Il testamento di Vito Ciancimino

PALERMO – «I carabinieri del Ros non perquisirono il covo di Totò Riina per paura di trovare documenti compromettenti relativi alla “trattativa” tra Stato e Mafia. Una “trattativa” che fu condotta tra il defunto ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, ed i vertici del Ros, l’ allora colonnello Mario Mori (adesso capo dei servizi segreti italiani) e dal capitano Giuseppe De Donno». Questo hanno dichiarato numerosi pentiti di mafia e per questa ragione il capo del Sisde Mario Mori ed il capitano “Ultimo” sono adesso imputati di favoreggiamento a Cosa Nostra nel processo che si è aperto ieri a Palermo. “Repubblica” è entrata in possesso della “trattativa”, un documento inedito scritto a mano da Vito Ciancimino. Sono 12 pagine adesso acquisite nel processo a Mori e al capitano Ultimo nelle quali l’ ex sindaco racconta come e quando cominciò la “trattativa”, con chi e quali fossero le richieste di Totò Riina e Bernardo Provenzano e le “promesse” dello Stato. Il documento è stato ritrovato il mese scorso dai carabinieri durante una perquisizione in un magazzino utilizzato dal figlio di Vito Ciancimino, Massimo, che è stato coinvolto in una indagine per riciclaggio. La “trattativa” tra Stato e Cosa nostra venne avviata nell’ estate del 1992, subito dopo le stragi di Capaci e via D’ Amelio. I carabinieri cercarono un contatto con Vito Ciancimino per evitare altre stragi e per catturare i latitanti. Nel documento l’ ex sindaco, pochi mesi dopo l’ inizio dell’ operazione, racconta che decise di collaborare con la giustizia e di dare una mano per la cattura dei latitanti «per la successione di tre fatti clamorosi: l’ assassinio dell’ on. Salvo Lima che mi ha sconvolto; la strage in cui perì Falcone che mi ha inorridito e la strage in cui perì Borsellino che mi ha lasciato sgomento». Questi fatti, scrive Ciancimino, lo indussero ad accettare l’ incontro con il colonnello Mario Mori e con il capitano Giuseppe De Donno. «Gli incontri avvennero a casa mia, in via San Sebastianello a Roma. Ero angosciato – scrive Ciancimino riferendosi alle stragi – perché vedevo lo sdegno dipinto sulla faccia dei miei figli e così manifestai al capitano De Donno la mia più ampia collaborazione, però concordammo che la mia disponibilità doveva essere trasferita a livello superiore, sul piano istituzionale». De Donno informò il colonnello Mori che s’ incontrò con Vito Ciancimino, e dopo alcuni giorni l’ ex sindaco contattò Antonino Cinà, medico ed uomo di fiducia del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Ciancimino sostiene che dopo un’ iniziale diffidenza Totò Riina lo autorizzò a “trattare” con lo Stato: «A quel punto chiamai i carabinieri i quali mi dissero di formulare (al boss, ndr) questa proposta: “Consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie”». Ciancimino scrive che all’ intermediario di Cosa nostra aveva anche fatto i nomi di coloro che “trattavano” con lui, cioè il colonnello Mori ed il capitano De Donno. E il 17 dicembre del 1992 Ciancimino ricorda di avere incontrato a Palermo l’ “ambasciatore” di Cosa nostra «dicendogli (d’ intesa con i carabinieri) una “palla” sonora, grossa come una casa, vale a dire che un’ altissima personalità politica – che non esisteva, che era un’ invenzione mia e dei carabinieri – voleva ricreare un rapporto». «Ero consapevole – scrive Ciancimino – che, se fossi stato scoperto, avrei potuto rimetterci la pelle, ma volevo così riscattare la mia vita». La “trattativa” poi si sarebbe arenata perché nel frattempo Ciancimino venne arrestato dalla polizia. Ma i pentiti raccontano che Cosa nostra fece avere a Ciancimino le richieste da fare allo Stato: eliminare l’ ergastolo, abolire il 41 bis ed altre agevolazioni ai detenuti.

Francesco Viviano per La Repubblica del 17 maggio 2005

Annunci