Provenzano, trattativa per consegnarsi. Macrì: voleva 2 milioni

Un intermediario del boss nel 2003 propose lo «scambio» all’Antimafia diretta da Vigna. Poi l’arrivo di Grasso che ritenne il personaggio un «truffatore». Nel 2006 la cattura

Bernardo Provenzano provò a trattare la propria resa con lo Stato. Lo ha accennato per la prima volta il14dicembre 2011 l’attuale capo della Direzione nazionale antimafia, Piero Grasso, in un’audizione al Csm. Ce lo conferma, aggiungendo numerosi dettagli, Vincenzo Macrì, procuratore generale di Ancona, ex sostituto in Via Giulia. Ha raccontato Grasso ai membri del Consiglio superiore della magistratura: «Quando nell’ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna, mi fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano». L’incontro avvenne un mese dopo, a novembre. «In quell’occasioneì mi si prospettò, da parte della Guardia di Finanza, questo signore che diceva addirittura di avere dei contatti con il latitante Provenzano, il quale si doveva trovare in località naturalmente non precisata ma comunque nel Lazio», ha proseguito il capo dell’Antimafia. Ma non si trattava del primo incontro tra l’informatore e i magistrati della Dna. «Feci questo colloquio investigativo – ha aggiunto Grasso -ma poi nel tempo scoprii che altri due in precedenza erano stati fatti da Vigna e dai sostituti Cisterna e Macrì». Ma per Grasso, l’uomo che sosteneva di essere in contatto col “capo dei capi” di Cosa Nostra non era affidabile: «Era più un truffatore che altro». Non è dello stesso avviso Vincenzo Macrì, che a quell’informatore aveva dato maggiore credito e che oggi racconta: «Un uomo che si presenta in Direzione nazionale antimafia dicendo di avere notizie su Provenzano non lo fa per truffare,non gioca col fuoco. Era una persona molto cauta, accorta e timorosa per la propria vita. Perché in queste faccende chi sbaglia paga».

Tutto inizia nel novembre del 2003. In via Giulia, a Roma, la Guardia di finanza porta un uomo, un informatore di cui la polizia giudiziaria si è servita in altre circostanze, che sostiene di parlare per conto di Provenzano. Pone subito una condizione: non vuole avere a che fare con magistrati palermitani. Per questo motivo l’allora procuratore capo, Pier Luigi Vigna, chiede ai sostituti Vincenzo Macrì e Alberto Cisterna (entrambi calabresi) di seguire il caso insieme a lui. Vigna sta per andare in pensione e la cattura di Provenzano sarebbe per lui la degnaconclusione di una carriera brillante. L’interlocutore che si trovano di fronte è un commercialista, un faccendiere con qualche precedente penale(ma non per reati di associazione mafiosa), che dice di poter portare gli inquirenti al latitante. Il boss di Corleone è vecchio e malato. E a quanto riferisce l’uomo portato dalle Fiamme gialle, vorrebbe “andare in pensione”, vorrebbe aprire un «tavolo di accomodamento». In poche parole: Provenzano si vuole costituire. Prima di farlo però ponealtre condizioni. «Se si fosse costituito, Provenzano avrebbe reso dichiarazioni utili alla magistratura», continua Macrì. «Ma voleva che per almeno 30 giorni non si desse notizia alla stampa. Quel periodo doveva essere utilizzato per collaborare con gli inquirenti». Non solo. Tra le richieste di Provenzano spunta anche un compenso economico. «Pose anche un’altra condizione. In cambio della sua collaborazione voleva come compensazione una somma di denaro che si aggirava intorno ai due milioni di euro», racconta Macrì. Il procuratore generale di Ancona dice di non ricordare con precisione se questa richiesta fosse stata avanza già al primo incontro. «In ogni caso – aggiunge – i colloqui sono tutti registrati e sono depositati in Dna presso l’ufficio del procuratore nazionale». La richiesta economica però mette in difficoltà i magistrati. La questione doveva essere affrontata in altra sede: o al ministero dell’Interno o presso i Servizi segreti. «Mi pare di ricordare che Vigna disse che avrebbe informato il ministero, e per correttezza anche il procuratore della Repubblica di Palermo», sostiene Vincenzo Macrì. «I Servizi diedero la loro disponibilità in linea di massima a reperire il denaro. Ma non era compito del nostro ufficio stabilire tempi e modi di un eventuale accordo. Non so con chi parlò Vigna. Il capo dei Sismi allora era Niccolò Pollari. Ma ad occuparsi di criminalità organizzata erano il colonnello Michele Ferlito e, se non sbaglio, Marco Mancini».

La trattativa si complica. Solo otto mesi dopo l’intermediario si rifà vivo. Siamo nel luglio del2004e l’informatore è di nuovo in via Giulia. Di lì a poco (il primo agosto), il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna compirà 71 anni. Un’età che significa fine del suo mandato all’Antimafia. Il secondo colloquio si conclude come il primo. È di nuovo un incontro interlocutorio, perché il faccendiere non fa altro che confermare le richieste già avanzate: denaro e segretezza. Poi l’informatore spiega come incontrare il boss sia ora diventato più complicato. Sapremo solo dopo che in quel periodo il corleonese non godeva di ottima salute. Tanto da dover subire un intervento chirurgico in un ospedale di Marsiglia, come scoperto dalla Procura di Palermo nel 2005. Il Parlamento concede una proroga a Vigna fino al primo agosto del 2005,ma questo non gli consentirà di portare a termine l’arresto. L’ultimo incontro, infatti, avviene più di un anno dopo. È il novembre del 2005. Il nuovo procuratore nazionale è Piero Grasso, arrivato un mese prima da Palermo. «Non ricordo chi ci informò della possibilità di un altro incontro. Probabilmente se ne occupò Grasso in prima persona. Che invitò i magistrati che già conoscevano a vicenda, me e Cisterna, a partecipare al colloquio», dice Macrì. In quell’occasione, Grasso chiese all’intermediario di fornire una prova biologica del boss latitante. Lo racconta lui stesso al Csm: «Quando ero procuratore a Palermo, avevamo fatto un’indagine sulla presenza di Provenzano a Marsiglia: eravamo riusciti a ottenere un frammento di un reperto medico-sanitario». In altre parole, i magistrati avevano in mano il codice biologico del boss. «Quindi, essendo in possesso di quel reperto, a colui che diceva di essere in contatto con il latitante, dissi di farci avere qualcosa: un fazzoletto, un bicchiere», aggiunge Grasso davanti alla prima commissione del Csm. «Per quanto ne so questo è l’ultimo incontro con l’intermediario», ci racconta il procuratore generale Macrì.«Quando in seguito Provenzano fu catturato non associai l’operazione a questa vicenda». Infatti pochi mesi dopo, nel marzo del 2006, il procuratore di Palermo Giuseppe Pignatone e il capo della squadra mobile Renato Cortese catturano Bernardo Provenzano. Lo stesso Pignatone in una recente intervista a «l’Espresso» ha detto che, semmai fosse esistito un “patto” questo è stato «serenamente violato da chi ha condotto le indagini che hanno portato alla cattura del boss»

Rocco Vazzana per L’Unità del 22 aprile 2012

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