Trattativa. L’autogol del generale Mori

La trattativa Stato-Cosa Nostra all’epoca delle stragi del 1992 potrebbe avere un suo processo. La notizia del giorno su questo fronte mi pare, infatti, l’iscrizione nel registro degli indagati del generale Mario Mori,, del colonnello Giuseppe De Donno, dei Boss mafiosi Bernardo Provenzano e Totò Riina nonché del medico personale di quest’ultimo, Antonino Cinà, cioè l’uomo che avrebbe fatto da “ufficiale di collegamento” con don Vito Ciancimino. Che la trattativa ci sia stata è fuor di dubbio, checché ne dica il generale Mori, il punto è invece se tale trattativa (una delle tante dell’Italia repubblicana e di quel periodo) si sia sviluppata prima o dopo la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992 e, dunque, se essa abbia influito nella decisione dei boss di ammazzare Paolo Borsellino (e 5 agenti della sua scorta) a soli 57 giorni di distanza dalla strage di Capaci.
Giovanni Brusca, dopo le incertezze iniziali, a un certo punto della sua collaborazione ha collocato la consegna del «papello» – cioè l’elenco di richieste avanzate da Riina allo Stato, attraverso interlocutori a lui ignoti – a prima del 19 luglio; Massimo Ciancimino, distillando le sue dichiarazioni nell’arco di due anni, ha confermato la datazione di Brusca e ha dato nomi e cognomi agli interlocutori di Riina: Mori e De Donno, che trattavano per conto degli ex ministri democristiani Virginio Rognoni e Nicola Mancino (attuale vicepresidente del Csm). Inoltre, Ciancimino jr, ha consegnato ai magistrati una copia di quello che asserisce essere il «papello» cui era incollato un post-it vergato dal proprio defunto genitore in cui c’è scritto: «Consegnato SPONTANEAMENTE al Col. Mario Mori». Prima della strage di via D’Amelio, sostiene Jr.
Dal canto loro, Mori e De Donno (specie il primo), escludono categoricamente di essere stati protagonisti di una qualche trattativa Stato-mafia, ma di avere avuto con Vito Ciancimino solo colloqui investigativi finalizzati a raccogliere informazioni sul mondo degli appalti al fine di individuare i possibili autori e i mandanti delle stragi. Non solo. Mori è entrato in scena solo il 5 agosto e il «papello» non l’ha mai visto, ché se l’avrebbe visto avrebbe arrestato Cincimino.
Rognoni e Mancino negano con determinazione di avere mai saputo nulla di trattative.

All’udienza del 2 marzo del processo palermitano in cui il generale è imputato insieme al suo collega Obinu (altro ex ufficiale del Ros dei carabinieri), accusati di avere favorito la latitanza di Provengano, Mori ha ribadito puntigliosamente la tempistica e i contenuti dei suoi incontri con don Vito, smantellando minuziosamente – questa è la mia opinione – il castello di accuse imbastito nei suoi confronti da Massimo Ciancimino. Il generale, in aula, il 2 marzo, ha letto una memoria difensiva lunga 54 pagine (citando 20 atti giudiziari allegati ed elencati nelle ultime tre pagine; totale: 57 pagine), su cui i mezzi d’informazione hanno steso una fitta coltre di silenzio (e poi ci lamentiamo delle censure berlusconiane), ma che si può scaricare in formato pdf dal sito del Velino..
A mio parere, però, sebbene l’autodifesa di Mori sia convincente su tempistica e «papello» (ribadisco: smantella le accuse di Ciancimino jr), contiene un bell’autogol proprio sulla trattativa.
Scrive Mori: «In questo processo è stata introdotta una vicenda a sé stante, quella cioè dei rapporti intercorsi tra me, l’allora cap. Giuseppe De Donno e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
Innanzitutto preciso che io parlo di rapporti di natura confidenziale, e non già di“trattativa“, come alcuni sostengono e molti, come pappagalli, ripetono, perché se, per “trattativa”, si deve intendere che, da parte mia, magari sollecitato superiormente da qualcuno, vi fosse l’intenzione di scendere a patti con la mafia attraverso il Ciancimino, offrendo qualcosa in cambio di ipotetiche concessioni, nulla è più lontano dalla realtà, e lo dimostrerò» (pag. 1).
C’è già stata la strage di Capaci, a Palermo è in corso un processo a Vito Ciancimino per una storia di appalti al comune di Palermo, relativa al periodo della prima sindacatura Orlando (1988-1990); Mori è convinto che il movente della strage, così come di quella successiva, sia da ricercare proprio nel mondo dei lavori pubblici, un ambiente che Ciancimino – politico mafioso legato ai Corleonesi di Riina e Provenzano – conosce bene e, dunque, su proposta di De Donno, dopo avere informato il generale Antonio Subranni, comandante del Ros dei Carabinieri, decidono di tentare un approccio con don Vito.
De Donno «titolare delle investigazioni sfociate nell’inchiesta mafia-appalti, ben conosceva il ruolo di “dominus” che aveva rivestito e che ancora in parte rivestiva Vito Ciancimino nel condizionamento degli appalti pubblici e più in generale la sua funzione di cerniera tra il mondo politico-imprenditoriale e l’ambito mafioso» (pag. 4). L’ufficiale viaggia «casualmente» in aereo con Massimo Ciancimino e gli chiede se il padre sia disposto a incontrarlo; l’ex sindaco prima rifiuta, poi cambia idea. Si vedono a casa dell’ex sindaco di Palermo, a Roma, tre o quattro volte prima e dopo la strage di via D’Amelio, si studiano, finché l’ufficiale chiede a don Vito se è disponibile a incontrare un suo superiore. Risposta affermativa. «Accettai quindi l’incontro, anche se con molti dubbi sul suo buon esito, decidendo di trattare Ciancimino come una normale fonte confidenziale, seppure importante (…) Male che fosse andata avremmo potuto avere considerazioni e spunti informativi che, nella difficoltà del momento, potevano essere sempre utili. Se tutto invece fosse andato bene, sino a giungere ad una collaborazione piena, sicuramente la lotta alla mafia avrebbe effettuato un salto di qualità forse decisivo» (pagg. 6-7).
Il 5 agosto Mori è con De Donno a casa Ciancimino: «Questo primo abboccamento fu una semplice presa di contatto e servì per conoscere l’interlocutore» (pag. 6). Il 29 agosto il secondo incontro durante il quale don Vito decide di mettere le carte in tavola: «Chiese a me ed al cap. De Donno (…) cosa volevamo da lui» (pag. 7). «Partendo dalle acquisizioni raggiunte dalla nostra inchiesta su mafia e appalti e dalla convinzione, fornita da tante precedenti indagini, che Ciancimino rappresentasse lo snodo dei rapporti collusivi e criminali tra politica, imprenditoria e mafia, ero determinato ad acquisire da lui elementi che mi potessero fare progredire nelle indagini e addivenire all’identificazione di mandanti ed autori delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Feci così un quadro preoccupato della situazione a seguito delle due stragi e chiesi a Ciancimino cosa si poteva tentare per venirne a capo. Ciancimino rispose che ci avrebbe pensato su in base alle sua conoscenze di persone e cose, rimandando ad un successivo incontro, che lui stesso avrebbe fissato, le sue valutazioni.
A quel punto, seppure Ciancimino non avesse detto nulla di particolare, restava il fatto significativo che aveva ammesso di conoscere persone vicine a “cosa nostra” e se avesse portato qualche notizia, di tipo sia pure interlocutorio, si sarebbe spinto ad ammissioni da noi sicuramente sfruttabili» (pag. 7).
L’ex sindaco di Palermo muove le sue pedine quindi convoca i due ufficiali del Ros: «Il terzo incontro avvenne l’1.10.1992 (Si veda l’agenda 1992), Ciancimino ci disse che aveva preso contatto con “l’altra parte”, senza specificare l’identità dei suoi interlocutori, riferendoci che aveva riscontrato perplessità perché, avendo fatto i nostri nomi, gli era stato chiesto chi rappresentassimo. Gli risposi di non preoccuparsi, di andare avanti così» (pagg. 7-8 – tutti i grassetti di questo testo compaiono nella memoria letta e depositata dal generale Mario Mori, nell’udienza processuale del 2 marzo 2010).

L’autogol di Mori qui mi pare tanto evidente quanto clamoroso. Dunque, ricapitoliamo: Il generale considera Vito Ciancimino «una normale fonte confidenziale» e spera di approdare «a una collaborazione piena», ma intanto si accontenterebbe di «acquisire da lui elementi che mi potessero fare progredire nelle indagini e addivenire all’identificazione di mandanti ed autori delle stragi di Capaci e via D’Amelio». La «normale fonte», dal canto suo, invece di muoversi con cautela, considerando che se si venisse a sapere che è diventato un confidente dei carabinieri i boss lo ammazzerebbero senza pensarci su mezza volta, se ne va a spiattellare in giro il suo tradimento e i nomi dei suoi interlocutori, al che «l’altra parte» (cioè i Corleonesi), invece di scannarlo gli chiede «chi rappresentino» i due ufficiali. Il generale, a sua volta, lo esorta a «non preoccuparsi, di andare avanti così». Insomma: o sono tutti impazziti o la «normale fonte» – cioè uno che dovrebbe muoversi con estrema cautela, acquisire informazioni e riferirle ai carabinieri – si è trasformato in intermediario di una trattativa tra Ros e Corleonesi.

Ritengo il generale Mario Mori persona troppo intelligente per supporre che non si sia accorto di tale autogol e, dunque, mi chiedo perché l’abbia fatto. Se fosse una partita di calcio (Mario Mori vs Massimo Ciancimino), si potrebbe pensare che abbia voluto illudere l’avversario con un vantaggio iniziale per poi seppellirlo di reti (non ho contato i gol del generale, ma la partita l’ha stravinta). Però non è una partita di calcio e le parole di Mori possono benissimo concorrere a costituire le prove a suo carico nel nuovo procedimento avviato dalla procura di Palermo (senza contare quello in corso per la mancata cattura di Provenzano). Dunque, perché tale autogol? Al momento, l’unica risposta plausibile mi pare quella che il generale si sia stancato di fare da parafulmini e voglia fare intendere ai suoi interlocutori istituzionali dell’epoca che devono prepararsi ad assumersi le responsabilità che competono a ognuno, ché lui non intende fare come Contrada, non tacerà fino a condanna definitiva e anche dopo.
A scanso di equivoci, non penso che Mori e Contrada siano la stessa cosa (anche se hanno lo stesso legale): considero Contrada un uomo della mafia nelle istituzioni (anche se le istituzioni del suo tempo potevano vantare esponenti della “qualità” di Andreotti, Gava, Misasi e altri ancora); considero Mori un servitore dello Stato, anche se di uno Stato assai disinvolto nelle trattative.

Articolo di Sebastiano Gulisano pubblicato sul sito Informare Per Resistere (Notes) il 5 marzo 2010

 

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