«Noi boss pilotati dai carabinieri»

FIRENZE – “A questo punto mi dico che siamo stati pilotati solo ed esclusivamente dall’ Arma dei carabinieri”. Giovanni Brusca sgancia il siluro al termine della sua deposizione al processo per le autobombe del ‘ 93. Quattro giorni di ricostruzioni, di accuse, di sospetti concentrati soprattutto su Paolo Bellini, un pregiudicato emiliano che nel ‘ 92 tentò di infiltrarsi in Cosa Nostra e che secondo Brusca fu l’ ispiratore della strategia di attacco ai monumenti. E alla fine la bomba sui carabinieri. “Sono mie deduzioni”, precisa l’ aspirante collaboratore. E più tardi, ricondotto su binari meno sconvenienti dal suo difensore, l’ avvocato Luigi Li Gotti, spiega: “Ho sbagliato la parola. Nessuno ci ha detto: fate questo, fate quello. Siamo stati stuzzicati, giocati, strumentalizzati. Ma non c’ è stato un patto. E le mie sono deduzioni da fatti che man mano vado collegando”. Deduzioni che però non rinnega: “Dopo le stragi di Capaci e di via d’ Amelio ci sono stati dei contatti fra Cosa Nostra e lo Stato. E questo è un fatto. Allora non sapevo chi c’ era dall’ altra parte del tavolo. L’ ho scoperto poi, dai verbali del processo e dai giornali. E ho visto che dietro Paolo Bellini come dietro il papello di Riina da parte dello Stato c’ era sempre la stessa forza”. E, quando il pm Gabriele Chelazzi gli chiede quale sia l’ aspetto della stagione delle stragi che ritiene di aver meglio contribuito a far comprendere, risponde: “Le stragi del nord sembravano inizialmente una cosa diversa rispetto a quelle di Capaci e di via d’ Amelio. Ma poi – seguendo il filo di chi ci giostrava, a me e a Gioè attraverso Bellini, e dei contatti che Salvatore Riina aveva avuto con lo Stato – si è visto che la strada è stata unica”. I fatti su cui Brusca dichiara di basare le sue deduzioni riguardano da una parte le trattative fra Cosa Nostra e lo Stato dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e dall’ altra l’ arresto del capo dei capi, avvenuto a Palermo il 15 gennaio 1993. Da alcuni giorni Brusca scalpitava per parlarne. Riina fu arrestato per strada a Palermo, dopo che i carabinieri lo avevano individuato grazie alla collaborazione di Baldassare Di Maggio. “Ma Di Maggio – sostiene Brusca – poteva benissimo indicare dove Riina abitava. Conosceva il giardiniere, i Sansone (la famiglia a cui era intestata la villa dove Riina abitava con la famiglia, ndr), conosceva Salvatore Biondino. Chi eseguì l’ operazione poteva andare a prendere Riina a casa mentre dormiva. Quando viene fuori la notizia che era stato Di Maggio, abbiamo pensato che volesse prendere la taglia e che avesse fatto un accordo sottobanco con i carabinieri. E quando i carabinieri andarono a perquisire una casa vicina ci chiedevamo: cos’ è questa pupazzata? Insomma, rimasero tutti questi sospetti”. Sospetti che spingono Brusca più avanti sulla via delle deduzioni: “Poteva esserci qualche collegamento fra l’ arresto di Riina, le indagini dei carabinieri e i presunti contatti fra Riina e i carabinieri”. Il boss – sembra suggerire l’ aspirante collaboratore – potrebbe essersi consegnato in cambio di concessioni da parte dello Stato. E’ proprio sulle trattative che il ragionamento di Brusca si fa ancora più insidioso. Ha già spiegato che a suo giudizio Paolo Bellini (l’ ex compagno di carcere di Nino Gioè che nel ‘ 92 aveva cercato contatti con Cosa Nostra) era un uomo dei servizi segreti e che era stato lui ad aprire nuovi orizzonti ai mafiosi, spiegando quali enormi sconquassi avrebbe provocato un attacco ai monumenti. Con Bellini fu instaurata una trattativa per far andare agli arresti ospedalieri alcuni boss. “Allora non sapevo chi c’ era dietro Bellini. Dai verbali ho scoperto che c’ erano un maresciallo dell’ Arma e il colonnello Mori del Ros”. Negli stessi mesi Riina lo avvertì che “lo Stato si era fatto sotto” e che agli uomini delle istituzioni era stato consegnato un papello di richieste. “Non mi disse chi trattava. Io, per poco che conosco di Cosa Nostra, pensai che Riina si servisse del suo medico, il dottor Antonino Cinà, e l’ ho detto ai magistrati, di sicuro l’ ho detto al dottor Piero Grasso. In novembre leggo su “Repubblica” le dichiarazioni del colonnello Mori, che parla di una trattativa attraverso il figlio di Vito Ciancimino e il dottor Antonino Cinà”. Dietro ambedue i contatti, dunque, c’ era l’ Arma dei carabinieri. “Ci hanno giocati”, deduce Brusca. “E’ del tutto improprio che un dichiarante faccia affermazioni suppositive”, lo bacchetta a distanza il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna: “I collaboratori e a maggior ragione coloro che non sono tali ma aspirano ad esserlo debbono riferire solo fatti vissuti. All’ Arma dei carabinieri ho espresso la mia stima”. A fine udienza Leoluca Bagarella lancia il suo anatema su Brusca. “Ha lo sguardo di uomo che odia tutti. Uccide i bambini non solo con le mani ma anche con la bocca. E se c’ è qualcuno che voleva distruggere il signor Violante era proprio lui. Gli dissi: “Se lo fai sei peggio di Di Maggio”. Per questo mi odia”

Franca Selvatici per La Repubblica del 20 gennaio 1998

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