La linea della fermezza al ricatto mafioso

UNO Stato intimorito e costretto a trattare facendo concessioni importanti. Un inserimento con propri referenti e con propri obiettivi nel processo di rinnovamento politico. E’ questo l’ orizzonte “golpista” verso il quale Cosa Nostra si sta muovendo, con la sua strategia delle stragi e insieme ad altri “centri di potere”, secondo l’ analisi contenuta nella relazione della Direzione investigativa antimafia e nell’ intervista a “La Stampa” del suo direttore, Gianni De Gennaro. Un’ analisi che finalmente esce dal fumo delle dichiarazioni improvvisate rese subito dopo gli attentati di Firenze, Roma e Milano da politici e responsabili dell’ ordine pubblico e che comporta alcune riflessioni gravi sul momento che stiamo vivendo. Da una parte infatti non sfugge il senso di una sorta di “messaggio” ai mafiosi contenuto nelle parole di De Gennaro: siamo in grado di conoscere le vostre mosse e quindi di prevenire le stragi attraverso le intercettazioni. Dunque anche: sappiamo chi siete. Affermazioni che fanno supporre che le indagini abbiano imboccato una strada molto promettente. D’ altro canto però non resta che prendere atto che per la seconda volta nella storia del dopoguerra, dopo quello delle Brigate rosse le istituzioni si trovano a dover rispondere a un ricatto. Cosa nostra chiede di essere considerata una controparte, una realtà con la quale lo Stato deve trattare in cambio della sicurezza dei cittadini e della vita di magistrati e inquirenti. La risposta di quegli stessi che hanno riconosciuto l’ esistenza del “pactum sceleris” e i suoi obiettivi è l’ invito a stringersi attorno a un nuovo fronte della fermezza. “Guai se lo Stato desse un segno di cedimento, di voler trattare” dice De Gennaro. E il presidente della commissione antimafia, Luciano Violante, sostiene che a questa strategia bisogna rispondere “con la massima determinazione, nel senso che dobbiamo mettere sempre più in difficoltà gli strateghi di Cosa nostra. Ogni tentativo di mediazione gli andrà male”. Resta da capire un po’ più da vicino cos’ è che la mafia e gli “altri centri di potere” vogliono esattamente ottenere da una trattativa con lo Stato e quali sono i referenti politici su cui pensano di poter contare per fiaccare il fronte della fermezza. Cosa vogliono? Prima di tutto alcune cose concrete. La revoca, ad esempio, di un articolo del codice che riguarda l’ ordinamento penitenziario: il 41 bis, (contro il quale ieri la Corte europea di giustizia ha ritenuto proponibile il ricorso) che dà al ministro di Grazia e Giustizia, quando ricorrano situazioni gravi “di ordine pubblico e sicurezza pubblica”, il potere di stabilire per il detenuto particolari norme di carcerazione, come l’ isolamento. E nell’ isolamento i boss di Cosa nostra hanno spesso dovuto rinunciare al controllo dei traffici e alla sicurezza del comando. Vogliono che i processi di mafia non si facciano: e per questo è necessario che si vada al più presto verso la concentrazione dei processi di mafia nelle sedi delle procure distrettuali. Vogliono che siano abolite le confische dei loro beni. In sostanza, spiega De Gennaro, Cosa nostra chiede che le istituzioni, attraverso una vera e propria trattativa, cambino l’ atteggiamento nei confronti della organizzazione, tornino a quella tacita convivenza e esplicita complicità che caratterizzò i rapporti tra mafia e politica in tempi non molto lontani. Da qui anche l’ interesse per forme di separatismo all’ interno delle quali sarebbero pensabili leggi meno dure, magari anche le Cassazioni regionali. Cosa nostra ha bisogno di dimostrare sul mercato internazionale che i colpi subiti non sono riusciti a strappare il primato mondiale del traffico dell’ eroina. Il problema che la Dia non può risolvere, almeno per ora, è quello dei referenti politici. Qui i pareri sono discordi: c’ è chi è sicuro che la mafia abbia già sostituito i vari Lima e i Salvo, con forze politiche o con singoli personaggi già all’ opera. Chi invece sospetta che la ricerca sia aperta : “Io non credo che ci siano forze o individui in grado di assicurare qualcosa. Temo piuttosto che i vecchi alleati cercheranno di tenere le fila…” dice Violante. Qualcosa di antico, dunque. E qui la relazione di De Gennaro offre spunti interessanti, anche su quelli che la Dia definisce “ambienti massonici a rischio” per i quali ci sono “prove di collusione” con Cosa nostra. Cita ambienti e persone che hanno cercato di intorbidire le indagini e il lavoro antimafia. Denuncia un campagna di delegittimazione di cui si è fatta portavoce la agenzia giornalistica “Repubblica”, “giunta addirittura ad ipotizzare l’ esistenza di una congiura internazionale ordita dalla Dia e dall’ U.S. Marshal service, organismo deputato alla protezione dei testimoni negli Stati Uniti, avente lo scopo di manovrare i pentiti di mafia per fini destabilizzanti”. Personaggi “già legati a Mino Pecorelli” circolano attorno all’ agenzia, della quale è referente politico “privilegiato” il “gruppo dell’ on. Vittorio Sbardella” e direttore “Lando Dell’ Amico già legionario della X Mas di Junio Valerio Borghese…”. Una sequenza di azioni delegittimanti e fra queste azioni anche “l’ esposto presentato alla procura della repubblica di Roma nello scorso aprile, dai gruppi parlamentari democristiani per denunciare una presunta cospirazione” compiuta attraverso l’ uso strumentale dei pentiti. Il riferimento è alla protesta della Dc dopo la richiesta di autorizzazione a procedere per Andreotti della magistratura di Palermo. Qualcosa di antico e qualcosa di torbido. De Gennaro non indica i nuovi alleati politici di Cosa nostra. Elenca però gli avversari di chi sta combattendo contro Cosa nostra, dal fronte della fermezza.

Sandra Bonsanti per La Repubblica, 3 settembre 1993

 

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