Ricatti di mafia – Gli attentati del ’93 furono fermati quando lo Stato tolse all’improvviso il carcere duro a 140 boss

Adesso c’è la prova. La prova della trattativa tra Stato e mafia iniziata nei primi anni Novanta. E a trovarla, nascosta nei documenti della Direzione amministrativa penitenziaria (Dap), è stato Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino morto d’infarto il 17 aprile scorso, appena due mesi prima che scadessero i termini della sua quarta indagine sui mandanti a volto coperto delle bombe di Cosa Nostra dell’estate 1993.

Secondo quanto “L’espresso” è in grado di rivelare, Chelazzi aveva acquisito al Dap la copia dei fascicoli relativi a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ai quali, tra il 4 e il 6 novembre di dieci anni fa, il ministero di Grazia e Giustizia revocò improvvisamente e imprevedibilmente il regime – del carcere duro, cosiddetto 41 bis.
Chelazzi si era reso conto dell’importanza di quei documenti non appena era riuscito a stendere una cronologia completa di tutti gli attentati (falliti e portati a termine) da Cosa Nostra. La svolta nell’inchiesta, che vede indagato solo l’ex senatore Dc Salvatore Inzerillo, era arrivata ragionando sulla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993.

Quel giorno un commando di sole quattro persone posteggiò in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplose, e la Thema rimase lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa. Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia.

Poi, con la scoperta della revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno cominciato a capire. Non per niente tutti gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, dimissionario nel febbraio del ’93, perché coinvolto da Silvano Larini e Licio Gelli nello scandalo del conto Protezione; l’ex direttore del Dap Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ’93 ); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese che nell’estate ’93 era diventato vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.

Punto di partenza degli interrogatori, un assunto ormai diventato verità processuale: le stragi del ’93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, introdotto da Martelli il 19 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino.

In quei giorni Cosa Nostra, di fronte agli uomini d’onore costretti nelle supercarceri è come una belva ferita. Non sa che pesci pigliare. Poi, durante l’estate, l’idea. Un informatore del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, Paolo Bellini, spiega ai mafiosi che tradizionalmente lo Stato, quando si devono recuperare opere d’arte rubate, è disposto a trattare con la malavita e a concedere sconti di pena. Così nel novembre del ’92 un gruppo di mafiosi catanesi (uno dei quali, Salvatore Facella, recentemente pentito) lascia un proiettile di artiglieria inesploso nel giardino di Boboli a Firenze. Poi, come raccontano i collaboratori, sulla strada del ritorno uno di loro telefona all’Ansa per rivendicare l’azione. Per telefono protesta per le condizioni dei carcerati a Pianosa e all’Asinara. Ma lo fa in modo concitato, e la rivendicazione non viene ripresa.

Nelle carceri intanto cresce il malumore. Cosa Nostra progetta di uccidere un agente di custodia per ogni paese siciliano. Ma i detenuti, per timore di ritorsioni, dicono no. Il 27 aprile, oltretutto, un blitz fa saltare anche il progetto di attentato contro 12 agenti di Pianosa. L’8 maggio il Papa arriva in visita in Sicilia. E, fatto senza precedenti, tuona contro Cosa Nostra lanciando un anatema agli uomini d’onore. La mafia la prende malissimo. Vuole reagire. Comincia ad accarezzare l’idea di colpire le chiese. Intanto però il 14 maggio a Roma un’autobomba esplode al passaggio della macchina di Maurizio Costanzo, che in televisione aveva osato augurare il cancro ai boss responsabili degli omicidi Falcone e Borsellino.

Il 27 maggio viene fatta esplodere un’autobomba a Firenze (cinque morti) in via dei Georgofili. È un segnale per aprire uno spiraglio di trattativa sui detenuti di Pianosa (in Toscana). Nelle carceri la tensione è sempre più alta. E i primi ad accorgersene sono i cappellani, in difficoltà per la dura presa di posizione del Papa. Monsignor Caniato, come “L’espresso” è in grado di rivelare, racconterà a Chelazzi che da loro arriva ufficiosamente la richiesta di sostituire Nicolò Amato, il direttore del Dap. Amato, che pure è un garantista doc e che già a marzo aveva chiesto al ministro Giovanni Conso di sostituire il 41 bis con forme di registrazione dei colloqui tra famigliari e detenuti, salta il 4 giugno. A Cosa Nostra non basta: Di Maggio, il nuovo vicedirettore, ha il pugno di ferro.

Il 20 luglio, oltretutto, il 41 bis viene prorogato e, fatto scoperto casualmente da Chelazzi, il Sisde (che ha buone fonti) lancia un nuovo allarme bombe. Due giorni dopo a Palermo si consegna ai carabinieri il boss Salvatore Cancemi. II capofamiglia di Porta Nuova, almeno ufficialmente, non parla di nuove stragi. Spiega solo che Provenzano ha in progetto di rapire Ultimo, l’ufficiale che il 15 gennaio ha arrestato Totò Riina. Il 27 luglio, comunque, il vicecapo del Ros Mario Mori si incontra con Di Maggio: sulla sua agenda, acquisita da Chelazzi, compare un appunto: «Di Maggio x 41 bis». Mori, interrogato l’11 aprile 2003, ha sostenuto di essere stato convocato da Di Maggio. Fatto sta che la sera del 27 esplodono un’auto a Milano (cinque morti) e due a Roma, nelle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.

L’auto di Milano, come scopre Chelazzi, non ha come obiettivo il Padiglione di arte contemporanea, dove esplode, ma il vicino Palazzo dei giornali. Solo un problema alla miccia ha costretto il commando ad abbandonarla davanti al Pac in via Palestro. E in una lettera anonima allora inviata ai quotidiani la mafia scrive: «La prossima volta faremo centinaia di vittime».

Siamo ormai sul finire dell’estate. li 12 settembre ’93 un parlamentare Dc, Alberto Alessi, che da lì a tre mesi organizzerà le prime cellule del partito di Berlusconi in Sicilia, entra all’Ucciardone e minaccia di non uscirne più fino all’abrogazione del 41 bis. Poi, dopo cinque ore, ottenuta la garanzia che il ministero esaminerà la materia, molla la presa. Quattro giorni dopo Cosa Nostra uccide padre Pino Puglisi. È un nuovo segnale alla Chiesa, al quale dovrebbe seguire, il 31 ottobre, quello ai carabinieri. Ma all’Olimpico l’automobile non esplode. Oggi, grazie a Gabriele Chelazzi e all’inchiesta su quei 41 bis revocati all’improvviso, si comincia a capire perché.

Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco per L’Espresso, 13 Giugno 2003

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