Quell’ attentato all’ Addaura

La mattina del 21 giugno 1989 all’ Addaura fu scoperta una borsa sportiva di plastica su una piattaforma in calcestruzzo antistante la villa abitata da Giovanni Falcone. Conteneva una cassetta metallica al cui interno erano riposte 58 cartucce del micidiale esplosivo Brixia b5 innescate da due detonatori elettrici, pronte per ricevere il segnale di scoppio. L’ agguato pianificato per il pomeriggio del 20 giugno, un martedì, non riuscì solo perché un invito a fare il bagno non venne raccolto.
L’ invito era stato rivolto da Falcone ai membri della delegazione svizzera presenti in quei giorni a Palermo: il pubblico ministero Carla Del Ponte, il giudice istruttore Claudio Lehmann, il commissario di polizia Clemente Gioia e la segretaria Tatiana Brugnetti Guglielmini. Sono trascorsi 14 anni da quel fallito attentato, da quella complessa e straordinaria partita che si giocò prima e dopo quel progetto non attuato. Le indagini e il verdetto definitivo nel merito nei confronti di 4 mafiosi, riconosciuti responsabili dell’ attentato (la corte di assise d’ appello di Caltanissetta ha deciso lo scorso 8 marzo, confermando la decisione di primo grado), hanno consentito di ottenere importanti e granitiche verità. Falcone, Carla Del Ponte e gli altri membri della delegazione svizzera dovevano essere assassinati (e pensare alla vergogna delle accuse mosse, con sadica ironia, a Falcone di aver inscenato un falso attentato per legittimare le sue aspirazioni di carriera e per accreditarsi come eroe della lotta alla mafia). Il delitto era stato ideato da esponenti di Cosa nostra per raffreddare il sistema antimafia con le sue proiezioni internazionali. Si voleva abbattere il centro propulsivo (Falcone) ed eliminare i giudici svizzeri che avevano contribuito alla saldatura collaborativa nell’ azione di contrasto al traffico di stupefacenti, organizzato dalla mafia italo-americana, e al collegato riciclaggio di flussi imponenti di denaro. Un piano assassino proteso anche a sopprimere gli unici testimoni oculari (Falcone e Del Ponte) delle accuse mosse da Oliviero Tognoli nei confronti di appartenenti ad ambienti istituzionali e, comunque, a calmierare il suo proposito di collaborazione con la giustizia che se attuato avrebbe comportato effetti devastanti. La porzione di verità emersa è connotata da vaste zone d’ ombra e lascia aperti ancora molti interrogativi, scaturenti dalla strategia criminale destabilizzante nella quale il fallito attentato si inserì. Una strategia che si mosse correlativamente a una raffinata attività di inquinamento dell’ informazione (le lettere del “Corvo”, con la ridda di accuse calunniose nei confronti di Falcone, De Gennaro e altri di aver utilizzato Salvatore Contorno come killer di Stato e le false notizie della presenza di Tommaso Buscetta a Palermo e del suo incontro con il barone Antonino D’ Onufrio) per ostacolare la corsa di Falcone alla carica di procuratore aggiunto alla Procura della Repubblica di Palermo. Secondo uno schema collaudato nei delitti di mafia, anche il bersaglio principale dell’ attentato dell’ Addaura era stato oggetto di un’ attività di delegittimazione, così come era già accaduto per l’ omicidio di Boris Giuliano (veniva insinuato che si fosse appropriato di parte dei narcodollari trafficati dalla Sicilia e gli Stati Uniti d’ America, rinvenuti in una valigia trovata a Punta Raisi), del colonnello Russo (si era diffusa la voce che avesse torturato un arrestato di mafia). In quest’ ambito si incuneano i tanti troppi quesiti irrisolti. Vi furono ulteriori ispiratori nella strage dell’ Addaura? Chi altri ebbe una convergenza d’ interessi con i vertici di Cosa nostra all’ interno delle istituzioni e nel mondo imprenditoriale verso il quale Falcone aveva dirottato il proprio interesse investigativo? Chi informò i membri del commando operativo dei movimenti e dei programmi di fare un bagno al mare (evento conosciuto solo in ambiente istituzionale e noto a pochi individui)? Di chi sono i volti dell’ entità esterna che, secondo le parole di Salvatore Biondino riferite dal collaboratore di giustizia Francesco Onorato, hanno fornito copertura a Cosa nostra in questo attentato? Come mai il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ha esplicitamente ammesso di non voler riferire tutte le sue conoscenze su quell’ attentato, avvalendosi della facoltà di non rispondere, scelta motivata dalla mancanza di fiducia in determinati «apparati dello Stato»? Perché venne posta in essere un’ azione di disturbo e di invadenza nei confronti di Giovanni Falcone da parte dell’ Alto commissariato per la lotta alla mafia e per quale ragione tale ufficio, agendo in supplenza dell’ autorità giudiziaria e ai confini delle proprie attribuzioni, condusse investigazioni volte a individuare i responsabili dell’ inoltro delle lettere del “Corvo” (il riferimento è al prelievo delle impronte di Alberto Girolamo Di Pisa, all’ incarico di consulenza di comparazione delle impronte conferito ad appartenenti al Sismi)? Cosa si nasconde dietro l’ operato del brigadiere Francesco Tumino (artificiere dei carabinieri intervenuto sul luogo) e dietro i falsi delle sue dichiarazioni? Perché sparirono parti del congegno? Quali correlazioni sono intercorse tra il fallito attentato e l’ eliminazione di Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci (avvenuta il 5 agosto 1989) e la scomparsa dell’ agente Emanuele Piazza (avvenuta il 15 marzo 1990)? Le risposte a questi interrogativi e le individuazioni delle ulteriori responsabilità a livello ideativo del delitto, che le indagini e i processi celebrati hanno consentito solo di intravedere, sono destinate a rimanere sepolte e ad allungare i tanti misteri che avvolgono la criminalità organizzata nel nostro Paese. Il tutto viene rimesso al giudizio degli storici. Vi sono, però, ragioni che consentono di attualizzare le vicende rievocate. La famigerata stagione del “Corvo” coincise con uno degli anni del ciclo basso nella lotta alla mafia, caratterizzato da una riluttanza e dal fastidio istituzionale verso la criminalità organizzata, così come accade oggi. E oggi come allora si assiste a una nuova intossicazione dell’ informazione, questa volta in una prospettiva più ampia per delegittimare la magistratura nel suo complesso. L’ informazione obbediente è stata canalizzata verso attacchi servili nei confronti di coloro che, nel pieno adempimento del loro dovere, erano proiettati a individuare responsabilità politicamente troppo scomode (così come aveva fatto Giovanni Falcone) ed è divenuta cassa di risonanza di florilegi di mendacità, quali: la finalità politica dell’ azione dei magistrati che hanno puntato il dito nei rapporti tra mafia, politica e imprenditoria rei di aver raccolto compiacenti dichiarazioni di collaboratori di giustizia; l’ esercizio di azioni penali sulla base di prove costituite esclusivamente dalle parole dei pentiti e da incerti riscontri; l’ aver processato vittime politiche, come Salvo Lima, anziché i responsabili dei delitti. Tutto ciò se è in linea con il nostro poco invidiabile passato, non fa onore alla nostra democrazia.

Luca Tescaroli per La Repubblica del 21 giugno 2003

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