Stato-mafia : l’ indagine bis punta sui Servizi e si riapre il mistero della Falange Armata

PALERMO – Una nuova indagine sta tornando dentro i misteri del ‘ 92-‘ 93, gli anni delle stragi che scandirono il passaggio fra la prima e la seconda Repubblica. È un’ inchiesta “bis” sulla trattativa. I procuratori di Palermo sono convinti che il dialogo segreto con i mafiosi non fu condotto solo dai politici e dai carabinieri del Ros rinviati a giudizio due giorni fa (Mancino, Dell’ Utri, Mori, Subranni, De Donno), ma anche da alcuni agenti dei servizi segreti. Per il pool di Palermo, è più di un sospetto. C’ è già una pista concreta, che vedrebbe indagato un ex dirigente dell’ intelligence in rapporti con l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino attraverso un intermediario. Nelle scorse settimane, i pm Di Matteo, Del Bene, Tartaglia e Teresi hanno mandato di gran fretta gli investigatori della Dia di Palermo nei sotterranei del palazzo di giustizia di Roma, per recuperare gli atti del processo a uno dei presunti telefonisti della Falange Armata, la misteriosa organizzazione che ai centralini delle agenzie di stampa rivendicava gli attentati del ‘ 92-‘ 93 e lanciava messaggi di terrore. I magistrati hanno sovrapposto la storia della trattativa mafia-Stato, così come emerge dalla loro inchiesta, a quella della Falange Armata. E subito le coincidenze sono apparse tante. Molti dei nomi chiamati in causa dalla Falange sono oggi i protagonisti del caso trattativa. È come se quelle due storie di un’ Italia del caos fossero in realtà la stessa storia. Con gli stessi protagonisti. Innanzitutto, Nicola Mancino, l’ ex ministro dell’ Interno che secondo la Procura sarebbe stato a conoscenza degli incontri fra gli ufficiali del Ros e l’ ex sindaco Ciancimino. Il 9 settembre ‘ 92, nelle settimane cruciali per quel dialogo, uno dei telefonisti della Falange Armata chiama l’ Ansa di Torino per criticare Mancino. Il 26 giugno, la Falange aveva chiamato l’ agenzia Ansa per minacciare di morte il ministro dell’ Interno Vincenzo Scotti. Anche quelli erano giorni cruciali: secondo i pm, Scotti stava per essere sostituito con un ministro accondiscendente alla trattativa, Mancino. La Falange torna puntuale ad aprile ‘ 93, quando è in corso un’ altra fase delicata della trattativa, per l’ ammorbidimento del carcere duro. Il primo aprile, il solito anonimo chiama l’ Ansa di Roma per minacciare il presidente della Repubblica Scalfaro e Mancino. In quei giorni, Scalfaro era stato minacciato anche da alcuni familiari di boss detenuti, con una lettera anonima, questo ha scoperto l’ inchiesta di Palermo. I pm sostengono che dopo le minacce Scalfaro avrebbe deciso di allentare la pressione nelle carceri sostituendo il direttore del Dap. Così, Nicolò Amato fu rimosso e arrivò Adalberto Capriotti. Ebbene, sovrapponendo le due storie, i magistrati si sono accorti che il 14 giugno la Falange Armata tornò a telefonare, «manifestando soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato». Il telefonista parlò di una «vittoria della Falange». Seguirono altre telefonate di minaccia a Mancino e al capo della Polizia Parisi (il 19 giugno), poi a Capriotti e al suo vice Di Maggio (il 16 settembre). Cosa era accaduto? Forse, ancora una volta, lo spiega l’ inchiesta sulla trattativa: stavano per scadere i decreti del 41 bis, c’ era un grande dibattito al ministero della Giustizia. I pm di Palermo hanno trovato quasi per caso una nota del capo di gabinetto del Dap, che consigliava di non prorogare. Era giugno.A novembre, il ministro Conso non prorogò per 400 boss, che lasciarono il carcere duro. «Fu un’ iniziativa personale», ha detto il Guardasigilli, ma i pm l’ hanno indagato. Chi c’ era dietro le telefonate della Falange? È sempre rimasto un mistero. Il pentito Filippo Malvagna ha fornito una pista: «Nella riunione di Enna in cui si decise la strategia delle stragi Falcone e Borsellino si disse di rivendicare tutti gli attentati con la sigla Falange Armata». Così è stato. Ma erano ancora i mafiosi a telefonare durante la trattativa? L’ ex direttore del Cesis, Francesco Paolo Fulci, sospettava degli uomini della Settima divisione del Sismi. Le vecchie indagini della Procura di Roma non hanno mai fatto alcun passo avanti, tranne l’ arresto di un educatore carcerario, poi assolto. Adesso, l’ inchiesta sulla Falange Armata riparte da Palermo.

Salvo Palazzolo per La Repubblica del 9 marzo 2013

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