Il golpe numero 4 / Verso la Terza Repubblica – Prima parte

Dice il mio amico Nando che non mi riconosce più, che nelle mie ultime note ho solo sollevato pruvulazzu (polverone) senza indicare alcun caposaldo, niente di certo, con l’unico effetto di disorientare. Lui non lo sa, ma qualche mese fa lo stesso rimprovero me l’ha mosso, in privato, un magistrato, che mi ha messo in guardia dal «confondere le idee» mie e altrui.
Mentre mi beccavo il cazziatone del mio amico Nando, uno dei miei giovani contatti di fb ha pensato di offrirmi un appiglio e di indicarmi un articolo di Lino Jannuzzi che, forse, avrebbe dovuto schiarirmi le idee e indicarmi la chiave di lettura per comprendere ciò che è successo in Sicilia nel 1992. Titolo e occhiello sono eloquenti:
Occhiello: La stagione delle stragi
Tutolo: Mafia e appalti, un dossier che scotta
Non sapeva, il mio giovane contatto, che considero Jannuzzi uno specialista della disinformazione e il solo sentirne pronunciare il nome mi provoca l’orticaria. Però bisogna leggerlo e saperlo leggere – cioè essere un minimo informati – per tentare di capire dove vuole andare a parare. Nel merito: Jannuzzi liquida la trattativa Mori-Ciancimino anticipando di 5 giorni – dal 28 al 23 giugno – l’incontro fra Liliana Ferraro e Paolo Borsellino, asserendo, sebbene in maniera falsamente sarcastica, che la prima avrebbe informato il secondo della trattativa e che al magistrato palermitano glien’è fregato così tanto che il 25 ha incontrato in segreto Mori e De Donno (vero: risulta dall’agenda del magistrato) per parlare di appalti (lo sostengono i due del Ros ed è verosimile). Dunque la strage del 19 luglio non sarebbe stata provocata dalla trattativa ma dalle indagini su mafia e appalti, la stessa che sarebbe costata la vita a Falcone. È bastato retrodatare di appena cinque giorni l’incontro casuale Borsellino-Ferraro, condendo di strategico sarcasmo il presunto contenuto del dialogo e il gioco è fatto. Poi passa a raccontare le tappe e i contenuti dell’inchiesta dei Ros su mafia e appalti, inanellando «tante di quelle cazzate ma tante di quelle cazzate, che se le cazzate fossero reati gli darebbero l’ergastolo», ho risposto al giovane suggeritore.
Bene. Siccome per me Jannuzzi è un depistatore professionista (anche se stavolta è stato abbastanza dozzinale), basterebbe invertire i fattori per avere qualche certezza: mafia e appalti, no; trattativa, sì. Semplice. Elementare. Ma ricordo anche la sua campagna a favore di Enzo Tortora, poi assolto e diventato simbolo di chi lotta per la “giustizia giusta”, e mi rendo conto che l’equazione di invertire i fattori è talmente elementare da risultare semplicistica, non semplice. Inoltre, come ho scritto in passato, la pista degli appalti non mi sembra così strampalata. Malgrado le cazzate a raffica, ha, dunque, ragione Jannuzzi?

La prima cosa che ho fatto quando hanno ammazzato Salvo Lima è stata quella di sedermi, prendere carta e penna e abbozzare una cronologia di fatti degli ultimi mesi. È il mio metodo. E non è per nulla facile. Ché in una cronologia ciò che togli può essere importante quanto ciò che metti: selezionare, scegliere, creare connessioni è esercizio di faticoso arbitrio. In quella occasione, mi soffermai su due eventi:
24 novembre 1991 – La 5a sezione penale della Cassazione conferma gli ergastoli per la strage del treno «904» (1984). Confermato il coinvolgimento di mafia, camorra ed eversione neofascista.
30 gennaio 1992 – La 1° sezione della Cassazione (presidente Arnaldo Valente) rende definitive le condanne del maxiprocesso alla mafia.
Non era mai successo che un mafioso fosse condannato all’ergastolo, ma prima Calò (strage del «904»), poi Riina, Provenzano, Santapaola e altri (maxiprocesso), sebbene latitanti, dovevano fare i conti con un inedito «fine pena: mai». Era lì la chiave di lettura, era da lì che bisognava partire se si voleva comprendere: Lima, l’uomo di collegamento tra i boss e Andreotti, era stato punito per non avere saputo garantire gli interessi di Cosa Nostra. Non c’erano altre letture possibili. Non ne vedevo. Tirava aria da resa dei conti e ricordo che, parlando con un amico parlamentare, lui ipotizzò che se il ragionamento – la resa dei conti – era corretto, il prossimo morto sarebbe stato qualcuno del fronte antimafia. Pensai a Leoluca Orlando, ma non lo dissi. Poi arrivò la strage di Capaci. E non volevo crederci. Non era possibile. Non lui. Non il «traditore».

La prima volta che ho visto Giovanni Falcone è stato verso la fine di febbraio del 1991, in un’aula di tribunale. A Catania, non a Palermo. Sedeva al banco dei testimoni. Era in corso il processo per l’omicidio del procuratore di Palermo Gaetano Costa, ammazzato nell’agosto del 1980. Non mi ero mai occupato di fatti palermitani, di storie di mafia. Troppo grandi, per me. Avevo letto cronache e libri, relazioni parlamentari e qualche atto giudiziario, ma non me ne ero mai occupato, da giornalista. Non ne avevo mai scritto. Troppo grandi, per me. Finché alcuni fatti non arrivarono nella mia città, col processo a Totuccio Inzerillo (poi assolto), presunto palo del commando mafioso che assassinò «il procuratore rosso». Già, ché Costa era una «toga rossa» ante litteram. In quei giorni, su quella stessa sedia, avevo visto sedere tutti i magistrati della Procura di Palermo del tempo di Costa, bisognava ricostruire come era stato isolato il procuratore, prima che i killer lo ammazzassero; molti sembravano seduti su una sedia di chiodi acuminati, balbettavano, accampavano scuse, tentavano di arrampicarsi sugli specchi. Anni dopo, le stesse espressioni, le ho riviste, in tv, sulle facce dei politici interrogati da Antonio Di Pietro al processo per le tangenti Enimont, a Milano.
La testimonianza di Falcone non fu di particolare utilità, ai fini processuali, lui stava all’Ufficio istruzione, quello di Rocco Chinnici (ucciso con un’autobomba nel 1983), non in Procura, dunque non sapeva chi avesse isolato Costa. In confronto ai suoi colleghi, quelli che avevo visto testimoniare nei giorni precedenti, sembrava un marziano, un gigante, uno che sprigionava autorevolezza e carisma come nessun’altro. Però di Falcone non mi fidavo. La notizia del suo trasferimento a Roma era fresca, andava a lavorare alla corte di Claudio Martelli – l’uomo politico che, nel 1987, da capolista del Psi a Palermo, aveva rastrellato i voti dei mafiosi, dividendoli coi radicali di Pannella – e di Giulio Andreotti, il politico di riferimento di Cosa Nostra. I dubbi, su Falcone, cominciai ad averli dopo l’incriminazione di Giuseppe Pellegriti, l’ex boss di Adrano che, collaborando coi magistrati di Catania, aveva aperto un uno spiraglio nel buio giudiziario che avvolgeva l’omicidio di Giuseppe Fava, il fondatore e direttore de I Siciliani, il periodico in cui dopo l’assassinio (1984) cominciai a imparare il mestiere di giornalista; «il giornale di Falcone e dei ragazzini», per dirla con le parole di Riccardo Orioles. Quella incriminazione mi spiazzò. Non riuscivo a capire: Pellegriti, insieme al neofascista stupratore del Circeo Angelo Izzo, accusava Lima di essere il mandante dei delitti Mattarella e dalla Chiesa. Plausibile, credibile. Dunque, perché lo incriminava? Nella tarda primavera del ’91, leggendo gli atti dell’istruttoria, compresi il perché: Pellegriti era stato malamente istruito da Izzo (ma chi e perché aveva imbeccato Izzo?) e aveva inanellato una serie impressionante di inesattezze che non potevano sfuggire a Falcone. Però, quando il fatto – l’incriminazione – accadde, sapevo, sapevamo solo che Pellegriti aveva accusato Lima di quei delitti. Questo era filtrato, questo avevano scritto i giornali. Ero disorientato e diffidente. Senza contare le parole sprezzanti all’indirizzo del giudice che mi toccava ascoltare, al telefono, da militanti antimafia palermitani. Mi inquietavano i palermitani. Mi inquietava Palermo e la sua cultura del sospetto rivolta contro tutto e tutti. Però «quello» aveva incriminato Pellegriti. E sull’omicidio Fava si tornava a zero. Anzi: ai depistaggi della Sicilia di Mario Ciancio.
Gli scontri di quella infausta stagione, tutti interni al «partito di Falcone e dei ragazzini», cioè al movimento antimafia, ho provato a ricostruirli in un capitolo del libro sull’omicidio di Giovanni Bonsignore (1990), scritto all’inizio del ’98 con l’amico sindacalista Toni Baldi.

Perché ammazzare Falcone, dunque? E in quel modo così fragoroso e plateale? Che poteva significare? «Il gioco grande» non era alla mia portata. Poi via D’Amelio, Ignazio Salvo e, l’anno dopo, le autobombe nel continente, fino ai 70 chili di tritolo «per uccidere il pentito Contorno» ritrovati a Roma, sulla via Formellese, il 14 aprile del 1994, il giorno prima dell’insediamento delle nuove Camere, due giorni dopo il rinvio a giudizio dei boss, a Caltanissetta, per la strage di Capaci e l’inizio del processo all’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada, a Palermo.
Del programma stragista sappiamo che fa parte di un’unica strategia («fare la guerra per poi fare la pace», diceva Riina), i cui dettagli sono stati definiti mano a mano, non attraverso una rigida pianificazione di date e bersagli. Grazie alle indagini degli investigatori e ai collaboratori di giustizia, conosciamo killer e mandanti mafiosi dell’omicidio Lima e di quello di Ignazio Salvo, della strage di Capaci e di tutti gli attentati fuori dalla Sicilia, questi ultimi commessi materialmente dallo stesso gruppo di persone. Sotto l’aspetto giudiziario, invece, non sappiamo quasi nulla della strage di via D’Amelio. Ciò che sapevamo, sulla scorta delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, è stato sbrindellato da Gaspare Spatuzza. Le nuove acquisizioni, collegate con altre acquisite in precedenza (indagini di Genchi su Sisde e dintorni), aprono scenari da «strage di Stato».
Sappiamo anche che nelle due fasi – stragi siciliane e, dopo la cattura di Riina, quelle a Roma, Firenze e Milano – ci sono stati dei «mandanti occulti», o comunque, soggetti esterni a Cosa Nostra interessati per «convergenza di interessi» alla campagna terroristica, ma, non essendo stati individuati tali soggetti esterni, non sappiamo se siano gli stessi per le due fasi.

Perché Falcone, dunque? Il movente della vendetta, senza volerlo nemmeno sminuire, non m’ha mai convinto: troppo eclatante, la strage, con una risonanza planetaria, per sperare che l’organizzazione mafiosa non avrebbe subìto pesanti ripercussioni, anche se mi rendo conto che una cosa è avere fra i piedi Falcone – con annessi il suo enorme bagaglio di conoscenze e la sua determinazione – e altra cosa è non avercelo. Secondo me, occorre anche uno scopo preventivo preciso.
Torniamo allo scenario o, per dirla con Sciascia, al «contesto»: era caduto il Muro di Berlino, lo svelamento di Gladio teneva in forte apprensione una parte delle istituzioni dello Stato (Cossiga, servizi segreti); le carte di Moro gettavano un’ulteriore luce sinistra su Andreotti; Gelli, la destra eversiva e le mafie creavano nuovi partiti politici (le leghe meridionali); i referendum di Segni e Pannella ridisegnavano la legislazione elettorale e creavano squilibri fra poteri dello Stato; l’arresto del craxiano milanese Mario Chiesa innescava lo svelamento del sistema di Tangentopoli; da quando Falcone si era insediato al ministero della Giustizia la produzione legislativa di contrasto alle mafie era diventata continua e di alta qualità.
Luca Tescaroli, pm nei processi di primo e secondo grado nonché in quello per il fallito attentato dell’Addaura, nel libro Perché fu ucciso Giovanni Falcone (Rubbettino, 2000) scrive che il movente principale della strage è stato individuato nella «costante determinazione nel contrastarla [Cosa Nostra, ndr] mostrata in tutto l’arco della sua attività professionale» a cui bisogna aggiungere «l’individuazione della finalità preventiva, connessa alla stimolazione delle investigazioni nel settore della gestione illecita degli appalti», nonché, sempre in chiave preventiva, «impedire la formalizzazione delle accuse di collusione nei confronti del funzionario di Polizia Bruno Contrada da parte di Oliviero Tognoli, prima, e di Gaspare Mutolo, poi». Infine, le visite e i colloqui in carcere fra esponenti di servizi segreti italiani e stranieri (americani e inglesi) e il boss, poi pentito, Francesco Di Carlo, nonché la visita di un massone di alto rango ad Angelo Siino – entrambi gli episodi collocati nel 1990 – come «ulteriori elementi idonei a corroborare la convergenza d’interessi di altre “entità” nell’eliminazione di Giovanni Falcone». Tescaroli, nel libro (e nella requisitoria processuale) fa anche un accenno a un ipotetico collegamento «tra le indagini di Tangentopoli e la campagna stragista, che nel processo era entrata grazie all’avvocato Carlo Palermo, legale dei familiari di Falcone. Lo intervistai nella primavera del 1995 per I Siciliani nuovi, l’ex magistrato, obiettando che a maggio non era prevedibile che l’arresto di Mario Chiesa (avvenuto il 17 febbraio) avrebbe potuto causare l’esplodere di Tangentopoli: «Non lo era, forse, per noi. Ma forse taluni soggetti, fin da allora, erano in grado di valutare i rischi connessi con la presenza di Falcone al ministero di Grazia e Giustizia, alla guida dell’ufficio che si occupava delle rogatorie all’estero (e penso, per esempio, alle richieste di accertamenti nelle banche svizzere); un “osservatorio” che gli consentiva di avere un quadro di conoscenza completo e dettagliato delle indagini in corso nelle varie procure e di svolgere un’importante attività d’impulso». Da quell’osservatorio, inoltre, Falcone avrebbe potuto mettere in connessione conti bancari nei quali si era imbattutto indagando sul riciclaggio del denaro sporco di Cosa nostra e conti bancari dei tangentisti. L’intervista si chiudeva con queste parole: «Sono convinto che i mandanti del braccio armato della mafia siano non solo siciliani e non esclusivamente mafiosi»

Sebastiano Gulisano, articolo del 2010

 

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