La strategia della tregua e la riscossa di Cosa nostra

Nessuno ci crede, tutti smentiscono ma ogni tanto di una qualche “trattativa” con i mafiosi di “Cosa nostra” si torna a parlare. È successo di nuovo, recentemente, complice – questa volta – la lettera che un boss, Pietro Aglieri, ha scritto dal carcere ad alcuni magistrati. Che cosa c’ è dietro la facciata? Se oggi si parla di “mafia invisibile” o di “mafia sommersa”, va subito chiarito che non si vuole alludere ad una mafia ormai inoffensiva o definitivamente sconfitta. Tutt’ altro. È vero che nell’ ultimo decennio “Cosa nostra” ha subito duri colpi. In particolare, ben 251 condanne all’ ergastolo, nel biennio 2000-2001, nel solo distretto della Corte d’ Appello di Palermo (un dato che la dice tutta circa l’ impegno antimafia del dopo stragi, anche se le cronache si concentrano esclusivamente sugli imputati “eccellenti”, spesso i soli assolti, sia pure per insufficienza di prove). E altrettanto vero, però, che la mafia – proprio perché duramente colpita – ha scelto una sorta di “strategia della tregua”, cercando di far dimenticare la sua tremenda pericolosità, non solo criminale ma anche politica, economica e sociale. Per cicatrizzare le ferite ricevute e al tempo stesso consolidare il controllo del territorio e ritessere impunemente la sua rete di affari e collusioni si è collocata in un “cono d’ ombra”. Meno sangue, ma solo per distogliere l’ attenzione da sé in conseguenza del calo “statistico” degli omicidi. Mentre si consolida il “sistema” delle estorsioni e in tutti i cantieri di opere pubbliche di area mafiosa gli imprenditori sono costretti a versare una tangente, a fornire posti di lavoro, a servirsi per i subappalti di imprese legate alla mafia. Che razza di “trattativa”, allora, ha in mente Aglieri? Prima degli arresti di Riina, Brusca, Bagarella e soci la leadership dell’ organizzazione criminale era strutturata nella cosiddetta “commissione” o “cupola” (al momento del suo arresto, il 15 gennaio1993, Riina stava appunto recandosi ad una riunione della cupola). L’ emergenza determinatasi per l’ incisiva azione delle forze dell’ ordine e della magistratura ha modificato il quadro, concentrando la leadership in un nucleo ristretto di capi, per lo più latitanti, coagulati intorno a Bernardo Provenzano. Oltre ai soliti compiti del vertice di “Cosa nostra” (la risoluzione dei conflitti d’ interesse legati ad attività che si svolgano su territori appartenenti a “famiglie” diverse ecc.), questa specie di “governo provvisorio” deve anche svolgere una funzione straordinaria, quella di conciliare le esigenze dei mafiosi detenuti con quelle dei mafiosi in libertà. Un nodo decisivo per l’ ordinato e prospero futuro di “Cosa nostra”, ma assai intricato, perchè soggetto a variabili estranee all’ organizzazione (l’ azione repressiva dello stato, la situazione sociopolitica contingente e più in generale l’ atteggiamento dell’ opinione pubblica), variabili che possono influire su eventuali provvedimenti legislativi o amministrativi capaci di lenire il problema costituito dai mafiosi detenuti. La revisione dei processi è sempre in cima ai desideri dei mafiosi. Ma una legge che facesse loro un regalo così sfacciato non è realisticamente proponibile. L’ inabissamento della mafia consente qualche performance sull’ opportunità di conviverci, non ancora la negazione dei feroci delitti che hanno insanguinato il nostro paese. Conviene allora puntare a benefici (attenuazione delle pene o del regime carcerario; conservazione delle ricchezze accumulate) facendo balenare in cambio qualcosa che interessa soprattutto definire per esclusione: nel senso che potrà essere tutto, a patto che sia assolutamente esclusa ogni forma di collaborazione (ci mancherebbe che fosse proprio “Cosa nostra” a rivitalizzare quella specie in via di estinzione che sono i “pentiti”, suoi nemici mortali~). Dopo i tentativi di vari mafiosi detenuti di riunirsi in carcere per verificare l’ estensione del consenso ad un simile progetto, ecco ora la lettera di Aglieri. I capi di “Cosa nostra” sanno bene che forze dell’ ordine e magistratura sono responsabilmente contrarie – dati alla mano – ad ogni ipotesi di dissociazione. Sanno che questa ostilità costituirebbe un ostacolo forse insuperabile. E allora (con la ragguardevole intelligenza criminale che li caratterizza) si industriano per ingenerare nell’ opinione pubblica un clima nuovo. Professano un incontenibile desiderio di pace. Si affrettano a riconoscere la propria sconfitta. Promettono di sciogliere l’ organizzazione. Ma hanno in testa un progetto sapiente: puntano al consolidamento di “Cosa nostra” passando per la risoluzione dei problemi fra mafiosi liberi e detenuti. In realtà, quello che agitano è uno specchietto per le allodole. Perché è falso che “Cosa nostra” sia o si consideri sconfitta: le indagini, anche le più recenti, dimostrano esattamente il contrario (l’ arresto di Antonino “Manuzza” Giuffrè ha evidenziato ancora una volta la capacità dell’ organizzazione di controllare in maniera asfissiante gli appalti). La sconfitta epocale che con falsa umiltà si dice di voler ammettere è un trucco da illusionisti, e l’ effetto finale sarebbe un’ iniezione di nuova energia, altro che la fine di “Cosa nostra”. Visto in controluce, è questo il piano in cui sono attualmente impegnati vari mafiosi detenuti ed il “governo provvisorio” dell’ organizzazione. È bene saperlo: anche perché l’ auspicabile fallimento del piano potrebbe aprire pericolosi scenari di crisi. Un motivo in più per ripensare l’ assurda riduzione della protezione che è stata decisa per vari magistrati ed esponenti della società civile impegnati in attività antimafia.

Gian Carlo Caselli per La Repubblica, 16 maggio 2002

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