«Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano! »

L’esposto di Salvatore Fiducia è arrivato pochi giorni dopo la presentazione di un’analoga denuncia firmata dal caposcorta del pm Di Matteo Saverio Masi. Anche lui maresciallo, anche lui nei primi anni 2000 in servizio presso il nucleo investigativo dei carabinieri di Palermo. Il suo racconto è molto articolato e riguarda essenzialmente tre episodi chiave. Il primo risale all’inizio del 2001, quando Masi individua «un casolare, sito in una contrada del comune di Ciminna (Palermo), probabile rifugio del boss corleonese, di proprietà degli stessi soggetti indagati nell’ambito di separata indagine che ha portato alla scoperta di un’abitazione, luogo di incontro tra il Provenzano e il boss confidente Luigi Ilardo, la cui rilevanza penale è sottoposta a valutazione nel cosiddetto “processo Mori” in corso di svolgimento dinanzi al Tribunale Penale di Palermo».
Ilardo era un confidente del colonnello Riccio e venne ucciso da Cosa nostra pochi giorni prima di riuscire a deporre davanti ai magistrati dell’antimafia. Della sua testimonianza rimangono sei cassette audio registrate dall’ufficiale dei carabinieri prima della sua morte. Secondo la ricostruzione della Dda di Palermo già nel 1995 Ilardo era riuscito ad organizzare un incontro con Provenzano, avvisando il Ros. Ma i carabinieri guidati da Mori non approfittano dell’occasione. Ilardo verrà poi ucciso il 10 maggio del 1996.
Dunque, secondo Masi, sei anni dopo Provenzano era protetto dagli stessi soggetti che avevano garantito nel 1995 la sua latitanza; un elemento che sicuramente poteva avvalorare quella sua indagine. La sua attività viene però bloccata: «Incredibilmente», scrive Masi, «il denunciante ha avuto ordine, da parte del superiore, di interrompere le investigazioni intraprese».
Pochi mesi prima dell’arresto di Bernardo Provenzano Masi, secondo il suo stesso racconto, era di nuovo sulle tracce del boss di Corleone. Si stava occupando in particolare di Massimiliano Ficano, uomo ritenuto all’epoca vicino a Provenzano, attraverso il cognato Simone Castello. Anche in quel caso accade qualcosa di anomalo: «Per mesi le indagini sul Ficano non hanno avuto alcun esito poiché al momento dei necessari pedinamenti è stato dato ordine all’esponente (cioè all’autore dell’esposto, ndr) di interrompere l’attività».
Un terzo episodio riguarda Matteo Messina Denaro e l’inchiesta – condotta dall’allora procuratore di Palermo Pietro Grasso, succeduto a Caselli – su Michele Ajello e le talpe in Procura (l’indagine portò poi alla condanna di Salvatore Cuffaro). La segretaria di Ajello, re della sanità privata siciliana, era la sorella di Maria Mesi, ritenuta la compagna – o per alcuni la moglie – di Messina Denaro, il boss latitante dagli anni ‘90, erede di Riina e Provenzano.
Masi spiega che a lui erano state affidate le indagini sul fratello di Maria Mesi, pista che avrebbe potuto portare al super latitante. Seguendo l’automobile del suo uomo con il Gps si accorge che sostava qualche minuto in un punto tra i comuni di Bagheria e Misilmeni. Chiede ai superiori di accertare cosa vi fosse in quelle determinate coordinate. La risposta che riceve dopo qualche giorno, ricorda Masi, lo lascia sospettoso: “Non c’è nulla”, gli spiega un ufficiale. Il maresciallo non ci crede e di notte va con un collega sul luogo, per verificare personalmente. Nel punto esatto c’era un contatore dell’Enel e, pochi metri più in là, un casolare con un gruppo di persone – così scrive nell’esposto – che stavano perlustrando la zona perché probabilmente avevano percepito la sua presenza. Anche in questo caso le indagini non sarebbero proseguite.
Masi, nel descrivere quella che secondo lui era una precisa volontà da parte di alcuni ufficiali di non catturare Provenzano, ricorda poi le chiare pressioni che avrebbe ricevuto durante un’altra indagine su esponenti vicini al boss di Corleone: «Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Lo vuoi capire o no che ti devi fermare?», gli avrebbe urlato un ufficiale. Un ordine che subito dopo si trasforma in un’offerta: “Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella? Te lo diamo in tempi rapidi!».
L’attendibilità delle due denunce è ora al vaglio dei magistrati della Dda di Palermo. Il maresciallo Masi aveva già deposto nel 2010 durante il processo contro il generale Mori, raccontando di quanto gli aveva riferito il colonnello Angeli sul mancato sequestro del papello di Riina durante una perquisizione del 2005 nella casa dell’Addaura di Massimo Ciancimino. Secondo la sua testimonianza Angeli aveva avvisato il suo superiore dell’epoca che, a sua volta, avrebbe risposto bloccando il sequestro del documento.
A fine marzo, durante la requisitoria, il Pm Di Matteo si è detto sicuro dell’attendibilità di Saverio Masi su questo episodio, ritenendolo un testimone «coraggioso».
Il maresciallo, d’altra parte, nel 2009 è stato denunciato dai suoi superiori con l’accusa di tentata truffa, reato di cui sta rispondendo ora in Corte d’appello, dopo una prima condanna a otto mesi. Un episodio che, però, appare decisamente banale: Masi presentò una relazione con una sigla illeggibile di un ufficiale – falsificata secondo l’accusa – per chiedere alla polizia stradale l’annullamento di una multa ricevuta mentre con un’auto non di servizio si recava da un confidente. La sua giustificazione fu che le auto civetta dei carabinieri erano tutte ben conosciute dagli uomini di Cosa nostra e che, dunque, era indispensabile utilizzare un veicolo non riconducibile alle forze dell’ordine. Una prassi ritenuta comune a Palermo.

Articolo redazionale pubblicato sul sito manifestiamo.eu in data 15 maggio 2013

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