Genchi: «Stopparono le indagini e affidarono tutto ai carabinieri»

«LA TRATTATIVA c’è stata, ne sono testimone», giura Gioacchino Genchi. Poliziotto, poi superconsulente delle procure (fino al caso dell’“archivio Genchi”), lavorò alle indagini sulla strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino. «Ma fummo fermati. Arrivò l’annuncio che tutto doveva passare in mano ai carabinieri. Ci sono atti inconfutabili del ministero dell’Interno a spiegare l’operato dello Stato».

Le primissime fasi dell’indagine.

«Sin dall’immediatezza della strage l’attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l’uomo di fiducia di Totò Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a dicembre 1991».

Qual era il suo incarico allora?

«Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e la zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l’attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta».

Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?

«L’attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità delle dichiarazioni di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la “zona grigia” che aveva fatto da contorno a Cosa Nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al ministero dell’Interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di Mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni».

La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.

«La signora Borsellino, già molti anni fa, mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto».

Ma chi c’era nel Castello?

«Si era installato un gruppo di persone che erano state all’alto commissariato per la lotta alla Mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C’erano ufficiali che erano stati all’alto commissariato, dov’era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco, e altri soggetti sui quali abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D’Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l’esplosivo».

Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.

«Sì. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell’edificio, hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti».

Ma perché proprio quella zona?

«Questo è l’interrogativo. Perché quell’attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perché in via d’Amelio, dove occasionalmente si recava dalla madre? Perché in quella zona c’era quel “controllo” del territorio, perché era stato possibile eseguire un’intercettazione telefonica sul telefono della madre. E perché c’era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto».

Un’operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.

«C’è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a Cosa Nostra che si sono occupati dell’attentato. Per tutte le altre stragi di mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di com’è stato posizionato l’esplosivo, di com’è stato operato. Per via d’Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla».

La trattativa c’è stata?

«Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone-Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. Perché aveva già la squadra mobile, la criminalpol, e perché i magistrati Cardella e Boccassini sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l’inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell’Interno, senza incarico, nell’immediatezza dell’arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina».

Intervista di Marco Meduni a Gioacchino Genchi per Il Secolo XIX del 20 ottobre 2009

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