Quei dossier su Gelli & mafia sul tavolo del giudice Falcone

PALERMO – Giovanni Falcone seguiva con grande attenzione gli “affari” di Licio Gelli. Quando aveva accettato l’ incarico di direttore degli affari penali al ministero si era portato a Roma i fascicoli di una delle ultime inchieste avviate quando era procuratore aggiunto a Palermo. Quella che il 18 marzo scorso portò la Criminalpol all’ arresto di ventisei persone e alla scoperta di uno strano traffico di armi e di un nuovo canale di riciclaggio che portava da Palermo ai forzieri svizzeri attraverso la Bolivia, la Jugoslavia, il Sud America. Kalashnikov comprati da cecoslovacchi e ungheresi e pagati con cocaina, titoli di Stato per quasi 500 miliardi piazzati ai boliviani, strane transazioni in rubli acquistati dai russi al mercato nero. Sofisticatissime operazioni finanziarie internazionali sul cui sfondo appare improvvisamente il nome di Licio Gelli. Lo fanno, al telefono, i due capi di questa organizzazione individuata dagli investigatori, l’ ingegnere tedesco Ulrich Bahl, ed un trafficante di eroina palermitano, Giovanni Lo Cascio, noto massone. Telefonando a Lo Cascio da Miami, Bahl manda “i saluti di Gelli”, assicurandolo che all’ affare sono interessati “amici comuni”. E proprio seguendo Lo Cascio, nel marzo dell’ 86, gli investigatori palermitani scoprirono quel che accadeva al secondo piano di un vecchio palazzo liberty, al 391 di via Roma, nel cuore di Palermo. Il “Centro Sociologico Italiano” era in realtà la sede di una mezza dozzina di logge affiliate alla “massoneria universale di rito scozzese antico e accettato”. Scorrendo l’ elenco dei duemila iscritti alla loggia, Giovanni Falcone, allora giudice istruttore, scoprì che, tra i fratelli massoni, insieme a noti mafiosi, c’ erano anche decine di nomi della Palermo che conta. Fianco a fianco gli esattori di Salemi, i due cugini Nino e Ignazio Salvo (quest’ ultimo condannato poi al maxiprocesso) e i due Greco di Croceverde Giardini: Michele, il “papa” di Cosa Nostra e il fratello Salvatore, detto il “senatore”. Nella lista c’ erano l’ avvocato Vito Guarrasi e il vecchio editore del Giornale di Sicilia Federico Ardizzone, Joseph Miceli Crimi e Giacomo Vitale, cognato del boss Stefano Bontade, a sua volta “gran sacerdote” di una loggia che aveva sede nel cuore del suo regno, Villagrazia. Dal 1970, anno del fallito golpe Borghese, al 1979, anno del finto rapimento di Michele Sindona, fino alla stagione dei delitti eccellenti e delle stragi. Un filo ininterrotto disegna la trama del fitto intreccio tra mafia e massoneria. La loggia Camea, di via Roma 391 a Palermo, la Iside 2 del circolo Scontrino a Trapani, due inchieste finite in archivio con un dito di polvere sopra. E poi una serie di rapporti investigativi, come quello redatto nel dicembre del ‘ 90 dai carabinieri di Corleone che, impegnati a ricostruire l’ impero economico di Totò Riina, trassero da una serie di intercettazioni telefoniche la convinzione “dell’ esistenza di una o più logge di tipo massonico, segrete o meno, i cui adepti vengono di volta in volta asserviti, in relazione alla funzione pubblica o privata esercitata, alle finalità illecite perseguite”. Rapporti archiviati ed investigatori troppo zelanti trasferiti in altra sede. Proprio come il comandante della compagnia di Corleone Angelo Jannone o come il vice questore Saverio Montalbano, il capo della Squadra mobile di Trapani che, il 6 aprile dell’ 86, fece irruzione nel Circolo Scontrino sequestrando una montagna di carte, tra cui gli elenchi degli iscritti alla loggia Iside 2. Pochi giorni dopo, il capo della Squadra mobile venne prima privato delle sue funzioni, poi trasferito su richiesta dell’ allora questore Gonzales. Ufficialmente gli venne contestato “un uso improprio dell’ auto blindata”. In realtà – scrisse poi nella sua requisitoria il sostituto procuratore Franco Messina – il trasferimento di Montalbano fu un lampante esempio “della capacità di penetrazione e quindi di influenza sull’ attività della pubblica amministrazione” della loggia Iside 2. Anche a Trapani, come a Palermo, stretti dal vincolo di “fratellanza massonica” vi erano boss come Mariano Agate e politici come il deputato democristiano Francesco Canino. E alla massoneria sembrano portare le più recenti indagini sui flussi di riciclaggio degli immensi patrimoni illegali di Cosa Nostra. Quelli di Totò Riina, ad esempio. Per mesi, i carabinieri di Corleone hanno intercettato il telefono di un noto commercialista, Giuseppe Mandalari, già condannato per riciclaggio. Sarebbe lui a gestire i “movimenti” delle molteplici “società riconducibili ai corleonesi”. Nel loro rapporto i carabinieri scrivono che “Mandalari costituisce un elemento di spicco e di raccordo tra diverse logge massoniche i cui appartenenti potrebbero essere compartecipi delle molteplici attività illegali di cui si presume che Mandalari costituisca il perno principale”.

ALESSANDRA ZINITI per La Repubblica 19 agosto 1992

Annunci