La Dia avvertì: «Attenti ai cedimenti»

Una lunga memoria per dare al giudice le coordinate di un’inchiesta lunga quattro anni ma che dura da venti e occupa qualcosa come settanta faldoni. Il pool dei magistrati antimafia di Palermo, l’aggiunto Ingroia, i sostituti Di Matteo, Sava e Del Bene la sta preparando per aiutare il giudice che dovrà decidere se rinviare a giudizio i 12 imputati per l’accusa di attentato a corpo politico dello Stato orientandosi tra decine e decine di testimonianze frammentate, alcune reticenti, molte tardive. Per ricollegare i fili e i punti di una presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra che, si spiega, «si sviluppa tra il 1992 e il 1994 ed è formata da tante microtrattative». Quella sul 41 bis, sull’attenuazione del regime di carcere duro per i boss (che si realizza nel novembre 1993 con la cessazione del regime per 334 mafiosi) è stata solo una di queste microtrattative. La memoria sarà pronta entro la fine di agosto. E avrà, probabilmente, come punto d’inizio la relazione che la Direzione investigativa antimafia (Dia) allora diretta da Gianni De Gennaro consegnò all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino il 10 agosto 1993, dopo le bombe che Cosa Nostra fece esplodere tra aprile e luglio a Roma, Firenze e Milano e dopo l’arresto di Totò Riina (gennaio 1993). L’anno prima la Dia scrisse un’analoga relazione all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Entrambe furono consegnate alla Commissione nazionale antimafia con il timbro Riservato . Adesso tra gli atti depositati a Palermo per la richiesta di rinvio a giudizio per la trattativa, c’è la relazione del 1993. Ventiquattro pagine che già vent’anni fa mettevano in guardia non solo dall’ipotesi di una trattativa con Cosa Nostra che sarebbe stato «un pericoloso cedimento» nei confronti dell’organizzazione criminale «alla ricerca di una nuovo ordine politico e di un nuovo interlocutore istituzionale». Ma intravedevano dietro le bombe il profilo di «un’aggregazione di tipo orizzontale in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergoano finalità diverse». Nel 1993 l’elite degli investigatori antimafia avevano già capito che dietro le bombe e le stragi di quel biennio non c’era solo Cosa Nostra. Ma anche altro che aveva a che fare «con la politica, funzionari di Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti». La relazione, pubblicata su L’Unità on line a gennaio scorso, parte dall’assunto che «l’omicidio di Salvo Lima e la strage di Capaci sono momenti significativi di una strategia di difesa di Cosa Nostra elaborata in un momento in cui la stessa sopravvivenza dell’organizzazione era stata compromessa dalla definitiva sentenza di condanna del maxi processo, dal crescente peso assunto dai collaboratori di giustizia, dalla sempre più efficace risposta investigativa e dalla certezza del carcere per arrestati e condannati». Già dopo via D’Amelio, nel 1992, la Dia scrive che «Cosa Nostra è compartecipe di un progetto disegnato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato» e che quella strage «tradiva obiettivi che andavano al di là degli interessi esclusivi di Cosa Nostra». Dopo il 1992, insomma, è già chiaro che ci sarebbe stata una guerra: «All’interno di Cosa Nostra – si legge nel rapporto Dia – e degli altri poteri ad essa collegata stava maturando una vera e propria scelta stragista dai contorni indefiniti ma chiaramente proiettata verso uno scontro frontale e violento con le istituzioni». A novembre 1992 indagini e «notizie fiduciarie» segnalano «un pericoloso riarmo di Cosa Nostra, l’inizio di una serie di attentati contro aeromobili e strutture aeroportuali, azioni criminali di devastante portata anche contro uomini delle istituzioni». Accanto e insieme, gli investigatori individuano la presenza di «ispiratori», «gruppi estremisti», «malavita comune», «ambienti massonici». Verosimilmente, continuano gli investigatori della Dia, «la sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una soluzione politica potrebbe essersi andata a saldare con gli interessi di altri centri di potere ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso il progetto che tende ad intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme di impunità ovvero ad innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo o comunque per garantirsi uno spazio di sopravvivenza». Contri: «Mori e Ciancimino» Questo il quadro d’insieme, molto più che allarmante, che il ministro dell’Interno Nicola Mancino legge nell’agosto 1993. C’è scritto che le bombe servono da una parte ad alleggerire la pressione delle indagini e dall’altra a trovare nuovi interlocutori istituzionali. C’è scritto guai a fare «concessioni» e «cedimenti» o «ad abbandonare la linea dura». Eppure, in quegli stessi mesi che la Dia scriveva queste cose, ufficiali dell’Arma cercano contatti con Vito Ciancimino. Cercano e ottengono udienza dal politico che rappresentava gli interessi di Cosa Nostra. Nel mare di carte depositate ci sono, anche, i verbali di Fernanda Contri, avvocato, ex membro del Csm e giudice costituzionale. Nel gennaio 2010, quando le tv cominciano a parlare spesso di trattativa, chiede di essere sentita dai magistrati di Caltanissetta ( che indagano su alfa e beta per concorso in strage). Dal primo luglio 1992 ha ricoperto il ruolo di Segretario generale presso la presidenza del Consiglio dei ministri. In quel ruolo, per tre volte tra luglio e dicembre 1992, Contri racconta di aver incontrato l’allora colonnello Mori. «Mi disse che stava sviluppando importanti investigazioni incontrando Vito Ciancimino di cui si era fatto l’idea che fosse il capo o uno dei capi della mafia». Di quegli incontri Contri parlò anche con il presidente Amato. È un dato acquisito che Ciancimino era il portavoce delle richieste di Cosa Nostra allo Stato.

Claudia Fusani per L’Unità, 26 luglio 2012

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