Il golpe numero 4 / Verso la Terza Repubblica – Seconda parte

Meno di due mesi dopo Falcone, tocca a Paolo Borsellino. Se prima era stata sventrata un’autostrada, stavolta viene sbriciolata un’intera via cittadina, pur di eliminare il magistrato. Perché? E perché l’«accelerazione» della fase esecutiva di cui parlano Brusca e Cancemi?
Borsellino, come Falcone, era un nemico storico di Cosa Nostra, il secondo della “lista nera”, intendeva capire il perché della strage di Capaci e mettere a conoscenza dei pm di Caltanissetta (titolari delle indagini) le sue intuizioni e le sue conoscenze. Aveva iniziato a interrogare i neo collaboratori Leonardo Messina, che gli aveva parlato di appalti, e Gaspare Mutolo, che gli aveva fatto il nome di Contrada: appalti (cioè rapporti fra mafia, economia e politica) e Contrada (cioè servizi segreti), due delle cause «preventive» che, secondo le ricostruzioni del pm Tescaroli erano costate la vita a Falcone. Ha dunque ragione Jannuzzi (che, peraltro, ha sempre difeso Contrada)? No, perché l’operazione che Jannuzzi e altri fanno è quella di falsare i fatti sull’inchiesta mafia-appalti iniziata nel ’90 e delegata da Falcone ai Ros, fino quasi a sostenere che alcuni magistrati della Procura di Palermo (Scarpinato, Ingroia, Lo Forte e Caselli i principali “imputati”), avrebbero volutamente insabbiato indagini per coprire il rapporto mafia-politica-affari e impedire di accertare la verità sulle stragi. Una specie di Partito dei Ros schierato, come un sol uomo, contro i magistrati più in vista della Procura di Palermo, brandendo Falcone e Borsellino come esempi da seguire (nella tomba?).
Siccome c’ero, ricordo benissimo le furibonde campagne contro il pool che istruì il maxiprocesso e ricordo altrettanto bene che fra i più accaniti c’era proprio Jannuzzi, che, quando Falcone si trasferì a Roma, scrisse sul Giornale di Napoli un memorabile editoriale intitolato «Cosa Nostra uno e due» in cui si metteva in guardia dal possibile rischio rappresentato dal fatto che Falcone e Gianni De Gennaro, potessero diventare, rispettivamente, capo della Dna e direttore della Dia: «Se le candidature andranno a buon fine, si ricostruirà, al vertice del tribunale speciale e della superpolizia, la coppia che fu la massima, e la più autentica espressione […] del “professionismo dell’antimafia”.
«È una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo e per i maxiprocessi, ha approdato al più completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro […] i maggiori responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla mafia.
«Ma non è questo il punto. Se i “politici” sono disposti ad affidare agli sconfitti di Palermo la gestione nazionale della più grave emergenza della nostra vita, è, almeno entro certi limiti, affare loro. Ma l’affare comincia a diventare pericoloso per tutti noi: da oggi, o da domani, dovremo guardarci da due “Cosa Nostra”, quella che ha la Cupola a Palermo, e quella che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto».
Questo è Lino Jannuzzi. E tanto basta a qualificarlo. Dopo – come prima – ci sono solo veleni e depistagli interessati in combutta con un’orchestra ben affiatata e tanti che, più o meno in buona fede, abboccano e fanno da coro.

Torniamo a Borsellino. Perché l’«accelerazione»? Gli interrogatori di Messina e Mutolo potrebbero bastare a giustificarla. Genchi ne è convinto e lo dice a chiare lettere nel libro Il caso Genchi (Aliberti, 2010). Dal 1998 in qua, alle possibili concause preventive della strage si è aggiunta la cosiddetta trattativa mafia-Stato, che sarebbe stata condotta dai Ros (gli stessi che indagavano sugli appalti) con Totò Riina, tramite Vito Ciancimino, il misterioso e fantomatico «signor Carlo/Franco» e Bernardo Provenzano. Con tanto di «papello» di richieste avanzate da Riina e rigettate dallo Stato, che avrebbe così provocato l’accelerazione della strage, già decisa. Anzi no. Opzione 2: Borsellino ha saputo della trattativa, si è messo di traverso ed è stato ammazzato.
Al processo di Firenze, quello per le stragi del ’93, è stato accertato che di trattative ce ne furono almeno due. Una iniziata prima della strage di Capaci, condotta da Paolo Bellini, un killer neofascista legato, fra gli altri, alla ’ndrangheta e ai servizi segreti e amico di quel Ciolini che, una settimana prima dell’omicidio Lima, anticipò ai magistrati la stagione delle stragi, racchiudendola nel periodo marzo-luglio 1992; l’altra, quella Ros-Ciancimino.
Paolo Bellini è di Reggio Emilia e la sua presenza in Sicilia, in quegli anni, è accertata fin dall’autunno del 1991, nell’Ennese, cioè nella zona in cui nello stesso periodo si tenne la riunione dei capimafia siciliani in cui fu decisa la strategia stragista, nell’ipotesi che il maxiprocesso potesse andare male, come è stato. Semplice coincidenza? Possibile.
Nello stesso periodo, fino a tutto il 1992, Bellini entra in contatto con Antonino Gioè, uno dei killer di Capaci e cugino di Francesco di Carlo, che aveva indirizzato proprio verso Gioè gli uomini dei servizi interessati ad ammazzare Falcone. Altra coincidenza? Possibile anche stavolta.
Nel luglio del ’93 Gioè, nel pieno della campagna terroristica, si suicida in carcere e lascia una lettera in cui ipotizza che «il signor Bellini» fosse «un infiltrato» dentro Cosa Nostra.
Secondo la ricostruzione dei giudici fiorentini – fonti: lo stesso Bellini, nel frattempo “pentito”; Giovanni Brusca e il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta, del nucleo di tutela del patrimonio artistico nazionale – Bellini, su mandato del maresciallo, si sarebbe rivolto ai boss per recuperare delle opere d’arte rubate; in cambio, la mafia aveva chiesto la scarcerazione di alcuni capimafia detenuti. La trattativa si protrasse per tutto il 1992, poi Bellini smise di rispondere alle sollecitazioni di Gioè. Nel corso dell’estate del ’92, inoltre, venne fuori l’idea del cambio di strategia: «Che ne direste se una mattina vi svegliaste e non trovaste più la Torre di Pisa?» Bellini attribuisce a Gioè, la minaccia; Brusca sostiene che sarebbe stato Bellini a consigliarli, buttandola lì, come ipotesi e, per meglio rendere l’idea, avrebbe aggiunto: «Se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un’altra. Se tu vai a eliminare un’opera d’arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto più della persona fisica».

La trattativa Mori-De Donno-Ciancimino. Dopo la strage di Capaci, il capitano De Donno, d’intesa col colonnello Mori e con l’assenso del generale Subranni, capo dei Ros, contatta Massimo Ciancimino e gli chiede se sia possibile incontrare don Vito. L’ex sindaco accetta, i due si studiano per un paio di mesi (due o tre incontri di un paio d’ore l’uno), finché, in agosto, non entra in scena anche Mori che getta le carte in tavola e chiede a Vito Ciancimino di fargli catturare Riina. L’ex sindaco lo manda a quel paese e la cosa finisce lì. Un mese dopo Ciancimino ci ripensa e si offre come infiltrato nel mondo degli appalti, il Ros ribadiscono che vogliono i latitanti, Ciancimino contatta Cinà, medico di Riina, e gli riferisce che i Ros intendono trattare, prima viene sbeffeggiato, poi ricontattato. A quel punto sono loro a tirarsi indietro ché, in realtà, non hanno nulla da offrire. Ma don Vito è ormai convinto a «varcare il Rubicone» e gli chiede delle mappe per potergli indicare il covo di Riina, loro gliele portano un mese e mezzo dopo, ma il giorno successivo don Vito è arrestato e finisce tutto lì. Questa, molto sinteticamente, è la versione di Mori e De Donno, coincidente col contenuto di un interrogatorio dei magistrati di Palermo e riportata in un memoriale dello stesso Ciancimino. In un ulteriore memoriale scrive che quella versione dei fatti è falsa e sarebbe stata concordata con Caselli e i Ros per tutelare la propria famiglia.
Il primo a parlare del papello è Brusca, che nell’autunno del ’96, all’inizio della sua collaborazione, rivela ai magistrati di Palermo che dopo le stragi del ’92 Riina gli disse che «quelli si sono fatti sotto e io gli ho presentato un papello di richieste». Versione ribadita in un interrogatorio, nella primavera del ’97, davanti ai pm di Caltanissetta, Palermo e Firenze. In quest’occasione, il «dichiarante» (non gli era ancora stato accordato il programma di protezione) ha anche chiarito che le stragi servivano ad «allacciare i rapporti» con lo Stato, infatti dopo è «nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello». Al processo di Firenze (gennaio ’98), ribadisce le precedenti versioni ma, incalzato dal pm, gli viene il dubbio che il papello possa essere stato consegnato prima di via D’Amelio. I giudici, al di là della sopravvenuta incertezza, rilevano la coincidenza di tempi con la ricostruzione offerta da Mori e De Donno i quali, comunque, negano di avere mai visto alcun papello. Secondo i magistrati di Firenze, le due trattative – Bellini-Gioè e Ros-Ciancimino – avrebbero convinto i capimafia che le stragi pagano e, per convincere lo Stato a tornare al tavolo della trattativa, hanno iniziato la campagna terroristica contro i monumenti.
Tornando a Brusca, nel ’99, al “Borsellino ter”, esprime nuove e inedite certezze: il papello di richieste è stato consegnato prima della strage di via D’Amelio, e, sempre prima, è arrivata la risposta negativa dello Stato. Poi la strage. Il “Brusca 1” (fino a tutto il ’98), dopo la strage di Capaci si era trasferito nel Trapanese fino all’omicidio di Ignazio Salvo, da lui commesso (17 settembre ’92), tornando poche volte a Palermo e avendo visto Riina solo due volte, fine giugno-primi di luglio e agosto; il “Brusca due” (1999) vedeva Riina quasi ogni giorno.
Ho l’impressione – solo un’impressione – che Brusca, trattato a pesci in faccia quando dice la verità (eloquente la vicenda Scarantino), si convinca che dire le cose che, secondo lui, i magistrati vogliono sentirsi dire sia più conveniente: c’è da guadagnarsi l’ingresso nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia (marzo 2000).
Dieci anni dopo arriva Massimo Ciancimino, conferma la versione di “Brusca 2” e, come per incanto, una frotta di smemorati istituzionali riconquista la memoria. Il resto è cronaca degli ultimi mesi.

Mentre Tangentopoli cominciava a emergere, le elezioni dell’aprile 1992 fanno scricchiolare il quadripartito di governo, con la Dc che per la prima volta scende sotto il 30% e il Psi che per la prima volta nell’era Craxi arretra. Di contro, c’è il tonfo del neonato Pds (16%), coi voti che migrano verso Leghe nordiste e Prc, mentre in Sicilia c’è l’affermazione della Rete che elegge 8 dei suoi 12 deputati (6 a Palermo) e 3 senatori (Palermo). Il tonfo è rinviato alla fine dell’anno, quando alla tornata di amministrative nel Nord Italia, la Dc dimezza i voti, il Psi crolla al 4% e le leghe conquistano molte città.
Il bisogno di «nuovo» passa per la riforma elettorale, necessaria dopo i referendum Segni-Pannella (prima di abolizione delle preferenze multiple, poi del sistema proporzionale) sostenuti da quasi tutti (Psi, Rete e Prc si schierano per il «no» al maggioritario) ed è un plebiscito di «sì». La propaganda del «nuovo che avanza» sostiene che basta cambiare la legge elettorale per avere stabilità di governo e la sparizione della corruzione. Non ci sono margini per ragionare, l’orchestra suona la sua musica, il megafono mediatico la propaga, la gente abbocca. Così la politica diventa roba per soli ricchi, ché «hanno i soldi e non hanno bisogno di rubare» (infatti i tangentisti erano tutti «poveri». O no?) Arriva anche la legge per l’elezione diretta dei sindaci. Fra giugno e novembre i progressisti conquistano la stragrande maggioranza delle città italiane: marzo ’94 è alle porte, la vittoria alle politiche praticamente scontata. Il sistema tengentizio è svelato, in Sicilia – dov’è arrivato Gian Carlo Caselli – si susseguono le inchieste sui «colletti bianchi», il rapporto mafia-politica-affari non è più analisi sociologica ma fatto giudiziario acclarato (esempio: Andreotti incriminato per mafia e omicidio). Trema l’Italia delle impunità, delle trame, delle stragi impunite, delle ruberie diffuse. Trema il sistema piduista. Trema il «Principe».

Quando Berlusconi è «sceso in campo» ero seriamente preoccupato. C’era un sistema di potere alle corde, gli stragisti, i tangentisti, i mafiosi e i loro amici, i servizi deviati, la cancrena di questo Paese stava emergendo tutta, tutte le coperture stavano franando. Stavolta non era Io so di Pasolini, no, stavolta c’erano anche le prove. Berlusconi rappresentava il colpo di coda di un sistema che non si rassegnava alla sconfitta. E alla galera. Nessuno, come lui, meglio di lui, avrebbe potuto raddrizzare una situazione che pareva irrimediabilmente compromessa: dal 1980 in poi (anno di nascita di Canale 5), aveva portato per mano una parte di questo Paese, gli aveva regalato sogni catodici e sogni pallonari, telenovelas e telequiz, tette e culi, sorrisi e buonumore. Tutto finto, tutto di plastica. Ma non è stato fermato: malgrado qualche pretore coraggioso, malgrado le sentenze della Corte costituzionale, protetto dal Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) ha continuato ad aggirare le leggi e la Costituzione.
Se i progressisti avessero vinto le elezioni nel ’94, come sembrava inevitabile, quel sistema sarebbe crollato miseramente e con esso il Cavaliere, che avrebbe dovuto restituire i soldi – tanti, tantissimi – alle banche, che da tempo gli stavano col fiato sul collo, il suo impero sarebbe crollato come un castello di carte. E lui sarebbe finito in galera per via degli innumerevoli reati commessi. L’unico modo per salvare se stesso e quel sistema era «scendere in campo».
Che il progetto del Cavaliere fosse in perfetta continuità col passato, oltre a emergere dal programma (praticamente copiato da quello della P2), risultava evidente dal personale politico: pezzi di loggia P2, le seconde linee di Dc e Psi (le prime erano tutte in galera o in attesa di entrarci), una spruzzata di Pli e Psdi e, soprattutto, un esercito di avvocati di tangentisti e di mafiosi al posto dei loro impresentabili clienti.
Hanno inventato un partito (cominciando nella primavera del ’92, secondo Ezio Cartotto, collaboratore di Berlusconi che ha lavorato al progetto), hanno dato in pasto alle folle «il miracolo italiano» e hanno vinto le elezioni, salvandosi dalla galera ed evitando lo sfacelo del sistema piduista ormai privo di protezioni Oltreatlantico, in seguito alla caduta del Muro di Berlino e all’elezione di Clinton, dopo 12 anni di presidenti repubblicani. Ha salvato l’Italia dalla possibile libertà, il Cavaliere. Già, salvato, ché la maggioranza degli italiani ha paura della libertà. Si sono lavati la coscienza dopo le stragi del 92-93, votando a sinistra alle amministrative (specie i siciliani), poi, un po’ il sogno del «miracolo italiano», un po’ la meschinità, un po’ gli interessi hanno fatto il resto. Sì, proprio gli interessi. Le inchieste di Milano e di Palermo (e di tante altre procure italiane), infatti, dopo avere colpito i capi (mai successo prima), scendevano giù, a cascata, colpendo interessi minuti, individuando anche le piccole illegalità, mettendo a nudo un sistema che funzionava perché si reggeva sul coinvolgimento del messo del tribunale e del funzionario dell’anagrafe, sul commercialista e sull’avvocato, sul geometra e sull’imprenditore, sull’infermiere e sul medico, sul politico e sull’amministratore, sul mafioso e sul ministro.
Avevo fifa, nel ’94. Avevo una paura fottuta. Avevo paura che se avessimo perso le elezioni sarebbe stata frustrata ogni speranza di cambiamento; avevo terrore che se avessimo vinto le elezioni avrebbero intensificato la strategia delle bombe e ci avrebbero ammazzati tutti. Ci sarebbe stata la guerra civile. La vittoria del centrodestra ha evitato la guerra civile. Anche le trattative hanno contribuito a evitarla, ché non so, non sappiamo quante ce ne siano state e chi fossero i protagonisti. Una l’ha rivelata nel 2003, intervenendo alla Camera, Luciano Violante: il centrosinistra ha promesso a Berlusconi che non sarebbero state toccate le sue tv e non ci sarebbe stata legge sul conflitto d’interessi. Ecco com’è stata ulteriormente evitata la guerra civile e instaurata la dittatura mediatica.

«E i capisaldi?», direbbe il mio amico Nando. I capisaldi sono delle mere ovvietà. Dopo la caduta del Muro il sistema di potere italiano ha cominciato a scricchiolare, a mostrare crepe, a implodere: la sentenza della Cassazione del gennaio ’92 si inscrive in tale implosione (Corrado Carnevale che non può presiedere il collegio); Tangentopoli si inscrive in tale implosione. Le bombe sono la reazione a tale implosione, il tentativo del vecchio sistema di potere – inteso come federazione di interessi economici, finanziari, politici, criminali, confessabili e inconfessabili, palesi (Fiat, ad esempio) e occulti (sistema piduista, ad esempio) – di destabilizzare per poi ripresentarsi come «il nuovo che avanza», tutto cambi perché nulla cambi. Un vero e proprio golpe dai caratteri inediti, in cui l’appropriazione del potere non avviene attraverso il push militare, ma con la promessa della salvezza dalle bombe e dalle tangenti, con l’aggiunta del «pericolo comunista», che in un Paese normale avrebbe fatto sghignazzare, mentre nell’Italia del bombardamento mediatico diventa “realtà”. Dove persino un autorevole settimanale conservatore inglese, l’Economist, viene etichettato come «di sinistra» e i gli elettori-telespettatori (definirli, definirci cittadini mi appare da presuntuosi, in tale contesto) se la bevono come fosse acqua di fonte.
Le stragi – tutte – sono state il viatico dalla «Prima» alla «Seconda Repubblica». E oggi siamo alle porte della «Terza» (Complice Firmotutto, invece di difendere la Costituzione sta sempre a dire che servono «riforme condivise»: Condivise da chi, da guardie e ladri?). Come si potrebbero interpretare altrimenti gli avvenimenti degli ultimi anni? Cosa c’è di diverso fra l’implosione del sistema incarnato dal Caf e quello del sistema berlusconiano? A volere mettere in liquidazione Berlusconi, oggi, non sono le opposizioni – stendiamo un velo pietoso, per ora, ma avremo modo di tornarci – ma un pezzo di quel sistema politico-affaristico-crimi

nale che ha puntato tutto su di lui per salvarsi dal tracollo. E che ha fatto, Berlusconi, in questi anni? Ha pensato soprattutto a se stesso – destabilizzando, per necessità prima ancora che per calcolo, quel che resta delle istituzioni democratiche – e alla sua cricca: gli affari sono diventati prerogativa di una ristretta élite; la spartizione non è più capillare come avveniva prima, niente più «tavolini» di spartizione ma una sorta di «direttorio» (la cosiddetta Protezione civile) che gestisce continue «emergenze» in favore di pochi e selezionati sodali. I finiani non ci stanno e inscenano le pantomime degli ultimi due anni; alcuni siciliani – e fra questi Dell’Utri – non ci stanno e gli tirano fra i piedi la giunta Lombardo. Secondo me, anche Massimo Ciancimino va inquadrato in questo disegno (a prescindere dal fatto che ciò che dice sia vero, verosimile o falso). Così come non ci stanno il Corriere e Confindustria (basta sbirciare, di tanto in tanto, il Sole 24 ore). E cos’è l’inchiesta calabrese sulla ’ndrangheta a Milano e in Lombardia – a Milano, non a Reggio Calabria – se non un potenziale maxiprocesso? Servirà a distogliere l’attenzione dalle “magagne” di politica, finanza e impresa o le coinvolgerà, assestando il colpo definitivo al sistema berlusconiano?
È in corso una resa dei conti fra i golpisti. Resa dei conti possibile anche grazie all’assenza di un’opposizione degna di tale nome, credibile, autorevole, portatrice di programmi e di comportamenti alternativi al berlusconismo.
4. Fine
P.s.:Non dimentichiamo che negli anni in cui il centrosinistra è stato al governo (perché, nel frattempo, la parte più “presentabile” del sistema affaristico aveva cambiato “cavallo” e si era passati dai Progressisti all’Ulivo) si è legiferato per sterilizzare gli effetti di Tangentopoli e di Mafiopoli, per salvare i malfattori, per spuntare gli strumenti di investigatori e magistrati, per imbavagliare l’informazione. Anche questo, in virtù di una qualche trattativa.
Sebastiano Gulisano, articolo del 2010
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