La soffiata di un depistatore ha fatto scattare l’allarme

ROMA – Per Vincenzo Scotti sarà forse il giorno più lungo. Certamente il più nero del suo mandato. L’ appuntamento è fissato alle 11 del mattino a Palazzo Madama: dinanzi alle commissioni Affari costituzionali e Interni della Camera e del Senato il responsabile del Viminale dovrà riferire sui motivi e sugli elementi di prova che mercoledì scorso l’ hanno spinto ad allertare tutte le prefetture d’ Italia sul rischio di un “piano destabilizzante” in atto nel paese. A spiegare in Parlamento gli avvenimenti che hanno provocato l’ iniziativa dovrà essere subito dopo il capo della polizia, Vincenzo Parisi. E sarà anche per lui un compito arduo. Dalla Sicilia, Cossiga ha ridimensionato l’ allarme di Stato ed ha fatto riferimento ad una “fonte confidenziale”, da Milano Andreotti ha parlato dello “scherzo di un pataccaro”, dai partiti si levano voci che denunciano montature e strumentalizzazioni. IN QUESTO CLIMA sarà davvero difficile per Scotti giustificare un “pericolo di golpe” lanciato sulla base della testimonianza di un disinformatore. Anche se la soffiata è stata “riletta” dal Dipartimento di pubblica sicurezza alla luce degli ultimi omicidi. Anche se il ministro dell’ Interno tenderà probabilmente a distinguere tra fatti e valutazioni, tra la fuga di notizie che ha consentito all’ Ansa di diramare la notizia alle 15 e 4O di due giorni fa e la circolare segreta inviata dal Viminale ai prefetti per chiedere misure di sicurezza straordinarie a venti giorni dal voto del 5 aprile. Una versione che Scotti dovrà ripetere ancora domani, dinanzi al Comitato parlamentare per il controllo sui servizi d’ informazione e di sicurezza convocato in tutta fretta dal presidente, Tarcisio Gitti che intende ascoltare anche i vertici del Sisde e del Sismi, Alessandro Voci e Luigi Ramponi. L’ autore delle confidenze Nelle ore della vigilia Scotti tace. Mentre ci si chiede quali elementi il ministro dell’ Interno custodisca nel suo cassetto, quale filo logico seguirà oggi il responsabile del Viminale per giustificare il credito dato dai servizi segreti e dal Dipartimento a quella fonte che il presidente del Consiglio ha definito un “pataccaro”. Visto che l’ autore di quelle “esplosive” confidenze, l’ uomo che aveva previsto gli omicidi di esponenti della Dc, del Psi e del Pds e il sequestro di “un futuro presidente della Repubblica”, “pataccaro” lo è davvero. Si tratta di Elio Ciolini, l’ ex superteste-calunniatore nel processo per la strage di Bologna, già fonte dei servizi segreti in episodi rimasti oscuri. Ed ecco lo scenario più probabile nel quale ha preso forma la circolare emanata dal Viminale. Tutto ha inizio quando Elio Ciolini, condannato a nove anni per calunnia, viene arrestato a Firenze poco più di due mesi fa. Senza grandi sforzi da parte delle forze dell’ ordine per la verità. Anzi sembra quasi che il latitante ci tenga ad entrare nelle patrie galere. Dopo l’ arresto, Ciolini viene interrogato dal magistrato bolognese Leonardo Grassi. Il detenuto parla della strage di Bologna del 1980, l’ inchiesta nella quale ha agito da depistatore. E lancia i suoi messaggi. Ma formula anche circostanziate previsioni. Preannuncia che ci saranno attentati contro la gente comune, dice che verranno colpiti esponenti della Dc, del Psi e del Pds. Avverte perfino che verrà rapito un “futuro presidente della Repubblica”. Il giudice Leonardi si mette alla macchina da scrivere ed invia una nota riservata al ministero dell’ Interno. Riferisce le notizie raccolte a verbale, forse non fa il nome del detenuto, ma avverte che la fonte delle informazioni trasmesse è di scarsa attendibilità. A questo punto non è chiaro come le previsioni offerte da Ciolini vengono raccolte dai servizi. Se il detenuto è stato ricontattato dagli 007 o se l’ ex superteste di Bologna ha scritto loro una lettera. Fatto sta che le previsioni del “pataccaro” non riscuotono più credito di tanto. Finché nelle ultime due settimane, con una impressionante scansione, vengono assassinati a Castellammare di Stabia, il pidiessino Sebastiano Corrado; a Bruxelles il socialista Salvatore Gaglio e a Palermo, Salvo Lima, il potente portavoce di Andreotti in Sicilia. Ecco allora le parole di Ciolini apparire meno peregrine. Ecco gli investigatori riconsiderare le confidenze del disinformatore. Di episodi oscuri al Viminale ne hanno collezionati parecchi negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, durante questa campagna elettorale. Minacce ai periti della strage di Ustica, ad avvocati, giornalisti. Ad esponenti politici come i ministri Vizzini e Mannino. Ad Andreotti. Strani furti in appartamenti, attentati. La “rilettura” delle confidenze di Ciolini convincono gli investigatori che forse esiste un filo, “una centrale” misteriosa che si serve di lettere apocrife, di minacce anonime, ma anche di sigle rivendicative come la “falange armata” per compiere atti che colpiscono tutte le forze politiche. Con l’ intento di mettere l’ uno contro l’ altro. Un “piano destabilizzante”. E così parte la circolare che allerta i prefetti. Ma, mentre l’ allarme arriva sui tavoli dei responsabili dell’ ordine pubblico, l’ Ansa diffonde la notizia e informa su un documento raccolto dai servizi segreti. Misure straordinarie I prefetti fanno scattare le misure straordinarie, intensificano la protezione degli “obiettivi particolari”. Nella notte di ieri Vincenzo Parisi vola in Sicilia per riferire a Cossiga. Il capo dello Stato ridimensiona l’ allarme, distingue il ministero dell’ Interno dai servizi, dice che questi ultimi sono totalmente estranei alla vicenda. In mattinata al Viminale si svolge un vertice “operativo”. Vi partecipano Vincenzo Parisi, il comandante dei carabinieri Antonio Viesti, e della Guardia di Finanza, Costantino Berlenghi; i direttori del Sismi e del Sisde Ramponi e Voci. Poco dopo il sottosegretario agli Interni, Giancarlo Ruffino, spiega all’ agenzia Asca che al Viminale “si è ritenuto di dover fare, alla luce degli ultimi efferati episodi come l’ omicidio di Lima, una rilettura di un rapporto pervenuto al ministero dai servizi. Una relazione in cui si ventilava la possibilità di una serie di azioni destabilizzanti”. In serata giunge la notizia che alla catena di episodi oscuri, se ne è aggiunto un altro che colpisce lo stesso ministro dell’ Interno. Nella notte tra mercoledì e giovedì, ignoti sono penetrati dalla finestra che dà su un cortile, nello studio privato di Scotti, in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati. Gli strani visitatori hanno sfidato l’ imponente servizio d’ ordine che c’ è nella zona, ma non hanno sottratto nulla. Si sono limitati a mettere a soqquadro scaffali e cassetti.

SILVANA MAZZOCCHI per La Repubblica,  20 marzo 1992

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