Una talpa istituzionale salvò Binnu Provenzano

Una talpa ha tradito i carabinieri del Ros. Bernardo Provenzano conosceva le loro mosse, scoprì presto che il boss di Caltanissetta Luigi Ilardo, con cui intratteneva una corrispondenza, era un confidente. E quando nel maggio del ’96 gli svelarono che il capitano Ultimo era vicinissimo alla sua cattura, ordinò l’assassinio di quel mafioso che faceva il doppio gioco. L’ultimo retroscena sull’imprendibile primula rossa di Cosa nostra lo svelano alcune intercettazioni che i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Giuseppe Fici hanno depositato, come nuove prove, nel processo “Grande oriente”, in corso a Palermo contro il clan bagherese di Provenzano. Una cimice piazzata dal Ros all’interno della Fiat Croma di Carmelo Barbieri, il “postino” nisseno del super latitante, condannato pochi giorni fa dal tribunale di Gela a 24 anni di carcere, ha dischiuso un mondo che sembrava impenetrabile. E dai dialoghi è spuntato pure il soprannome di Bernardo Provenzano, il “ragioniere”. Il 4 aprile del ’97, quando ancora l’indagine era in corso – il blitz scattò infatti un anno dopo – Francesco Lombardo, nipote di Piddu Madonia (il vice di Provenzano) si rivolgeva così all’amico Carmelo Barbieri: «Ieri sera mi sono visto con Lucio~e mi ha detto: l’hai saputa l’ultima di Gino? (Luigi Ilardo, ndr) No, non ho~dice a quanto pare era un confidente». L’interlocutore risponde sorpreso: «Chi Gino?». Incalza Lombardo: «Era direttamente in contatto con uno dello Sco». La notizia stava cominciando a circolare nella cosca di Provenzano, anche se le informazioni erano frammentarie. I due fanno infatti riferimento al Servizio centrale operativo della polizia e non al Ros. Ma sanno che il contatto di Ilardo era a Roma. Insiste Lombardo: «A quanto pare dice che è stato lui a fare arrestare Aiello~ è stato lui a fare arrestare Mimì~Se non lo ammazzavano questo consumava a me, a te e a tutta la nostra settima generazione e agli amici magari. Ci consumava a tutti questo~e ancora non sappiamo quello che c’è~sono rimasto come un coglione~cioè mi è crollato il mondo addosso». Barbieri vuole saperne di più. Il giorno dopo, coglie l’occasione di dare un passaggio a Giuseppe Alaimo, cugino di Piddu Madonia, ben più informato. «Vero è?», chiede. Risponde Alaimo: «Minchia~vero è~porco~quello come un pazzo fa la dentro~lui c’è l’ha detto a noi altri». Barbieri insiste: «Piddu ve lo ha detto?» Risposta: «Si, si.. come un pazzo faceva~dicono che c’è qualche verbale~come un pazzo faceva~lo capisci che mio cugino è pigliato di~che minchia si tratta di una cosa di niente? Porco~bastardo lui~lo doveva ammazzare cento anni prima. Dio~.». Le curiosità degli investigatori sono le stesse di Barbieri. E lui, infatti, insiste ancora: «Allora te lo hanno detto che l’hanno ammazzato loro?» La risposta del cugino di Piddu Madonia è la conferma: «E chi minchia è stato!» Ma tutto ciò non basta a scoprire come Provenzano abbia fatto a sapere del doppio gioco di Ilardo. Ancora una volta è Barbieri, con le sue domande, ad offrire qualche ipotesi. Il primo luglio del ’97 conversa in auto con Giuseppe Lombardo. Si chiedono da quando sia iniziata la collaborazione del capomafia con il Ros: «Mi pare strano dal ’94 – accenna Barbieri – perché altrimenti il ragioniere non glielo faceva prendere? Una volta che c’è andato~» All’indomani del blitz “Grande Oriente”, nel novembre del ’98, il colonnello Michele Riccio lo aveva già detto in un’intervista a “Repubblica”: «Una talpa ha salvato Provenzano». La conferma gli era arrivata proprio da queste intercettazioni. «Lo stesso Ilardo me lo confidò», aggiungeva l’ufficiale: «Mi aveva sempre parlato di talpe ad alto livello». Una settimana prima di essere ucciso, Ilardo si era incontrato nella caserma del Ros di Roma con i procuratori di Palermo e Caltanissetta, Caselli e Tenebra. «Un incontro propedeutico alla collaborazione», ha spiegato Riccio. Ma il 10 maggio del ’96, arrivarono prima i killer.

Salvo Palazzolo per La Repubblica del 18 giugno 2000

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