«C’è la stessa mano dietro le bombe di Milano e Roma. La mafia vuole la secessione»

Giovedì 2 Settembre 1993 esce su La Stampa di Torino una significativa intervista al capo della DIA, Gianni De Gennaro, che per la sua importanza riporto integralmente :

«C’è la stessa mano dietro le bombe di Milano e Roma. La mafia vuole la secessione» Un’unica mano da Palermo a Milano. E’ la mafia che tende alla destabilizzazione. Lo sostiene Gianni De Gennaro, direttore della Dia, la nuova superpolizia antimafia.

Dottor De Gennaro, ha mai sentito parlare di super-mafia? C’è chi ipotizza la nascita di un gruppo dirigente di Cosa Nostra supersegreto che, per motivi si sicurezza interna all’organizzazione, ha scelto la linea «terroristico mafiosa», decide gli attentati ed opera tenendo all’oscuro persino i quadri intermedi.

«Credo che la cosa più importante sia intenderci su cosa vuol dire mafia. Io dico innanzitutto che tra le mafie ce n’è una che si chiama Cosa Nostra siciliana. Ebbene, aggiungo che questa è qualcosa di più rispetto a qualsiasi altra mafia. E’ l’organizzazione più pericolosa, più articolata, più in grado di esprimere una violenza criminale concepita in termini strategici. Ecco, cominciamo a core allora che l’ombra della mafia che si intravede dietro agli attentati non ha forma generica, ma la sagoma di Cosa Nostra siciliana. Questo è essenziale».

Per arrivare alla supermafia?

«Dentro Cosa Nostra siciliana esistono regole di comunicazione come quella di non mettere mai nulla per iscritto e di far circolare le informazioni tra gli affiliati con la tradizione orale. Una serie di circostanze accadute negli ultimi anni – per esempio la defezione di alcuni uomini d’onore passati sotto la protezione dello Stato – può avere indotto i vertici di Cosa Nostra a comunicare in modo ancora più riservato, a utilizzare una serie di accorgimenti per proteggere al massimo la segretezza anche all’interno degli stessi affiliati. Questo è possibile. Non ritengo probabile invece che. tutto ciò abbia potuto.generare una sorta di gruppo nel gruppo, o di gruppo segreto».

E quando, dopo attentati come quelli di Roma o Firenze o Milano, voi tecnici affermate che «non è solo mafia», cosa intendete dire esattamente?

«Dietro questi attentati si può intravedere o ipotizzare la presenza di Cosa Nostra – non della mafia in senso generico – e a fianco altre componenti criminali, di natura anche diversa dalla mafia»

Per esempio?

«Si potrebbe pensare ad alcune schegge dell’eversione di destra. Lo dico solo per esempio, a titolo indicativo e non perché abbiamo idee precise sulla natura di queste altre componenti. La Dia ha parlato di gruppi criminali non ancora conosciuti o identificati, dei quali però si avverte la presenza. Potrebbero essere altri esponenti di organizzazioni mafiose, come calabresi o i napoletani. Chi ci dice che, per operare fuori dalla Sicilia, Cosa Nostra non sia stata costretta a ricorrere al loro aiuto? Chi ci dice che non si sia creata una sinergia, per esempio, con esponenti della criminalità romana? Potrebbero essersi verificate alleanze anche con gruppi stranieri. Perché no? Basti pensare a Schaudin, criminale tedesco, esperto di esplosivi, presente nell’inchiesta, quantomeno come fornitore dei congegni elettronici nell’attentato al treno 904».

Quando la gente sente parlare di centri occulti pensa ad apparati dello Stato deviati, massoneria, servizi segreti, E’ esclusa una simile presenza?

«Gli investigatori prendono sempre in considerazione tutte le ipotesi. Non ci sono allo stato elementi di alcun tipo – per quello che ne so – che possano rivelare la presenza nelle indagini di appartenenti o ex appartenenti o personaggi gravitanti attorno a organizzazioni statuali e istituzionali»

Lei, dottor De Gennaro, ha sempre ipotizzato la nascita di una nuova strategia mafiosa inaugurata con l’assassinio di Salvo Lima, via via affermatasi con le bombe di Capaci e via D’Amelio. Ma in quei casi c’erano degli obiettivi precisi. Falcone e Borsellino nemici giurati di Cosa Nostra. La seconda fase di questa strategia – invece sembra caratterizzata da una forte vocazione terroristica, senza apparenti bersagli definiti. Come spiega tutto ciò?

«L’omicidio dell’on. Salvo Lima non è un attentato, a differenza dei delitti in cui hanno trovato la morte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La Dia ha creduto di individuare l’inizio di una nuova strategia mafiosa proprio nell’eliminazione del parlamentare palermitano e ci è sembrato che tale decisione Cosa Nostra l’abbia presa in un particolare momento: la sentenza della Cassazione che rendeva definitive le condanne del primo maxiprocesso alla mafia, lì i clan hanno cambiato registro, forse si sono convinti che era finito il tempo delle azione mirate tatticamente, come gli assassinii dei giudici Scopelliti e Saetta, uccisi proprio per evitare l’evento tanto temuto e cioè le condanne»

Ma anche a Capaci e via D’Amelio c’erano dei bersagli precisi…

«E’ vero ma abbiamo avuto anche due stragi, cioè è stata scelta l’azione terroristica. Anche per l’attentato di via Fauro siamo in presenza di una vittima designata, Maurizio Costanzo, che per fortuna si è salvata, ma abbiamo comunque una metodologia stragista. Un cambiamento più evidente lo riscontriamo in via dei Georgofili, a Firenze, e il 27 luglio a Roma e a Milano: non c’è più una vittima predeterminata, ma ci siamo imbattuti comunque in un sistema che produce panico. L’aspetto comune di questa strategia mi sembra di coglierlo nel tentativo di generare il terrore. E questo è evidente sin dall’attentato di via D’Amelio, dove è stato eliminato uno dei peggiori nemici di Cosa Nostra, ma con metodi terroristici. Supponiamo che l’obiettivo fosse stato solo quello di abbattere Borsellino per fermare le indagini su Cosa Nostra: il risultato è stato che quella strage ha provocato alla mafia più danni di quanti potevano essere i benefici ipotizzabili con l’eliminazione di un nemico scomodo. E’ logico, quindi, ritenere che l’azione andasse ben oltre l’eliminazione di Borsellino»

Puntava a benefici futuri ?

«Cosa Nostra sta vivendo una delle stagioni più difficili. Le uniche difficoltà, in passato, la mafia le aveva avute da una guerra interna clandestina e velenosa che aveva portato persino allo scioglimento delle famiglie. In questo momento, dunque, Cosa Nostra pone in gioco la propria sopravvivenza. Ha la necessità di ritrovare un suo spazio vitale, che giorno dopo giorno gli viene tolto. Lo Stato non dà dimostrazione di volersi fermare, né di voler rallentare. E per sopravvivere, Cosa Nostra deve indurre le istituzioni a recedere da questa costante, martellante azione di contrasto».

Ed è per questo che Cosa Nostra cambia il suo modo di rapportarsi con l’esterno e dalla scelta del «quieto vivere», dall’antica saggezza, passa ai metodi dei «Narcos» colombiani?

«Sì, è verosimile. Potrebbero essersi convinti che il terrore sia l’unica strada per invertire la tendenza contraria, fidando nell’effetto paura per fiaccare il consenso sociale alla linea governativa. Ma le finalità sono anche di natura più concreta e immediata, per esempio quelle di far modificare l’atteggiamento istituzionale, cambiando alcune norme di recente emanazione. Una di queste, non l’unica, mi pare possa essere l’art. 41 bis che regola le modalità di detenzione per i mafiosi. La carcerazione differenziata mette in crisi Cosa Nostra: il mafioso finalmente non comunica con l’esterno e, soprattutto, perde l’aureola di onnipotente anche tra le sbarre. Non è un caso che tra gli attentati sventati ve ne sia uno che stava per essere attuato contro 14 agenti di custodia di Pianosa. Se Cosa Nostra voleva reagire, è segno che il 41 bis non le piace».

Ma l’Italia non è la Colombia.

«Il paragone ci serve per stare in allerta: è la dimostrazione che un’organizzazione criminale può anche decidere un’aggressione violenta alle istituzioni».

Ma un’organizzazione che, come lei dice, ha capacità di elaborazione strategica e anche, per così dire, di iniziativa politica, non potrebbe scegliere una politica diversa dal terrorismo? In fondo, la mafia siciliana ha una tradizione di convivenza con le aspirazioni separatiste. E ora che dal Nord arriva il vento leghista, la mafia potrebbe cercare di trame vantaggi?

«Non so dire se in termini politici Cosa Nostra possa arrivare ad avere questo tipo di strategie. Io credo, però, che Cosa Nostra abbia la possibilità di interloquire, di interferire, contrattare e contattare componenti criminali o politiche che possano tramare piani destabilizzanti per la nostra democrazia. E’ avvenuto in passato: basta andare con la memoria a fatti processualmente acquisiti come il tentativo di golpe Borghese. A Cosa Nostra fu chiesto l’intervento dei suoi uomini a fianco dei golpisti, in cambio dell’impunità giudiziaria».

Quindi se in Italia nascesse una forza golpista, o comunque una forza che cercasse di minare l’unità nazionale, avrebbe nella mafia un naturale alleato?

«Non ho elementi per affermare che Cosa Nostra potrebbe essere un referente naturale, dico che Cosa Nostra ha già avuto l’occasione di esserlo».

E se invece si facesse più forte la spinta per la secessione – del resto teorizzata apertamente sia da parte leghista sia da nuovi movimenti che si preparano al Sud – .alla prossima campagna elettorale?

«Ecco, mi viene in mente, ancora, il tentativo separatista di Michele Sindona. Gli esempi non mancano. Ripeto, non ho elementi ben precisi, ma posso solo ribadire che la mafia, e ripeto che mi riferisco a Cosa Nostra siciliana, non è solo un’organizzazione criminale. Cosa Nostra è una forza capace di intervenire per modificare anche le realtà sociali e politiche».

Ammetterà che è difficile, dopo aver visto Riina, immaginarlo stratega di una «politica» mafiosa. A proposito, dopo il suo arresto, chi comanda nella mafia?

«Riina è uno degli uomini di Cosa Nostra. Verosimilmente è ancora il capo della commissione provinciale palermitana. Nulla fa pensare che non lo sia più. Ma non è solo lui l’organizzazione: Cosa Nostra è un organismo composito, fatto di più elementi pensanti, non necessariamente in posizioni di vertice. Abbiamo avuto esempi di uomini di Cosa Nostra, apparentemente senza potere, ma in grado di pensare e offrire all’organizzazione un contributo di idee, una specifica competenza. Quando dico questo tutti pensano a Tommaso Buscetta, “soldato semplice ma con tanto prestigio”. Ma non mi riferisco solo a lui, ce ne sono stati altri. Penso per esempio a Ignazio Salvo che non era il capo di Cosa Nostra, forse era appena capodecina, non ricordo. Però era un uomo di cultura, di grande capacità nel suo settore di intervento».

Sono evidenti – se dobbiamo credere alle carte processuali con cui i giudici hanno chiesto le autorizzazioni a procedere per Andreotti, o per Gava – anche contatti ad alto livello. Pensa che ve ne saranno ancora?

«Una precisazione preliminare: le carte processuali non fanno sentenza. Per gli esempi da lei citati esistono solo delle inchieste di cui non sappiamo quale potrà essere l’esito. Che, invece, vi siano stati contatti di Cosa Nostra con rappresentanti delle istituzioni sul suo territorio, questo è possibile e mi pare esistano già accertamenti e riscontri precisi. Mi viene in mente la vicenda di Vito Ciancimino, ma non è la sola. Quelli sono fatti già consacrati da sentenze, non l’avvio di inchieste che possono anche avere un esito negativo. Io, comunque, lascerei ogni risposta alla conclusione delle indagini».

E i pentiti? Amati da giudici ed investigatori, attaccati persino in Parlamento. Che ne pensa della loro utilizzazione?

«Il collaboratore di giustizia è uno strumento processuale. Un osservatore privilegiato che pone la sua esperienza a disposizione dello Stato. Conosce la realtà di Cosa Nostra per averne fatto parte e perciò è collaboratore essenziale. Dall’esterno possono essere conosciute alcune azioni delittuose ma nessun investigatore, da solo, avrebbe mai potuto ricostruire la vita della mafia, i fatti interni dell’organizzazione, la struttura, la gerarchia. Ecco il fatto destabilizzante per Cosa Nostra, essere rimasta scoperta su questo versante. Ma questo non dà al collaboratore nessuna patente di credibilità aprioristica. E’ solo un momento dell’indagine che, solo dopo una serie di altri atti, può assurgere alla dignità di prova. E’ anche vero che può esserci stata una non corretta interpretazione del ruolo del pentito, come è altresì vero che una non completa conoscenza dei fatti, qualche volta, ha portato a giudizi non benevoli verso i collaboratori».

Pensa ad un episodio specifico?

«Mi riferisco a quello che si è letto sui giornali italiani a proposito della presunta non credibilità espressa nei confronti dei testimoni Buscetta, Mannoia e Mutolo, dalla corte americana che giudicava il clan Cambino a New York. Questo non è vero. Era successo, invece, qualcosa di ben diverso e cioè la giuria non aveva potuto emettere un verdetto perché non aveva raggiunto l’unanimità, come prevede il sistema processuale americano. Uno dei giurati era in disaccordo ed è bastato questo per rinviare a nuovo ruolo, con un’altra giuria, la causa. Su quel giurato le autorità statunitensi nutrono sospetti di corruzione».

La Dia, polizia «specializzata» con compiti esclusivi di antimafia, funziona da più di un anno. Lo sforzo governativo è stato notevole, i risultati sono all’altezza? Avete raggiunto il «regime» che vi eravate preposti alla partenza?

«Ho già detto che la risposta istituzionale è stata ferma. Tra gli strumenti prescelti per lottare contro la mafia esiste la Dia, organismo investigativo tecnico monofunzionale, che non viene distolto da altre emergenze che non siano attinenti alla mafia. In questo, devo ammetterlo sinceramente, siamo stati aiutati moltissimo dal ministro dell’Interno, dall’attuale ministro, che ci ha messo nelle condizioni di funzionare al meglio. La Dia si è rivelato uno strumento utile perché è riuscito ad esprimere una specializzazione, una qualificazione dei propri uomini nella tecnica di penetrazione dell’organizzazione mafiosa. Oggi siamo in grado di individuare esponenti mafiosi, latitanti, ed arrivare ad intercettare le loro conversazioni nel covo clandestino, sventando o prevenendo at tentati».

Francesco La Licata per La Stampa, 2 settembre 1993

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