta: le indagini, anche le più recenti, dimostrano esattamente il contrario (l’ arresto di Antonino “Manuzza” Giuffrè ha evidenziato ancora una volta la capacità dell’ organizzazione di controllare in maniera asfissiante gli appalti). La sconfitta epocale che con falsa umiltà si dice di voler ammettere è un trucco da illusionisti, e l’ effetto finale sarebbe un’ iniezione di nuova energia, altro che la fine di “Cosa nostra”. Visto in controluce, è questo il piano in cui sono attualmente impegnati vari mafiosi detenuti ed il “governo provvisorio” dell’ organizzazione. È bene saperlo: anche perché l’ auspicabile fallimento del piano potrebbe aprire pericolosi scenari di crisi. Un motivo in più per ripensare l’ assurda riduzione della protezione che è stata decisa per vari magistrati ed esponenti della società civile impegnati in attività antimafia.

Gian Carlo Caselli per La Repubblica, 16 maggio 2002

Ecco le tre circolari diramate ai prefetti

ROMA . Ecco i brani principali delle tre circolari.

Prima circolare Parisi (16 marzo): “Est pervenuta notifica, ex articolo 165 ter stralcio documento di cui non est noto autore, che annuncia nel periodo marzo.luglio campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi e Pds, nonche’ sequestro e omicidio futuro presidente della Repubblica, quadro strategia comprendente altri episodi stragisti. Specifiche dichiarazioni risultano antecedenti ad omicidio europarlamentare democristiano, onorevole Salvo Lima, Sebastiano Corrado, assessore pds del Comune Castellammare economo quella Usl, nonche’ Salvatore Gaglio, segretario sezione socialista Bruxelles. Eventi omicidiali riferiti inducono ulteriore mobilitazione et attenta vigilanza. (…) Di quanto sopra riferito affiorano fondati indizi in ordine at pretesa interrompere una statuale fermezza per recupero pieno della legalita’ e conduce ad esistenza progetto complessivo destabilizzazione del sistema democratico presumibilmente opera di centrali eversive compromesse anche a livello esterno con traffici illeciti”.

La circolare e’ stata seguita, sempre il 16 marzo, da un telegramma di Scotti: “Gravi fatti criminosi verificatisi questi ultimi giorni e inquietanti segnali minacce confronti alte autorita’ impongono, anche in relazione at vivace contesto campagna elettorale, massima attenzione autorita’ P.S. (…) Raccomandasi in particolare rigoroso controllo obiettivi sensibili, con particolare riferimento at sedi politiche et istituzionali, luogo previste riunioni, dimore et sedi lavoro soggetti esposti…”.

L’ ultima circolare viene diramata giovedi’ 19 marzo: “Comunicasi che attraverso ulteriore notifica pervenuta da magistratura bolognese estsi appreso che futuro presidente della Repubblica da sequestrare e uccidere nel contesto presunto piano destabilizzazione periodo marzo.luglio, sarebbe presidente Consiglio ministri senatore Giulio Andreotti. Ambito medesimo piano che prevedrebbe anche seria azione intimidatoria contro soggetti strutture istituzionali sarebbe altamente probabile iniziativa terroristica diretta contro onorevole Giuliano Amato. L’ autore della rivelazione identificasi per Elio Ciolini, sospetto emissario gruppi criminali operanti livello internazionale, personaggio noto at cronache giudiziarie nazionali in particolare per inserimento nota vicenda depistaggio processo strage 2 agosto ‘ 80 stazione ferrovie di Stato Bologna. Rinnovansi disposizioni”.

Corriere della Sera del 21 marzo 1992

 

Un superteste per tutte le stagioni

BOLOGNA – Professione supertestimone: fantasia vivace, parlantina facile, ma soprattutto solide amicizie tra i servizi segreti e la Loggia P2. Elio Ciolini, 45 anni, fiorentino, è un superteste per tutte le stagioni che può vantare un curriculum di tutto rispetto. Una clamorosa operazione di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna. Un diabolico raggiro ai danni dello Stato italiano, dal quale riuscì a farsi regalare 87 mila franchi svizzeri in cambio di ghiotte quanto false rivelazioni sull’ attentato del 2 agosto ‘ 80, sulla scomparsa di due giornalisti italiani in Medio oriente, e qualche altra baggianata. Una truffa ai danni di una signora svizzera che gli ha fruttato un bel gruzzoletto. Qualche altro conto con la giustizia ancora in sospeso, recentemente ha “confessato” di appartenere “a un servizio per la lotta al comunismo che fa capo alla Nato” tanto simile a Gladio e, infine, ha sciorinato le nuove rivelazioni sugli omicidi politici e sul progetto di rapire “un futuro Presidente della Repubblica”. Latitante per quasi un decennio, Ciolini è stato arrestato dai carabinieri alla vigilia dello scorso Natale a Firenze. Si nascondeva a casa di una parente spacciandosi per un peruviano di nome Bruno Rivera. “Se mi avete fermato sapete anche chi sono”, ha mormorato ai carabinieri che gli infilavano le manette. In realtà da qualche mese aveva deciso di consegnarsi alla giustizia italiana, ma chiedeva in cambio uno sconto di pena che nessuno gli poteva offrire. Qualche settimana dopo l’ arresto i giudici bolognesi hanno chiesto di interrogarlo e lui ha promesso di raccontare “questa volta davvero, la storia del depistaggio dell’ inchiesta”. Non ha voluto avvocati. “Non ce n’ è bisogno”, ha spiegato, dopo aver revocato l’ incarico a due legali fiorentini. E con il suo accento un po’ toscano e un po’ francese, ha cominciato a rivisitare quella che la magistratura ha definito “una delle più insidiose tossine innestate da apparati statali deviati nelle indagini, che rimasero letteralmente sconvolte e paralizzate”. Un’ operazione sofisticata, ideata e realizzata nel carcere ginevrino di Champ Dollon dove Ciolini era rinchiuso per la truffa alla signora svizzera. La strage di Bologna, secondo le rivelazioni del superteste, era stata voluta da una fantomatica Organizzazione Terroristica, “OT”, responsabile di altre stragi (Piazza Fontana, Italicus), di incidenti politici (Sindona, Gelli), traffici di valuta, droga e armi. L’ attentato era stato deciso durante la riunione di una loggia massonica di Montecarlo, presenti numerosi bei nomi dell’ economia e della politica, per sviare l’ attenzione dell’ opinione pubblica da una colossale operazione finanziaria. L’ esecuzione materiale della strage era stata affidata a Stefano Delle Chiaie che aveva incaricato un tedesco e un francese. Un incredibile castello di accuse che sono costate a Ciolini una condanna a nove anni per calunnia. Nel racconto al primo giudice che a Bologna si occupò della strage, Aldo Gentile, sono mescolate però con notevole abilità e con la classica tecnica della disinformazione, palesi bugie insieme a fatti veri e facilmente verificabili. Un mosaico intricatissimo che paralizzò per due anni l’ attività della magistratura bolognese. Le indagini scoprirono che Ciolini poteva anche aver lavorato di fantasia, ma era stato davvero in Sudamerica al fianco della “primula nera”. A presentargli Delle Chiaie erano stati due uomini legati agli 007 nostrani, il senatore Lanfrè (ex parlamentare missino) e il capitano Taddei. Un po’ alla volta saltò fuori che il superteste era legato a filo doppio anche agli ambienti della Loggia di Licio Gelli, in particolare all’ avvocato fiorentino Federico Federici, scomparso quelche anno fa, e al capozona della P2 in Toscana Ezio Giunchiglia. Qualche anno dopo, nell’ unica intervista dalla latitanza, Ciolini spiegò che a fargli incontrare Delle Chiaie “era stata la stessa organizzazione che gli aveva ordinato di raccontare tutte quelle balle sulla strage di Bologna”. Vero? Falso? Chissà. Certo è che qualche santo in paradiso Ciolini doveva pur averlo, visto che la Svizzera ha rifiutato per ben quattro volte la sua estradizione e che sul bollettino internazionale di ricerca che lo inseguiva per tutto il mondo c’ era un timbro con scritto “Do not arrest”. Un regalo prezioso per un latitante, fermato e subito rilasciato dalla polizia di Miami nel 1985. Chi si era fatto subito un’ idea precisa della personalità e del ruolo di Elio Ciolini fu il Sisde, che lo definì “inaffidabile” e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Conversando con un collega che gli chiedeva una valutazione sulla attendibilità del superteste della strage di Bologna disse: “Ho l’ impressione che sia un guardaspalle di Gelli”. Un’ impressione confermata poi da Ninetto Lugaresi, ex capo del Sismi riformato: “Ciolini è uno dei più brillanti esponenti dello staff di Gelli”. E da Pasquale Notarnicola, ex capo della prima divisione del Sismi: “Penso che dietro Ciolini possa esserci l’ ombra della P2 interessata a ‘ sollevare polverone’ e forse anche a ‘ destabilizzare’ le istituzioni dello Stato”.

Aldo Balzanelli per La Repubblica, 20 marzo 1992

La soffiata di un depistatore ha fatto scattare l’allarme

ROMA – Per Vincenzo Scotti sarà forse il giorno più lungo. Certamente il più nero del suo mandato. L’ appuntamento è fissato alle 11 del mattino a Palazzo Madama: dinanzi alle commissioni Affari costituzionali e Interni della Camera e del Senato il responsabile del Viminale dovrà riferire sui motivi e sugli elementi di prova che mercoledì scorso l’ hanno spinto ad allertare tutte le prefetture d’ Italia sul rischio di un “piano destabilizzante” in atto nel paese. A spiegare in Parlamento gli avvenimenti che hanno provocato l’ iniziativa dovrà essere subito dopo il capo della polizia, Vincenzo Parisi. E sarà anche per lui un compito arduo. Dalla Sicilia, Cossiga ha ridimensionato l’ allarme di Stato ed ha fatto riferimento ad una “fonte confidenziale”, da Milano Andreotti ha parlato dello “scherzo di un pataccaro”, dai partiti si levano voci che denunciano montature e strumentalizzazioni. IN QUESTO CLIMA sarà davvero difficile per Scotti giustificare un “pericolo di golpe” lanciato sulla base della testimonianza di un disinformatore. Anche se la soffiata è stata “riletta” dal Dipartimento di pubblica sicurezza alla luce degli ultimi omicidi. Anche se il ministro dell’ Interno tenderà probabilmente a distinguere tra fatti e valutazioni, tra la fuga di notizie che ha consentito all’ Ansa di diramare la notizia alle 15 e 4O di due giorni fa e la circolare segreta inviata dal Viminale ai prefetti per chiedere misure di sicurezza straordinarie a venti giorni dal voto del 5 aprile. Una versione che Scotti dovrà ripetere ancora domani, dinanzi al Comitato parlamentare per il controllo sui servizi d’ informazione e di sicurezza convocato in tutta fretta dal presidente, Tarcisio Gitti che intende ascoltare anche i vertici del Sisde e del Sismi, Alessandro Voci e Luigi Ramponi. L’ autore delle confidenze Nelle ore della vigilia Scotti tace. Mentre ci si chiede quali elementi il ministro dell’ Interno custodisca nel suo cassetto, quale filo logico seguirà oggi il responsabile del Viminale per giustificare il credito dato dai servizi segreti e dal Dipartimento a quella fonte che il presidente del Consiglio ha definito un “pataccaro”. Visto che l’ autore di quelle “esplosive” confidenze, l’ uomo che aveva previsto gli omicidi di esponenti della Dc, del Psi e del Pds e il sequestro di “un futuro presidente della Repubblica”, “pataccaro” lo è davvero. Si tratta di Elio Ciolini, l’ ex superteste-calunniatore nel processo per la strage di Bologna, già fonte dei servizi segreti in episodi rimasti oscuri. Ed ecco lo scenario più probabile nel quale ha preso forma la circolare emanata dal Viminale. Tutto ha inizio quando Elio Ciolini, condannato a nove anni per calunnia, viene arrestato a Firenze poco più di due mesi fa. Senza grandi sforzi da parte delle forze dell’ ordine per la verità. Anzi sembra quasi che il latitante ci tenga ad entrare nelle patrie galere. Dopo l’ arresto, Ciolini viene interrogato dal magistrato bolognese Leonardo Grassi. Il detenuto parla della strage di Bologna del 1980, l’ inchiesta nella quale ha agito da depistatore. E lancia i suoi messaggi. Ma formula anche circostanziate previsioni. Preannuncia che ci saranno attentati contro la gente comune, dice che verranno colpiti esponenti della Dc, del Psi e del Pds. Avverte perfino che verrà rapito un “futuro presidente della Repubblica”. Il giudice Leonardi si mette alla macchina da scrivere ed invia una nota riservata al ministero dell’ Interno. Riferisce le notizie raccolte a verbale, forse non fa il nome del detenuto, ma avverte che la fonte delle informazioni trasmesse è di scarsa attendibilità. A questo punto non è chiaro come le previsioni offerte da Ciolini vengono raccolte dai servizi. Se il detenuto è stato ricontattato dagli 007 o se l’ ex superteste di Bologna ha scritto loro una lettera. Fatto sta che le previsioni del “pataccaro” non riscuotono più credito di tanto. Finché nelle ultime due settimane, con una impressionante scansione, vengono assassinati a Castellammare di Stabia, il pidiessino Sebastiano Corrado; a Bruxelles il socialista Salvatore Gaglio e a Palermo, Salvo Lima, il potente portavoce di Andreotti in Sicilia. Ecco allora le parole di Ciolini apparire meno peregrine. Ecco gli investigatori riconsiderare le confidenze del disinformatore. Di episodi oscuri al Viminale ne hanno collezionati parecchi negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, durante questa campagna elettorale. Minacce ai periti della strage di Ustica, ad avvocati, giornalisti. Ad esponenti politici come i ministri Vizzini e Mannino. Ad Andreotti. Strani furti in appartamenti, attentati. La “rilettura” delle confidenze di Ciolini convincono gli investigatori che forse esiste un filo, “una centrale” misteriosa che si serve di lettere apocrife, di minacce anonime, ma anche di sigle rivendicative come la “falange armata” per compiere atti che colpiscono tutte le forze politiche. Con l’ intento di mettere l’ uno contro l’ altro. Un “piano destabilizzante”. E così parte la circolare che allerta i prefetti. Ma, mentre l’ allarme arriva sui tavoli dei responsabili dell’ ordine pubblico, l’ Ansa diffonde la notizia e informa su un documento raccolto dai servizi segreti. Misure straordinarie I prefetti fanno scattare le misure straordinarie, intensificano la protezione degli “obiettivi particolari”. Nella notte di ieri Vincenzo Parisi vola in Sicilia per riferire a Cossiga. Il capo dello Stato ridimensiona l’ allarme, distingue il ministero dell’ Interno dai servizi, dice che questi ultimi sono totalmente estranei alla vicenda. In mattinata al Viminale si svolge un vertice “operativo”. Vi partecipano Vincenzo Parisi, il comandante dei carabinieri Antonio Viesti, e della Guardia di Finanza, Costantino Berlenghi; i direttori del Sismi e del Sisde Ramponi e Voci. Poco dopo il sottosegretario agli Interni, Giancarlo Ruffino, spiega all’ agenzia Asca che al Viminale “si è ritenuto di dover fare, alla luce degli ultimi efferati episodi come l’ omicidio di Lima, una rilettura di un rapporto pervenuto al ministero dai servizi. Una relazione in cui si ventilava la possibilità di una serie di azioni destabilizzanti”. In serata giunge la notizia che alla catena di episodi oscuri, se ne è aggiunto un altro che colpisce lo stesso ministro dell’ Interno. Nella notte tra mercoledì e giovedì, ignoti sono penetrati dalla finestra che dà su un cortile, nello studio privato di Scotti, in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati. Gli strani visitatori hanno sfidato l’ imponente servizio d’ ordine che c’ è nella zona, ma non hanno sottratto nulla. Si sono limitati a mettere a soqquadro scaffali e cassetti.

SILVANA MAZZOCCHI per La Repubblica,  20 marzo 1992

Paolo Bellini, il protagonista occulto dei misteri d’Italia

Esponente di Avanguardia nazionale, protetto da magistrati e servizi segreti, sospettato (e prosciolto) per la strage di Bologna…

Protagonista della prima trattativa tra Stato e mafia nel 1992, informatore dei carabinieri e autore di omicidi come quello di Alceste Campanile (ma non fa un giorno di carcere per prescrizione). Assolto per un altro omicidio che solo poi ha confessato. Insomma, a Paolo Bellini è andata molto bene nella vita: è entrato e uscito da molti “misteri d’Italia” con la facilità di uno che entra nella porta girevole di un hotel. A lui si è rivolto pubblicamente Totò Riina nel 2003. In aula, durante un processo, il “capo dei capi” ha detto: “Ma questo Paolo Bellini che si affaccia nelle stragi di Bologna, in certi processi e poi non si vede più, ma che ci andò a fare a discutere con Gioé ad Altofonte dove c’ha detto e c’ha messo in testa di potere fare queste stragi verso Firenze, verso Pisa (il progettato attentato alla Torre, ndr), verso l’Italia… Io questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi con i servizi segreti perché era manovrato di concordi dal colonnello dei carabinieri di Roma, quello che cerca le Belle Arti e questo amico del generale Mori – oggi – Mori che c’é dietro a tutte queste situazioni che io mi vengo sempre a trovare in mezzo ai piedi? Bellini, Gioé, servizi segreti… ma che cosa c’é? Che cosa ci traso io nei fatti di Firenze? Perché sono nei fatti di Firenze?”. Bellini è un protagonista “silente” di tanti fatti eclatanti, una “trafficante d’arte” che è vissuto per anni in carcere coperto da una finta identità brasiliana. Un uomo dei mille volti, di cui abbiamo ora un primo ritratto organico grazie al grande lavoro di Giovanni Vignali, che ha scritto per Aliberti il volume “La primula nera. Paolo Bellini, il protagonista occulto di trent’anni di misteri italiani”. Oltre all’essere un protagonista della prima trattativa tra Stato e mafia (Gioé lo cita come “infiltrato dello Stato” nella lettera scritta poco prima di morire due giorni dopo gli attentati del ’93 e Brusca lo indica come il ”suggeritore” della strategia tesa a colpire i monumenti), Bellini è uno dei più enigmatici “personaggi” della strage di Bologna (vicenda da cui è stato del tutto scagionato). Il giorno dopo la strage alla stazione il Procuratore della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti, lo stesso che aveva immediatamente ipotizzato lo scoppio (doloso o no?) di un “trasporto” di esplosivo della resistenza palestinese, invece di seguire le indagini si rifugiò a casa del padre di Bellini. Lo stesso magistrato incontrerà negli stessi mesi Paolo Bellini mentre è latitante sotto falso nome. Due testimoni sostennero che Bellini era a Bologna il 2 agosto. E’ Sisti che fa entrare il Sismi nelle indagini “depistanti” sulla strage di Bologna; lui che autorizza il capo del servizio segreto clandestino de l’Anello, Adalberto Titta, a contattare in carcere il boss della camorra Cutolo durante il rapimento Cirillo; lui che consente a uomini del Sismi di entrare ad Ascoli e “suggerire” ad Alì Agcà di sostenere la pista bulgara per l’attentato al Papa; lui che permette che i fascisti Ermanno Buzzi e Carmine Palladino (che molto sanno delle stragi) vengano trasferiti in carcere dove li attende una sicura morte. Sisti e Bellini saranno prosciolti da tutte le ipotesi di reato senza che alcuno spieghi la ragione di quello strano comportamento, quasi un legame tra i due. Il libro di Vignali restituisce ora al lettore tutte le sfaccettature di questo personaggio passato indenne tra stragismo e affari, mafia e politica, magistratura e legami – sempre sussurrati – con i servizi segreti. Bellini, interpellato tramite il suo avvocato (é oggi sotto protezione da parte dello Stato) non ha risposto alle domande sulla trattativa con la mafia nel ’92-’93 e sulla strage del 2 di agosto. Ecco le conclusione a cui giunge Vignali oggi, dopo la pubblicazione del volume: “Dopo una vita trascorsa tra fughe all’estero, bombe, sparatorie e arresti ripetuti, con sospetti gravissimi, seppur mai provati in un’aula di giustizia, sul suo ruolo per quanto attiene la strage di Bologna e le bombe della mafia nel 1993 a Firenze, Milano e Roma (10 morti e 106 feriti), Paolo Bellini oggi gode dello status di collaboratore di giustizia, e sconta a casa, in un luogo protetto, la pena per gli omicidi che ha commesso. Il Gip di Firenze che dispose l’archiviazione dell’indagine sui presunti mandanti occulti delle stragi del 1993 ha definito nel dispositivo Bellini un collaboratore di giustizia ‘reticente’. Se questa valutazione dovesse corrispondere alla verità dei fatti, c’é da augurarsi, visto quanto sta accadendo in Italia nelle ultime settimane, che Paolo Bellini possa tornare a spiegare per intero la propria verità su quegli eventi drammatici, contribuendo ad accertare il reale andamento di dinamiche che restano, a troppi anni di distanza, ancora coperte da una cortina fumogena”.

Paolo Cucchiarelli  per ANSA,  1 agosto 2009

 

Cento nomi nascondono i segreti delle stragi

Parla Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale a Caltanisetta

Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?

Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?

Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori, tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.

Chi altri sa?

È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima.

Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella, ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […]. Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”. Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta. In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.

Andiamo avanti.

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa” , come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.

Chi manca, alla “lista della spesa”?

Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.

E poi?

L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali come Scarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri…

Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”.

Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.

Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale?

Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.

Be’, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto…

Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”?

Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza?

Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.

È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità?

Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è?

Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi?

A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare una storia collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

Marco Travaglio per Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2010