Quei dossier su Gelli & mafia sul tavolo del giudice Falcone

PALERMO – Giovanni Falcone seguiva con grande attenzione gli “affari” di Licio Gelli. Quando aveva accettato l’ incarico di direttore degli affari penali al ministero si era portato a Roma i fascicoli di una delle ultime inchieste avviate quando era procuratore aggiunto a Palermo. Quella che il 18 marzo scorso portò la Criminalpol all’ arresto di ventisei persone e alla scoperta di uno strano traffico di armi e di un nuovo canale di riciclaggio che portava da Palermo ai forzieri svizzeri attraverso la Bolivia, la Jugoslavia, il Sud America. Kalashnikov comprati da cecoslovacchi e ungheresi e pagati con cocaina, titoli di Stato per quasi 500 miliardi piazzati ai boliviani, strane transazioni in rubli acquistati dai russi al mercato nero. Sofisticatissime operazioni finanziarie internazionali sul cui sfondo appare improvvisamente il nome di Licio Gelli. Lo fanno, al telefono, i due capi di questa organizzazione individuata dagli investigatori, l’ ingegnere tedesco Ulrich Bahl, ed un trafficante di eroina palermitano, Giovanni Lo Cascio, noto massone. Telefonando a Lo Cascio da Miami, Bahl manda “i saluti di Gelli”, assicurandolo che all’ affare sono interessati “amici comuni”. E proprio seguendo Lo Cascio, nel marzo dell’ 86, gli investigatori palermitani scoprirono quel che accadeva al secondo piano di un vecchio palazzo liberty, al 391 di via Roma, nel cuore di Palermo. Il “Centro Sociologico Italiano” era in realtà la sede di una mezza dozzina di logge affiliate alla “massoneria universale di rito scozzese antico e accettato”. Scorrendo l’ elenco dei duemila iscritti alla loggia, Giovanni Falcone, allora giudice istruttore, scoprì che, tra i fratelli massoni, insieme a noti mafiosi, c’ erano anche decine di nomi della Palermo che conta. Fianco a fianco gli esattori di Salemi, i due cugini Nino e Ignazio Salvo (quest’ ultimo condannato poi al maxiprocesso) e i due Greco di Croceverde Giardini: Michele, il “papa” di Cosa Nostra e il fratello Salvatore, detto il “senatore”. Nella lista c’ erano l’ avvocato Vito Guarrasi e il vecchio editore del Giornale di Sicilia Federico Ardizzone, Joseph Miceli Crimi e Giacomo Vitale, cognato del boss Stefano Bontade, a sua volta “gran sacerdote” di una loggia che aveva sede nel cuore del suo regno, Villagrazia. Dal 1970, anno del fallito golpe Borghese, al 1979, anno del finto rapimento di Michele Sindona, fino alla stagione dei delitti eccellenti e delle stragi. Un filo ininterrotto disegna la trama del fitto intreccio tra mafia e massoneria. La loggia Camea, di via Roma 391 a Palermo, la Iside 2 del circolo Scontrino a Trapani, due inchieste finite in archivio con un dito di polvere sopra. E poi una serie di rapporti investigativi, come quello redatto nel dicembre del ‘ 90 dai carabinieri di Corleone che, impegnati a ricostruire l’ impero economico di Totò Riina, trassero da una serie di intercettazioni telefoniche la convinzione “dell’ esistenza di una o più logge di tipo massonico, segrete o meno, i cui adepti vengono di volta in volta asserviti, in relazione alla funzione pubblica o privata esercitata, alle finalità illecite perseguite”. Rapporti archiviati ed investigatori troppo zelanti trasferiti in altra sede. Proprio come il comandante della compagnia di Corleone Angelo Jannone o come il vice questore Saverio Montalbano, il capo della Squadra mobile di Trapani che, il 6 aprile dell’ 86, fece irruzione nel Circolo Scontrino sequestrando una montagna di carte, tra cui gli elenchi degli iscritti alla loggia Iside 2. Pochi giorni dopo, il capo della Squadra mobile venne prima privato delle sue funzioni, poi trasferito su richiesta dell’ allora questore Gonzales. Ufficialmente gli venne contestato “un uso improprio dell’ auto blindata”. In realtà – scrisse poi nella sua requisitoria il sostituto procuratore Franco Messina – il trasferimento di Montalbano fu un lampante esempio “della capacità di penetrazione e quindi di influenza sull’ attività della pubblica amministrazione” della loggia Iside 2. Anche a Trapani, come a Palermo, stretti dal vincolo di “fratellanza massonica” vi erano boss come Mariano Agate e politici come il deputato democristiano Francesco Canino. E alla massoneria sembrano portare le più recenti indagini sui flussi di riciclaggio degli immensi patrimoni illegali di Cosa Nostra. Quelli di Totò Riina, ad esempio. Per mesi, i carabinieri di Corleone hanno intercettato il telefono di un noto commercialista, Giuseppe Mandalari, già condannato per riciclaggio. Sarebbe lui a gestire i “movimenti” delle molteplici “società riconducibili ai corleonesi”. Nel loro rapporto i carabinieri scrivono che “Mandalari costituisce un elemento di spicco e di raccordo tra diverse logge massoniche i cui appartenenti potrebbero essere compartecipi delle molteplici attività illegali di cui si presume che Mandalari costituisca il perno principale”.

ALESSANDRA ZINITI per La Repubblica 19 agosto 1992

Chelazzi e quell’audizione mai finita

«RINGRAZIO la Commissione per aver disposto questa audizione. Mi fa infatti piacere… dopo essere stato per 185 udienze in un anno e mezzo davanti alla Corte d’ assise di Firenze a svolgere il primo grado davanti ai giudici che, con fascia e senza fascia, rappresentano il popolo italiano, poter illustrare a chi rappresenta il popolo italiano in quest’ Aula qualche cosa che in quella sede giudiziaria non aveva ragione di ingresso». E’ martedì 2 luglio 2002. Il magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi è stato convocato dalla Commissione parlamentare antimafia insieme con il procuratore nazionale Piero Vigna per parlare delle stragi del 1993. «Ho alle spalle nove anni di full immersion nella vicenda delle stragi», premette, avvertendo che le indagini non si sono fermate e che «è ancora in piedi l’ ultimo dei procedimenti, che va alla ricerca – non in virtù di un teorema – di responsabilità concorrenti a quelle di Cosa Nostra». «Poter mettere quello che so, quello che ho capito e niente più che questo, a disposizione di un organo importante come una Commissione parlamentare d’ inchiesta è per me motivo di soddisfazione, ma anche di gratitudine». «Vorremmo che la sua relazione fosse la più ampia possibile», dichiara il presidente della Commissione antimafia Roberto Centaro, Forza Italia, attuale relatore della legge-bavaglio sulle intercettazioni. Sfortunatamente quel 2 luglio 2002 incombono votazioni in aula e la Commissione può concedere al magistrato un solo quarto d’ ora. Chelazzi deve limitarsi a illustrare «un tracciato», «una sorta di premessa metodologica». «Per quanto riguarda il momento deliberativo interno, il momento organizzativo, il momento preparatorio e quello esecutivo, per tutto quello che concerne Cosa Nostra ritengo che le responsabilità siano state individuate una per una… Ora però l’ impegno principale, che non ho difficoltà a dire non ha assicurato risultati a carattere definitivo a tutt’ oggi, è stabilire il perché di queste stragi». Ai parlamentari Chelazzi ricorda che gli attentati sono stati sette e hanno occupato undici mesi: «Credo che non ci siano precedenti nella storia dello Stato unitario di sette fatti di strage in undici mesi». Il presidente Ciampi ha ricordato giorni fa quella sequenza di orrori: l’ attentato di via Fauro a Roma contro Maurizio Costanzo, l’ autobomba in via de’ Georgofili a Firenze, la notte degli attentati a Milano in via Palestro e a Roma contro le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, l’ autobomba all’ Olimpico che avrebbe dovuto fare strage di carabinieri e non scoppiò, il fallito attentato a Formello contro il pentito Totuccio Contorno. Cosa Nostra aveva una finalità eversiva, voleva costringere lo Stato a recedere dalla linea della fermezza, sottolinea Chelazzi all’ Antimafia. «Tuttavia – aggiunge – bisogna andare più in profondità per capire com’ è che questa finalità ha fatto sì che si colpissero determinati obiettivi e non altri; che si agisse non in Sicilia ma fuori dalla Sicilia; che si alternassero obiettivi notevolmente disomogenei… E c’ è da spiegare la ragione per la quale tra un fatto e l’ altro intercorrono in alcuni casi pochi giorni, in altri un periodo di tempo lungo». Chelazzi non lo dice, ma sembra alludere a una possibile trattativa. Si chiede ancora perché non sia stato replicato il fallito attentato dello Stadio Olimpico e, «più in generale, perché le stragi ad un certo momento finiscono». Il magistrato ritiene fondamentale il ruolo della commissione parlamentare per la comprensione delle «ricadute sulla società civile di azioni criminali così gravi». E conclude: «Quindi, se l’ intendimento della Commissione è conoscere qualcosa dei sette fatti di strage e delle ipotesi avanzate per individuare le responsabilità, credo sia indispensabile che io provi… ad allargare gli scenari anche sugli antefatti e su quelle che chiamo le sequenze concorrenti parallele». Tempo scaduto. «La ringrazio», si congeda il presidente Centaro: «Il quadro è interessantissimo e quindi mi raffiguro che comporterà audizioni molto lunghe e approfondite». E’ un arrivederci, dunque. Ma nei mesi successivi la Commissione non trova il tempo per gli approfondimenti. Gabriele Chelazzi morirà d’ improvviso a 59 anni il 17 aprile 2003, senza essere più stato convocato dai rappresentanti del popolo.

Franca Selvatici per La Repubblica, 2 giugno 2010

Audizione del P.M. Gabriele Chelazzi davanti alla Commissione Antimafia, 2 luglio 2002

«Il complotto viene dall’Est, Riina non ne avrebbe le capacità»

Intervista a Calogero Mannino

ROMA. «E adesso non mi vengano a dire che questa bomba l’ha messa la mafia di Toto Riina. Anzi, a questo punto dubito anche sulla matrice mafiosa degli omicidi di Lima, Falcone e Borsellino». Seduto su una poltrona di Montecitorio, Calogero Mannino, ex-ministro dell’Agricoltura e primo attore della DC siciliana, si lascia andare ad un serie di congetture sulla bomba di Firenze. Sarà l’emozione per quello che è avvenuto, o, il fatto, di aver tenuto in corpo per tanti mesi questo sfogo, ma Mannino parla senza pausa e dalla sua bocca, come da un fiume in piena, esce di tutto.

Lei ha davvero dubbi sul fatto che non c’entri la mafia?

«Io dietro alla bomba di Firenze vedo ben altro. E, se non sbaglio, tra le minacce ricevute all’epoca da Falcone c’era anche quella della falange armata. La verità è che gli assassinii che ci sono stati in Sicilia hanno messo in ginocchio la DC o il sistema di potere andreottiano. E non è cosa da poco conto: in Italia quello che è avvenuto può essere paragonato alla caduta del muro nei Paesi comunisti. Quindi chi l’ha fatto deve avere degli obiettivi ben più grandi di quelli della mafia. Solo che dopo aver fatto fuori i partiti di governo, nessuno si è fatto avanti per prenderne il posto».

E allora?

«Proprio per questo si possono fare solo delle ipotesi su chi muove i fili dell’intera vicenda. Può esserci in atto, ad esempio, un’utilizzazione di servizi segretti deviati, ad opera di altri Paesi. O, ancora, bisogna vedere chi si muove dietro alla Serbia. Ed ancora, si dice che in Russia i comunisti si stanno riorganizzando e la stessa cosa sta facendo l’esercito. Infine bisogna fare un discorso un po’ più complesso sulla mafia…».

Si spieghi.

«Ma lei crede davvero che un personaggio come Toto Riina possa stare dietro a tutto questo? Suvvia, al massimo quello può fare ridere o, come succede a me, può far girare le scatole. La verità, secondo me, è che esiste un apparato militare molto efficiente e, poi, una mente politico-finanziaria, che non si trova certo in Italia. E questi due livelli si incontrano raramente: o meglio, nei momenti importanti la mente finanziaria ordina all’apparato militare quello che deve fare».

Ma lei crede davvero a queste sue ipotesi, non le paiono un po’ azzardate?

«Senta, le faccio una domanda: perché Giuliano i carabinieri lo hanno trovato morto, mentre Riina è stato trovato vivo? La verità è che Riina si è sganciato. Fatto il lavoro che gli era stato commissionato si è sganciato».

Ma quale interesse potrebbe avere quell’«entità» che, secondo lei, starebbe dietro a tutto questo?

«Non vogliono avere a che fare con un governo degno di questo nome. Quello attuale è come se non ci fosse. Sono passate due settimane e vedete, non esiste. E non avere a che fare con un governo significa tante cose: ad esempio da la possibilità di comprare i beni dello Stato a pochi soldi. E se, poi, si arrivasse a provocare una divisione dell’Italia in due, qualcuno potrebbe ricavarne altri vantaggi. Potrebbe, ad esempio, disporre senza problemi, di basi militari dell’Italia meridionale di grande importanza strategica, come Fontanarossa e Comiso. Sì, potrebbe usarle come vuole, a proprio piacimento, senza rischiare incidenti diplomatici con il governo italiano come è avvenuto a Sigonella. Le mie, comunque, sono solo ipotesi che partono, però, da una convinzione».

Quale?

«Tutto quello che sta avvenendo pone una questione: qualcuno insidia la nostra sovranità nazionale».

Secondo lei siamo a questo punto?

«Ci siamo e nessuno se ne rende conto. Ad esempio, i giudici hanno fatto il loro lavoro, diciamo che la loro è stata un’operazione chirurgica, ma adesso dovrebbero lasciare di nuovo il posto alla politica. E lo stesso problema dovrebbero porsi anche i pidiessini, insieme a noi devono porsi il problema di salvare il Paese. Fatto questo potrebbero governare loro».

Ma senta non è che le sue supposizioni nascono solo dalla voglia di far dimenticare quello che è avvenuto in questi mesi? Insomma, un tentativo di azzerare il tutto nel nome dell’emergenza?

«Non scherziamo. Io la politica la lascio. Guardi io ho già fatto un patto con mia moglie: io lascio, ma lei deve accettare di lasciare la Sicilia. Io non posso rimanere lì, perché so quello che ho fatto contro la mafia. Voglio andarmene, non all’estero, magari a Roma».

Augusto Minzolini per La Stampa, 28 maggio 1993

Ricatti di mafia – Gli attentati del ’93 furono fermati quando lo Stato tolse all’improvviso il carcere duro a 140 boss

Adesso c’è la prova. La prova della trattativa tra Stato e mafia iniziata nei primi anni Novanta. E a trovarla, nascosta nei documenti della Direzione amministrativa penitenziaria (Dap), è stato Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino morto d’infarto il 17 aprile scorso, appena due mesi prima che scadessero i termini della sua quarta indagine sui mandanti a volto coperto delle bombe di Cosa Nostra dell’estate 1993.

Secondo quanto “L’espresso” è in grado di rivelare, Chelazzi aveva acquisito al Dap la copia dei fascicoli relativi a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ai quali, tra il 4 e il 6 novembre di dieci anni fa, il ministero di Grazia e Giustizia revocò improvvisamente e imprevedibilmente il regime – del carcere duro, cosiddetto 41 bis.
Chelazzi si era reso conto dell’importanza di quei documenti non appena era riuscito a stendere una cronologia completa di tutti gli attentati (falliti e portati a termine) da Cosa Nostra. La svolta nell’inchiesta, che vede indagato solo l’ex senatore Dc Salvatore Inzerillo, era arrivata ragionando sulla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993.

Quel giorno un commando di sole quattro persone posteggiò in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplose, e la Thema rimase lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa. Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia.

Poi, con la scoperta della revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno cominciato a capire. Non per niente tutti gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, dimissionario nel febbraio del ’93, perché coinvolto da Silvano Larini e Licio Gelli nello scandalo del conto Protezione; l’ex direttore del Dap Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ’93 ); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese che nell’estate ’93 era diventato vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.

Punto di partenza degli interrogatori, un assunto ormai diventato verità processuale: le stragi del ’93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, introdotto da Martelli il 19 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino.

In quei giorni Cosa Nostra, di fronte agli uomini d’onore costretti nelle supercarceri è come una belva ferita. Non sa che pesci pigliare. Poi, durante l’estate, l’idea. Un informatore del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, Paolo Bellini, spiega ai mafiosi che tradizionalmente lo Stato, quando si devono recuperare opere d’arte rubate, è disposto a trattare con la malavita e a concedere sconti di pena. Così nel novembre del ’92 un gruppo di mafiosi catanesi (uno dei quali, Salvatore Facella, recentemente pentito) lascia un proiettile di artiglieria inesploso nel giardino di Boboli a Firenze. Poi, come raccontano i collaboratori, sulla strada del ritorno uno di loro telefona all’Ansa per rivendicare l’azione. Per telefono protesta per le condizioni dei carcerati a Pianosa e all’Asinara. Ma lo fa in modo concitato, e la rivendicazione non viene ripresa.

Nelle carceri intanto cresce il malumore. Cosa Nostra progetta di uccidere un agente di custodia per ogni paese siciliano. Ma i detenuti, per timore di ritorsioni, dicono no. Il 27 aprile, oltretutto, un blitz fa saltare anche il progetto di attentato contro 12 agenti di Pianosa. L’8 maggio il Papa arriva in visita in Sicilia. E, fatto senza precedenti, tuona contro Cosa Nostra lanciando un anatema agli uomini d’onore. La mafia la prende malissimo. Vuole reagire. Comincia ad accarezzare l’idea di colpire le chiese. Intanto però il 14 maggio a Roma un’autobomba esplode al passaggio della macchina di Maurizio Costanzo, che in televisione aveva osato augurare il cancro ai boss responsabili degli omicidi Falcone e Borsellino.

Il 27 maggio viene fatta esplodere un’autobomba a Firenze (cinque morti) in via dei Georgofili. È un segnale per aprire uno spiraglio di trattativa sui detenuti di Pianosa (in Toscana). Nelle carceri la tensione è sempre più alta. E i primi ad accorgersene sono i cappellani, in difficoltà per la dura presa di posizione del Papa. Monsignor Caniato, come “L’espresso” è in grado di rivelare, racconterà a Chelazzi che da loro arriva ufficiosamente la richiesta di sostituire Nicolò Amato, il direttore del Dap. Amato, che pure è un garantista doc e che già a marzo aveva chiesto al ministro Giovanni Conso di sostituire il 41 bis con forme di registrazione dei colloqui tra famigliari e detenuti, salta il 4 giugno. A Cosa Nostra non basta: Di Maggio, il nuovo vicedirettore, ha il pugno di ferro.

Il 20 luglio, oltretutto, il 41 bis viene prorogato e, fatto scoperto casualmente da Chelazzi, il Sisde (che ha buone fonti) lancia un nuovo allarme bombe. Due giorni dopo a Palermo si consegna ai carabinieri il boss Salvatore Cancemi. II capofamiglia di Porta Nuova, almeno ufficialmente, non parla di nuove stragi. Spiega solo che Provenzano ha in progetto di rapire Ultimo, l’ufficiale che il 15 gennaio ha arrestato Totò Riina. Il 27 luglio, comunque, il vicecapo del Ros Mario Mori si incontra con Di Maggio: sulla sua agenda, acquisita da Chelazzi, compare un appunto: «Di Maggio x 41 bis». Mori, interrogato l’11 aprile 2003, ha sostenuto di essere stato convocato da Di Maggio. Fatto sta che la sera del 27 esplodono un’auto a Milano (cinque morti) e due a Roma, nelle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.

L’auto di Milano, come scopre Chelazzi, non ha come obiettivo il Padiglione di arte contemporanea, dove esplode, ma il vicino Palazzo dei giornali. Solo un problema alla miccia ha costretto il commando ad abbandonarla davanti al Pac in via Palestro. E in una lettera anonima allora inviata ai quotidiani la mafia scrive: «La prossima volta faremo centinaia di vittime».

Siamo ormai sul finire dell’estate. li 12 settembre ’93 un parlamentare Dc, Alberto Alessi, che da lì a tre mesi organizzerà le prime cellule del partito di Berlusconi in Sicilia, entra all’Ucciardone e minaccia di non uscirne più fino all’abrogazione del 41 bis. Poi, dopo cinque ore, ottenuta la garanzia che il ministero esaminerà la materia, molla la presa. Quattro giorni dopo Cosa Nostra uccide padre Pino Puglisi. È un nuovo segnale alla Chiesa, al quale dovrebbe seguire, il 31 ottobre, quello ai carabinieri. Ma all’Olimpico l’automobile non esplode. Oggi, grazie a Gabriele Chelazzi e all’inchiesta su quei 41 bis revocati all’improvviso, si comincia a capire perché.

Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco per L’Espresso, 13 Giugno 2003

Un uomo dei Servizi bussava alle porte dei PM di Paolo Borsellino

Ci sono vicende che vengono in queste settimane rilette, viste sotto la luce che esce fuori dai nuovi capitoli di indagine su quella che è oramai certo che ci fu, e cioè la trattativa tra Stato e Mafia. Una di queste vicende è clamorosa, vede ancora una volta uomini dei servizi che si sono mossi molto vicino, vicinissimo, a Paolo Borsellino. Una storia che è raccontata da alcuni testimoni, amici e collaboratori di Borsellino, e che si trova negli atti sia della indagine palermitana che in quella della Procura di Caltanissetta che si stanno occupando non solo della strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992 e della cosidetta “trattativa”, ma anche delle interferenze che una parte della politica siciliana esercitava in quell’epoca nei confronti di chi alzava il coperchio delle pentole delle commistioni tra mafia e istituzioni.

Uno di quelli che frequentava di più Paolo Borsellino sarebbe stato un funzionario dell’allora alto commissariato per la lotta alla mafia, tale Angelo “Ninni” Sinesio. I magistrati che lavoravano con Borsellino spesso lo vedevano presente nell’ufficio del procuratore già quando questi guidava la Procura di Marsala. Una presenza diventata “familiare”, non stonava perché il procuratore Borsellino sarebbe stato solito metterlo a suo agio. Sinesio oggi ha fatto carriera, è diventato prefetto, è stato prefetto vicario a Catania quando prefetto era l’attuale ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, che lo ha voluto fino a febbraio scorso al Viminale a capo della sua segreteria tecnica ed che oggi è commissario straordinario per l’emergenza edilizia delle carceri. Carriera, quella di Sinesio, che non è stata fermata nemmeno dal fatto che sarebbe stato sospettato addirittura di essere stato la “gola profonda” che avrebbe avvisato Bruno Contrada, il numero due del Sisde, delle indagini sul suo conto. Sinesio è stato sentito nel processo contro Contrada, ha detto che il “segreto” sul super agente dei servizi lo aveva confidato ad un suo superiore, il dott. De Luca, e che semmai era stato questo a passare l’informazione a Contrada che così seppe che lo stavano andando ad arrestare. Nella sentenza che ha condannato Bruno Contrada la vicenda è bene raccontata, Sinesio aveva avuto l’informazione parlando con uno dei magistrati più vicini a Paolo Borsellino, la dott. Alessandra Camassa, nei giorni seguenti la strage di via D’Amelio. Il pm Camassa conosceva Sinesio per averlo visto spesso con Borsellino, dunque era una persona della quale era indotta a fidarsi, ma quel giorno in cui parlarono di Contrada la reazione di Sinesio sarebbe stata anomala, avrebbe avuto come una reazione nervosa, un conato di vomito, si allontanò dalla stanza del magistrato per andare in bagno, per poi tornare subito dopo. Di Sinesio scrive anche Contrada nel suo memoriale, l’ex dirigente dei servizi, condannato per mafia, lo indica come la persona che gli disse delle indagini sul suo conto.

Oggi emergono altri particolari, che vengono letti sotto diversa luce proprio per il “marciume” che va emergendo attorno alle strategie stragiste mafiose. E ancora una volta si sente parlare di  Sinesio. Questi avrebbe cercato in tutti i modi di sapere a cosa si stava interessando Borsellino nei giorni in cui la mafia, e forse non solo la mafia, decidevano di eliminarlo per sempre. Incontrava i magistrati più vicini a Borsellino presentandosi addolorato, sconfortato, per quello che era successo a via D’Amelio, e chiedeva, chiedeva se Borsellino si occupava di politici, di politici e imprenditori agrigentini, sembra che i suoi interessi erano puntati a conoscere se Borsellino indagava sul ministro Mannino e sull’imprenditore Salamone, uno degli imprenditori che saltava fuori dalle indagini sulla tangentopoli siciliana. Interessi pressanti, costanti, tanto insistenti che alla fine hanno suscitato qualche perplessità nei suoi interlocutori, alla fine è uscito di scena.

Il nome di Sinesio torna d’attualità in questi giorni mentre si apprende, dalla testimonianza del questore Rino Germanà, il poliziotto sfuggito miracolosamente ad un agguato mafioso a Mazara del Vallo, il 14 settembre 1992, che i vertici della Polizia, all’epoca, si interessavano alle indagini di Germanà sul conto dei ministro Mannino e lo stesso ministro cercò in tutti i modi di parlare con Germanà. Germanà da dirigente della Criminalpol siciliana stava eseguendo una delega di indagini della Procura di Marsala sul conto di Mannino e di uomini della politica a lui vicini. Germanà un giorno si vide convocare a Roma dal vice capo della Polizia, prefetto Luigi Rossi, che gli chiese il perché di quegli accertamenti, poi fu Mannino stesso a cercare di avere un incontro con lui, successivamente ancora avvenne l’incredibile trasferimento di Germanà incaricato dal capo della Polizia dell’epoca, prefetto Parisi, di dirigere il commissariato di Mazara. Poche settimane dopo il suo “ritorno” a Mazara (Germanà aveva diretto anni prima il commissariato, poi era diventato dirigente della Squadra Mobile di Trapani, e il ritorno a Mazara rappresentava un passo indietro nella carriera) trovò sul lungomare di Tonnarella i più pericolosi killer della mafia ad attenderlo, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, per fortuna non seppero usare il kalashnikov. Un trasferimento anomalo, così fu definito dagli stessi pm del relativo processo.

Tra morti ammazzati, stragi, e indagini, c’erano troppi uomini a muoversi nell’ombra. Paolo Borsellino aveva avuto sentore di tutto questo, restando scosso, tanto da piangere a dirotto incontrando due suoi fidati pm, Alessandra Camassa e Massimo Russo, dicendo loro, tra le lacrime, che “un amico lo aveva tradito”. Chissà che l’amico non è da cercare tra i nomi che i magistrati che hanno lavorato con lui hanno fatto ai magistrati, di oggi, che indagano sulla strage e sulla trattativa.

Rino Giacalone per Malitalia, 23 marzo 2012

Quando il ministro Mannino chiamò il poliziotto Germanà

Il questore Rino Germanà che sfuggì ad un agguato mafioso da una parte, i magistrati, Ingroia e Di Matteo che indagano a Palermo, assieme a quelli di Caltanissetta, sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, dall’altro. Germanà è stato sentito come testimone nell’indagine che vede sotto inchiesta l’ex ministro Calogero Mannino “per minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. Un tuffo nel passato. Mazara del Vallo, 14 settembre del 1992. E’ il giorno dell’agguato mafioso che scattò sul lungomare di Tonnarella contro il vice questore Rino Germanà, nel mirino di Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano.
Germanà, dirigente del commissariato di Mazara, si salvò rispondendo al fuoco e gettandosi in acqua. Restò ferito di striscio, quel giorno stesso il ministro dell’Interno, Mancino, che aveva da poco sostituito Enzo Scotti al Viminale, lo fece portare lontano dalla Sicilia. Germanà restò vivo ma si ritrovò a dirigere il posto di Polizia dell’aeroporto di Bologna, dimenticato, e solo da qualche anno ha potuto riprendere a fare carriera diventando questore, prima a Forlì ora è a Piacenza, ma niente più indagini in Sicilia. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il pm Nino Di Matteo lo hanno sentito ed è saltato fuori che tra un passo avanti e uno indietro (di carriera) il questore Germanà si era ritrovato a dovere rendere conto, durante quel tragico 1992, del perchè da capo della Criminalpol siciliana si stava interessando al ministro Calogero Mannino.
Germanà da capo della Squadra Mobile di Trapani si ritrovò, dopo essere stato mandato alla Criminalpol siciliana, a fare un passo indietro, rispedito dal capo della Polizia, Parisi, a fare il commissario, a dirigere quello di Mazara mentre Paolo Borsellino lo avrebbe voluto con se a Palermo. Oggi si rilegge quella sequenza di fatti e salta fuori il nome del ministro Mannino. In quel 1992 il vice questore Germanà aveva ricevuto dalla Procura di Marsala una delega a capire chi fosse un politico (“trombato di area manniniana”) di nome Enzo che attraverso il notaio Pietro Ferraro, aveva fatto pressione sulla Corte di Assise di Palermo (presidente Scaduti) che stava processando i killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Si trattava del senatore Vincenzo Inzerillo (dall’anno scorso in carcere a scontare una condanna 5 anni per mafia). La Procura di Marsala gli chiese di approfondire il ruolo dell’on. Mannino e in pochi giorni Rino Germanà si vide convocato a Roma, al Viminale. E’ questo il colpo di scena in mano ai pm Ingroia e Di Matteo: Germanà incontrò il prefetto Luigi Rossi, capo della Criminalpol, vice capo della Polizia, questi gli chiese delle indagini su Mannino; poche settimane dopo è il ministro Mannino a farsi avanti, lo vuole incontrare, ma Germanà si nega; poche settimane ancora e dal Viminale arriva il trasferimento di Germanà, deve tornare a Mazara, a dirigere il commissariato, ma il fascicolo con le indagini su Inzerillo e Mannino però non lo può portare appresso.
Sono i giorni d’estate segnati dalle stragi e il 14 settembre 1992 diventa il giorno scelto dalla mafia per fare fuori Germanà. Lui sfuggito all’agguato invece di diventare un simbolo fu presto dimenticato per primo dallo Stato tanto che i pm che fecero la requisitoria nel processo per il suo tentato omicidio (condannati furono Riina, Bagarella, Messina Denaro e Giuseppe Graviano) puntarono il dito contro il piagnisteo statale di facciata. “Abbiamo uno Stato – dissero i pm De Francisci e Tarondo – che sa piangere i suoi morti ma non sa celebrare chi sconfigge Cosa nostra”. Quel giorno della loro requisitoria nell’aula bunker del carcere di Trapani nessuno degli imputati si presentò, disertarono l’udienza.

Rino Giacalone per Libera Informazione, 23 marzo 2012

Borsellino, un altro mistero

Due mesi dopo la strage di via D’Amelio, Cosa Nostra cercò di uccidere un super poliziotto di cui il giudice si fidava molto. Lui si salvò gettandosi in mare mentre gli sparavano. Oggi i pm si chiedono se quell’attentato aveva a che fare con la trattativa fra Stato e cosche

Nell’inchiesta della Procura di Palermo sulla trattativa tra pezzi infedeli dello Stato e la mafia entra un altro mistero siciliano: la vicenda dell’attentato fallito, nel 1992, contro Rino Germanà, un poliziotto che aveva lavorato per anni con Paolo Borsellino.

Proprio in quella terribile estate del ’92 il magistrato antimafia aveva cercato inutilmente di richiamare Germanà al suo fianco, poco prima di essere ucciso in via D’Amelio. Borsellino fu ammazzato il 19 luglio e l’attentato a Germanà avvenne il 14 settembre a Mazara del Vallo, dove era stato appena trasferito.

Per chiarire i retroscena dei mesi che precedettero e seguirono le stragi di Giovanni Falcone e di Borsellino, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo pochi giorni fa hanno interrogato Germanà.

I pm di Palermo hanno chiesto a Germanà di rileggere le sue indagini alla luce delle ultime risultanze investigative, sul ‘dialogo’ aperto da politici ed esponenti delle forze dell’ordine con i boss.

Partendo dall’ultima, delicata inchiesta, che Germanà aveva condotto su un tentativo di condizionare i componenti del collegio giudicante di un processo per mafia e che potrebbe aver provocato il suo ‘strano’ trasferimento.

Nel giugno del ’92, infatti, Germanà venne incaricato di indagare su pressioni denunciate da due alti magistrati di Palermo per pilotare il verdetto del processo per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Un tentativo condotto dal notaio Pietro Ferraro che spendeva il nome di Vincenzo Inzerillo (senatore Dc eletto nel collegio di Brancaccio a Palermo e poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) e del potente ministro Calogero Mannino (che pochi giorni fa ha ricevuto dai pm di Palermo un avviso di garanzia per l’ipotesi di reato di «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario», il reato che racchiude la trattativa con la mafia).

Germanà non è un poliziotto qualunque e la sua carriera professionale lo dimostra: dirigente del commissariato di Mazara dal 1984 al 1987, diventa capo della Squadra mobile di Trapani nel 1987 proprio nei giorni in cui Borsellino assume l’incarico di procuratore di Marsala. Magistrato e investigatore lavorano insieme, in quegli anni, a tante indagini delicate su mafia, massoneria, riciclaggio di denaro, l’omicidio di Mauro Rostagno.
Ed è grazie a Germanà che viene fuori alla fine degli anni Novanta lo spessore criminale dell’allora trentenne Matteo Messina Denaro, il boss di Castelvetrano oggi «re» dei latitanti di Cosa nostra.

Un curriculum professionale brillante, quello di Germanà, che conosce un improvviso stop nel giugno del ’92, proprio quando il poliziotto, che è stato nel frattempo trasferito alla Criminalpol, deposita il rapporto investigativo sul tentativo di condizionare il verdetto per l’omicidio del capitano Basile, con i nomi dei politici in evidenza. E’ appena avvenuta la strage Falcone, Borsellino è già procuratore aggiunto a Palermo e ha annunciato a Germanà che vuole utilizzarlo alle sue dipendenze per le indagini antimafia del suo ufficio. Ma proprio in quei giorni Germanà viene convocato a Roma, al ministero degli Interni; ed è in quei giorni che viene trasferito a Mazara del Vallo per dirigere, di nuovo, il commissariato: in pratica, una retrocessione.

Borsellino resta senza parole davanti a quella decisione che espone a gravi rischi il poliziotto. E il 4 luglio, a Marsala, dove è andato per incontrare i vecchi colleghi della Procura, Borsellino ripete pubblicamente a Germanà che chiederà il suo ritorno immediato a Palermo.

Quindici giorni dopo però Borsellino muore nella strage di via D’Amelio. E il 14 settembre, mentre Germanà in auto torna a casa per la pausa pranzo, un commando di killer di Cosa nostra tenta di farlo fuori a colpi di mitra Kalashnikov.

Per ucciderlo si muovono le prime linee di Cosa nostra: Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro. Ma Germanà, che si accorge dallo specchietto retrovisore della sua auto di essere seguito, schiva i proiettili, risponde al fuoco, e si salva gettandosi in mare.

Umberto Lucentini per L’Espresso, 20 marzo 2012