Falange armata, mix d’ eversione e criminalità

Dopo 2 anni e una catena impressionante di delitti c’ è ancora mistero attorno alla sigla terroristica: ha esordito il 27 ottobre del 1990 con la rivendicazione dell’ omicidio di Umberto Mormile

MILANO . Una sigla, due anni di misteri. E una catena impressionante di delitti, attentati e minacce. La Falange armata ha esordito il 27 ottobre 1990 con la rivendicazione dell’ omicidio di Andrea Mormile, educatore carcerario di Opera assassinato l’ 11 aprile dello stesso anno. Un’ attribuzione in ritardo di mesi, ma che sembrava tener fede alla promessa fatta subito dopo l’ agguato: “Il terrorismo non e’ morto, vi faremo sapere poi chi siamo”. Quelle telefonate giunsero al centralino dell’ Ansa di Bologna, lo stesso dove il 5 gennaio 1991 fu trasmessa la rivendicazione di un fatto ben piu’ grave: il massacro dei tre carabinieri nel quartiere Pilastro. Oltre al nome, i due episodi sarebbero uniti da una firma inconfondibile: i killer avrebbero usato lo stesso revolver Colt 38 special. Ma la perizia sulle armi fa nascere altri sospetti e da’ il via a un’ impressionante sequenza di collegamenti. Lo zampino della Falange ricompare in tutta la stagione di fuoco dell’ Emilia Romagna. Quella degli assalti contro zingari e tunisini, quella delle uccisioni senza motivo, quella delle imprese della “Banda della Uno bianca”. La polizia scientifica ha stabilito una serie di relazioni tra le armi impiegate in questi delitti (il revolver, un fucile d’ assalto Beretta Ar 70, due pistole Beretta 98) tale da accomunare ben 14 omicidi e 33 ferimenti. L’ ultimo dei quali compiuto nell’ agosto di quest’ anno: un cassiere ridotto in fin di vita durante una rapina alla periferia di Cesena. Una citta’ dove gli assassini folli avevano gia’ colpito, minacciando anche Libero Gualtieri, ex presidente della Commissione stragi. Ma cosa si nasconde dietro la sigla? Due filoni d’ indagine paralleli di polizia e carabinieri hanno portato in cella molte persone. Per alcuni episodi e’ finita dentro la gang di Damiano Bechis, ex para’ dei carabinieri, morto in circostanze mai chiarite durante un furto a Modena. Invece per Pilastro e’ stato accusato Marco Medda, gia’ luogotenente di Cutolo e vicino ad ambienti del terrorismo nero. E l’ ombra di camorra ed eversione ricompare spesso dietro tutta la vicenda. Nonostante la raffica di arresti il mistero resta intatto. C’ e’ l’ enorme numero di avvertimenti fatti piovere in tutta Italia. Quasi sempre una voce dall’ accento tedesco, messaggi complessi, spesso legati alla condizione penitenziaria. Nella loro lista nera sono finiti politici, giudici, imprenditori e giornalisti. Ma i falangisti hanno rivendicato persino la distruzione della villa di Pippo Baudo. La voce della Falange si e’ attribuita gli attentati contro l’ “Avanti!”, contro il treno Lecce Stoccarda e infine la strage di Capaci. Ha vantato alleanze con l’ Eta. Ha telefonato dopo gli omicidi dell’ ingegner Dazzi a Massa, dell’ avvocato Fioretto a Vicenza, degli industriali Vecchi e Rovetta a Catania, dell’ avvocato Fabrizi a Pescara, del maresciallo Garau a Nuoro. Teorizza la militarizzazione del territorio, “non esistendo ne’ volonta’ politica, ne’ artifici legali e costituzionali, ne’ movimenti di opinione in grado di costringere la classe politica a darsi delle regole di moralita’ , di autorita’ e di equita’ “. Per gli inquirenti sono inattendibili: esaltati, parassiti del terrore che cercano di cavalcare avvenimenti clamorosi. Eppure Falange armata nasce dalle nebbie di un periodo cupo della nostra storia, tra il ritrovamento degli scritti di Moro e lo smantellamento della rete di Gladio; tra i delitti Livatino, Scopelliti e Grassi e l’ azzeramento dell’ Alto commissariato antimafia. Per continuare con l’ ultima stagione delle stragi siciliane e quel discusso complotto che ha messo in allarme le prefetture alla vigilia delle elezioni del 5 aprile. In questa bufera Falange ha sicuramente avuto un ruolo particolare: ha monopolizzato l’ attenzione dei mass media. Facendo chiedere piu’ sicurezza e distraendo da quello che succedeva a Sud. Un’ operazione che puo’ aver fatto comodo a molti.

Gianluca Di Feo Per Il Corriere della Sera del 28 dicembre 1992

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