«In via D’Amelio c’erano i servizi»

Parlano Francesco Maggi, funzionario di polizia, e Diego Cavaliero, sostituto procuratore di Marsala dall’86 all’89, nel processo Borsellino Quater. Il primo ha parlato della presenza di uomini dei servizi in via D’Amelio, il secondo ha riferito della confidenza alla moglie da parte di Borsellino riguarante il generale dei carabinieri Subranni, che secondo il giudice era “punciutu”

“Devo dire, per un problema di coscienza, a distanza di 21 anni, che quando sono arrivato sul posto della strage, c’erano almeno quattro, cinque uomini dei servizi. Avevano la spilletta del Ministero dell’Interno. Era gente di Roma e non capivo che cosa facevano. Ma sono certo, perchè li conoscevo”. Lo ha detto deponendo al processo quater sulla strage di via D’Amelio, in corso di svolgimento davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta il sovrintendenti di polizia Francesco Maggi, che intervenne sul luogo dell’agguato. “Sono arrivato – ha aggiunto – quasi subito, ma le fasi erano molto concitate. Vidi i corpi dilaniati, una cosa che mi ha segnato. Non c’era più niente da fare, ma ho notato che c’erano gli uomini dei servizi segreti. E ancora oggi non mi spiego come fossero sul posto e chi li avesse avvisati in così poco tempo”. Alla domanda del Pm se conoscesse i loro nomi il teste ha risposto: “quella è gente che non dà confidenza e poi non potevo chiedergli cosa facessero lì”.

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“L’agenda rossa che utilizzava Borsellino era molto grande. Era un’agenda dell’Arma dei carabinieri dove il giudice annotava di tutto. In quell’agenda segnava tutto, in particolare iniziò a utilizzarla sempre più frequentemente dopo la morte di Falcone. Aveva delle agende che sembravano tutte uguali. Utilizzava dei segni geroglifici. Per esempio c’era un segno, una specie di chiocciola, che per il giudice significava che era andato a trovare la madre” ha aggiunto Diego Cavaliero, sostituto procuratore di Marsala dall’86 all’89, citato tra i testi del Borsellino Quater’. Il teste ha anche riferito di una confidenza, già nota, appresa da Agnese Borsellino. “Paolo avrebbe riferito ad Agnese che il generale dei carabinieri Subranni era ‘punciutu’. In quell’occasione il giudice ebbe un senso di vomito, un senso di fastidio. Confidenza che Agnese ricevette da Paolo qualche giorno prima dell’attentato, e che Agnese mi disse poco prima del matrimonio di Manfredi”.

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Cavaliero ha anche aggiunto che il giudice Borsellino non aveva un rapporto idilliaco con l’allora capo della procura di Palermo. I due erano in contrasto per la gestione del pentito Gaspare Mutolo. A scuotere il giudice fu allora anche la morte di Salvo Lima. Borsellino aveva la percezione che a Palermo stesse per succedere qualcosa di dirompente per le modalità dell’agguato perché si era in prossimità del maxiprocesso.

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Dopo la morte di Falcone “lo stato d’animo di Borsellino – ha aggiunto il teste – era tetro, non solo per la perdita dell’amico, ma anche perché aveva la consapevolezza che qualcosa era cambiato nella sua vita. Lui perse il suo punto di riferimento. La cosa fu devastante. La sua vita cambiò in maniera radicale. Ha iniziato a morire quando è morto Falcone. Sapeva che anche la sua morte era vicina”. Il teste ha anche riferito che il giudice, si infastidì particolarmente quando Manfredi commentò un servizio in televisione che parlava del fallito attentato all’Addaura e in cui era stato citato il nome di Bruno Contrada. Manfredi chiese notizie su Contrada e Paolo si arrabbiò in maniera particolare”. Cavaliero si è altresì soffermato sull’eccidio di via d’Amelio. “Il viso del giudice – ha detto – era perfettamente integro. Vidi una scarpa, sotto il citofono, credo che appartenesse a Paolo. Borsellino era molto abitudinario. Si recava dalla madre tutte le domeniche, sempre allo stesso orario, intorno alle 17”.

La Repubblica del 20 maggio 2013

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