L’uomo del mistero, tra mafia e logge

PALERMO – E’ un commercialista di Palermo, il suo studio è sopra gli uffici del Sisde, si chiama Piero Di Miceli. E’ stato consulente su incarico del Tribunale per le perizie sui beni di don Vito Ciancimino, per due anni ha girato in Sicilia con auto blindata e scorta. E’ lui l’ uomo misterioso che avrebbe calamitato a Palermo l’ ispettore ministeriale Vincenzo Nardi, è lui il potente personaggio intorno al quale cercava qualcosa l’ ‘ inviato’ del Guardasigilli. Il commercialista è invischiato in un’ inchiesta su ‘ Mafia affari e massoneria’ . Un anno fa era stato indagato a Caltanissetta nel contesto della strage di Capaci, poi è uscito dalle indagini. L’ ispettore del ministero, dopo due giorni di ‘ verifiche’ alla sezione fallimentare, è sceso in procura per prendere in visione il ‘ fascicolo personale’ del commercialista. E’ entrato in cancelleria, ha fatto qualche domanda a due dirigenti della Procura, è apparso molto interessato a certi numeri di telefono, ha chiesto di consultare il registro che contiene i nomi degli indagati controllati con le ‘ ambientali’ , le microspie. I due dirigenti si sono subito irrigiditi e hanno avvertito i magistrati. Il procuratore capo Caselli era fuori Palermo, il procuratore aggiunto ‘ anziano’ Vittorio Aliquò ha ricevuto nella sua stanza l’ ispettore Nardi e i tre cancellieri che lo accompagnavano nella missione. Poi, Aliquò ha chiamato l’ altro aggiunto, Luigi Croce. Dopo un colloquio con l’ ispettore ministeriale, i due magistrati hanno consegnato un rapporto al loro capo informandolo sulle richieste avanzate dall’ ispettore. La ricerca ministeriale sulle “disfunzioni” e sulle “anomalie” del Tribunale di Palermo sembrava concentrata su un’ indagine precisa: quella su un giro miliardario all’ ombra di Cosa nostra e di logge massoniche segrete. E soprattutto su quel nome: Piero Di Miceli. Un nome che è cominciato a circolare con molta insistenza in tutta Palermo all’ inizio dell’ estate del 1992. Subito dopo l’ uccisione di Falcone, i dirigenti degli uffici investigativi e giudiziari, le redazioni dei giornali, i presidenti di Camera e Senato, i capi dei gruppi parlamentari hanno ricevuto un anonimo di otto pagine che descriveva quello che era accaduto in Sicilia negli ultimi mesi e, soprattutto, quello che sarebbe accaduto poi. Tra tante storie e tanti nomi, quello di Piero Di Miceli. Fino ad allora era conosciuto come un “apprezzato professionista”. Uno che frequentava spesso il Tribunale, amico di molti magistrati, consulente di alcuni uffici giudiziari. Uno che a Palermo contava. Con tanti rapporti con uomini politici, vecchi e giovani. Poi, arrivò quella terribile lettera anonima. Che iniziava con la ‘ ricostruzione’ dell’ omicidio Lima, che raccontava le grandi manovre politiche in Italia dopo le elezioni dell’ aprile 1992, che ‘ consigliava’ ai destinatari della stessa lettera di indagare su 28 punti precisi, quasi una delega di indagine su 28 inchieste giudiziarie ancora aperte. In più parti dell’ anonimo figurava il nome del commercialista. Prima veniva presentato come “tale Di Miceli… legato ai servizi segreti e soprattutto a Riina, al quale in passato ha prestato una propria autovettura coperta da immunità diplomatica, perché egli potesse spostarsi senza pericolo nonostante la sua condizione di latitanza…”. Poi, l’ autore o gli autori della lettera anonima, dimostravano di conoscere molto meglio quel “tale Di Miceli”. E raccontavano che era stato mediatore “in un incontro tra l’ onorevole Mannino e Riina”, che “lo stesso Riina e i più importanti latitanti del suo gruppo si sarebbero fatti arrestare”, che “Falcone aveva intenzione di muovere le sue prossime indagini” proprio sulle attività del commercialista “con particolare riferimento a una costituenda società internazionale per la gestione di capitali per milioni di dollari”. In quella estate, a cavallo tra la strage di Capaci e il massacro di via D’ Amelio, il nome del commercialista diventò noto. Decine di investigatori antimafia cominciarono a studiare quell’ anonimo, decifrarono alcuni segnali, qualcuno disse che le otto pagine potevano sembrare “una forma di collaborazione”, qualcun altro parlò di depistaggio. Le indagini del Ros (Raggruppamento operativo speciale) e dello Sco (Servizio centrale operativo) sono finite in un rapporto congiunto presentato alla Procura di Palermo. Ma i misteri intorno a Piero Di Miceli sono rimasti. Prima ai giudici di Caltanissetta, poi a quelli di Palermo. Hanno avviato investigazioni che sembravano segretissime. Fino a quando è sbarcato in Sicilia quell’ ispettore del ministero. Secondo le indiscrezioni già circolate nei giorni scorsi, nella sua ‘ verifica’ l’ ispettore sarebbe andato a colpo sicuro. Sapeva quello che voleva, chiedeva cose precise, carte segrete che solo in Procura conoscevano. Chi aveva ‘ indirizzato’ così bene l’ ispettore Vincenzo Nardi? Un inquietante particolare che rivela le relazioni del commercialista palermitano è contenuto nel ‘ fascicolo personale’ che avrebbe voluto sfogliare l’ ispettore Nardi. Dentro, c’ è anche una lettera trasmessa via fax da Roma a Palermo. Firmata da un alto magistrato del ministero di Grazia e giustizia. Una lettera con una richiesta di raccomandazione: l’ alto magistrato chiedeva aiuto per far carriera dentro il ministero. La lettera era stata intercettata durante la trasmissione dagli esperti del Ros dei carabinieri e dello Sco della polizia. Il destinatario della raccomandazione era lui, il commercialista Piero Di Miceli.

Attilio Bolzoni per La Repubblica dell’11 dicembre 1994

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