Gli obiettivi di Cosa Nostra dal ’91 a oggi

Cosa nostra, a partire dal 1991-92, si propose tre obiettivi: eliminare fisicamente gli avversari e gli “amici” ormai inservibili, tutti politici colpevoli di non aver rispettato i patti; giungere, a suon di bombe, all’ abrogazione dell’ ergastolo, della normativa sui collaboratori di giustizia, sul sequestro dei beni e sul regime carcerario di cui all’ articolo 41 bis dell’ ordinamento penitenziario, attraverso una trattativa con lo Stato; propiziare un nuovo assetto politico-istituzionale del Paese, più sicuro e affidabile per l’ organizzazione, battendo diverse strade: creazione di un movimento indipendentista e/o appoggio a nascenti realtà politiche. Con queste prospettive sviluppò rapporti con referenti istituzionali nel quadro di un progetto criminale aperto che attuò nel biennio 1992-93. Una strategia unitaria che ha visto l’ organizzazione impegnata anche fuori dal territorio siciliano e verso obiettivi inediti per il suo passato: musei e chiese, oltre a politici, magistrati, poliziotti, ufficiali dei carabinieri, giornalisti, collaboratori di giustizia. Furono perpetrati cinque fra attentati e omicidi nel 1992 (le stragi di Capaci e di via D’ Amelio, gli omicidi di Salvo Lima, di Ignazio Salvo e dell’ ispettore Giovanni Lizzo), quattro nel 1993 e un attentato nel 1994 (a Formello, diretto a colpire Salvatore Contorno). I processi celebrati e le indagini progressivamente espletate hanno fornito elementi per ritenere sussistente una forte interdipendenza tra quegli eventi delittuosi.
L’ idea di colpire il patrimonio monumentale dell’ Italia germoglia e si attua sin dal 1992. Basti pensare alla collocazione della bomba da mortaio, contenente esplosivo ad alto potenziale, nei giardini di Boboli, annessi a Palazzo Pitti, a Firenze nell’ ottobre ’92. La decisione di colpire il giornalista Maurizio Costanzo risaliva agli inizi del ’92, anche se l’ esecuzione dell’ attentato fu rimandata al maggio del ’93. I delitti vennero rivendicati nella quasi totalità dalla sedicente “Falange armata”. L’ accelerazione dell’ esecuzione della strage di via Mariano D’ Amelio, il progetto di attentato nei confronti di Pietro Grasso, l’ arresto di Salvatore Riina con le sue singolari anomalie, la riunione operativa del primo aprile ’93 (in un villino di proprietà di Vasile, a Santa Flavia, ove il comando generale di Cosa nostra decideva il via libera alla nuova stagione delle stragi) scaturiscono, dipendono o si accostano alla genesi e al progredire delle trattative o ipotesi di trattative frattanto avviate dagli appartenenti all’ organizzazione con esponenti e rappresentanti delle istituzioni, nel quadro di iniziative politiche. Lo stesso ministro dell’ Interno, il 7 settembre 1992, faceva riferimento in sede parlamentare a segnalazioni di diverse fonti circa ulteriori iniziative terroristiche clamorose. Il divenire criminale ha prodotto un’ azione eversiva e terroristica che oggettivamente ha contribuito a disarcionare le classi dirigenti e creato le condizioni per l’ affermazione di forze politiche nuove capaci di riportare stabilità e sicurezza tra i cittadini. Alcuni momenti nevralgici di quella stagione di sangue rimangono, nonostante le indagini e i processi celebrati, ancora oscuri. Si pensi al ritrovamento di un’ auto piena di esplosivo a circa cento metri da palazzo Chigi, in via dei Sabini, nelle vicinanze di piazza Colonna, proprio nella giornata della festa della Repubblica, azione rivendicata dalla Falange armata, mai entrata nei racconti dei collaboratori di giustizia. Sono stati registrati accadimenti inquietanti correlativamente all’ esecuzione di vari delitti rientranti nel programma cospirativo. I riferimenti sono al misterioso guasto, apparentemente senza spiegazione, al centralino di Palazzo Chigi (ove si era insediato il premier Carlo Azeglio Ciampi nel maggio di quell’ anno) dalle 0,22 alle 3,02 del 28 luglio ’93, allorquando i telefoni della presidenza del Consiglio rimasero isolati, in coincidenza con l’ intervallo di cinquanta minuti in cui avvennero le due esplosioni a Roma (a piazza San Giovanni in Laterano e dinanzi alla chiesa di San Giorgio al Velabro) e una a Milano (di fronte al Padiglione di arte contemporanea). Quest’ ultima – è stato raccontato – fu messa in atto per fare un favore a persone che si stavano interessando per far uscire di prigione i mafiosi. Poco chiara è rimasta la sparizione dell’ agenda dell’ Arma dei Carabinieri che Paolo Borsellino portava sempre con sé, nonché le causali e le modalità di cancellazione dell’ agenda elettronica (che, dalle annotazioni rilevate, può farsi risalire a un periodo immediatamente antecedente o successivo alla data della strage) e il mancato rinvenimento della “ram card” del databank Casio nella disponibilità di Giovanni Falcone. Oscuro risulta l’ interesse di appartenenti alla massoneria al trasferimento di Giovanni Falcone dagli uffici giudiziari palermitani; il rinvenimento di un biglietto, ove erano riportati un numero di telefono e una sede del Sisde nella zona teatro dell’ agguato di Capaci (dati in qualche modo riaffiorati nelle investigazione sulla strage di via Fauro); il tardivo affiorare di ricordi su incontri intercorsi nel giugno ’92 tra Borsellino e ufficiali del Ros. La singolare coincidenza temporale tra l’ arrivo in Sicilia di Paolo Bellini e la sua presa di contatto con Antonino Gioè, nel mentre era impegnato nella fase preparatoria della strage del 23 maggio ’92. Alcuni quesiti sono rimasti senza risposta. Come mai l’ attentato fallito a Maurizio Costanzo, in via Fauro, fu attuato proprio il 14 maggio 1993, due giorni dopo l’ insediamento del governo Ciampi, quale esordio dell’ ondata stragista di quell’ anno? Vi furono ragioni ulteriori, che indussero a colpire il giornalista, rispetto alla vendetta per le trasmissioni tenute contro la mafia? Per quale motivo, poi, l’ attentato programmato per domenica 31 ottobre ’93, con autobomba parcheggiata in via dei Gladiatori a Roma, a due passi dallo stadio Olimpico (fallito a causa del mancato funzionamento del congegno di attivazione) non venne più rimesso in cantiere sino all’ inizio del ’94, allorché venne fatto ritrovare l’ esplosivo a Capena? Come mai l’ offensiva stragista si fermò, senza che l’ obiettivo dell’ abolizione del regime carcerario di cui all’ articolo 41 bis dell’ ordinamento penitenziario, indicato dai collaboratori di giustizia che hanno contribuito a ricostruire parte delle dinamiche esecutive e deliberative degli attentati del 1993, non fosse stato raggiunto? Quale furono gli ulteriori scopi perseguiti dai vertici dell’ organizzazione e con chi furono condivisi? In ultima analisi, occorre chiedersi quale fu la prospettiva connessa all’ ideazione dell’ attacco frontale allo Stato da parte dei vertici di Cosa nostra. Hanno agito d’ intesa sin dall’ inizio dell’ elaborazione e dell’ attuazione del programma, o con la speranza di trovare consensi da parte di altri soggetti in corso d’ opera, aspettativa alimentata dai segnali giunti da ambienti istituzionali con i quali erano entrati in contatto? Qual è la reale dinamica e il significato ultimo delle trattative di cui hanno riferito collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè, membri della commissione provinciale di Palermo? Si tratta di interrogativi la cui risposta richiede un rinnovato impegno investigativo unitario, che denotano una carenza conoscitiva non accettabile in un Paese democratico e che non possono essere lasciati al lavoro degli storici. La nostra Nazione, che si scandalizza per l’ ammissione alla detenzione domiciliare del pentito Enzo Salvatore Brusca e che rimane indifferente alla concessione di permessi premio al detenuto modello Leonardo Greco, è matura e pronta per la verità e a raccogliere seriamente l’ invito del capo dello Stato a fare luce su tutto?

Luca Tescaroli per La Repubblica, 1 giugno 2003

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