Delitti eccellenti e trame di Stato

PALERMO – Dopo l’ eurodeputato Salvo Lima e l’ esattore Ignazio Salvo, anche gli ex ministri Calogero Mannino, Carlo Vizzini e l’ assessore regionale siciliano, Sebastiano Purpura, dovevano essere assassinati. A rivelarlo è Giovanni Brusca, “il macellaio” di San Giuseppe Jato che da mesi riempie pagine di verbali raccolti dalle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che stanno vagliando attentamente ogni sua parola. Allo stato Brusca, che si è accusato di oltre cento omicidi e tra questi anche quello del figlio del pentito Santo Di Matteo (sequestrato, strangolato e sciolto nell’ acido), non è ancora definito un pentito. La sua “qualifica” è quella, come ha più volte sostenuto il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, di “dichiarante”. Il boss di San Giuseppe Jato ieri è stato nuovamente interrogato in un luogo segreto dai magistrati delle tre procure; ha fatto anche altre rivelazioni relative alla mancata nomina nel 1988 di Giovanni Falcone a capo dell’ Ufficio Istruzione di Palermo. Quest’ ultima circostanza è anticipata dal settimanale Panorama. Brusca, avrebbe dichiarato che lo stop alla nomina di Falcone che doveva sostituire Antonino Caponnetto, fu “pilotata” da Cosa nostra. Allora il Consiglio Superiore della Magistratura mise a capo dell’ Ufficio Istruzione Antonino Meli. “Anche in questo caso – scrive Panorama – la mafia avrebbe utilizzato, a quanto racconta Brusca, la mediazioni di Ignazio Salvo (l’ esattore assassino nel ‘ 92) che a sua volta avrebbe sfruttato il suo rapporto con il braccio destro di Andreotti, Claudio Vitalone, il quale avrebbe potuto contare su alcuni consiglieri di sua fiducia all’ interno del Csm. Falcone fu bocciato per tre voti”. Brusca rivela anche, secondo Panorama, che nell’ agosto del ‘ 92, quando l’ allora governo presieduto da Giuliano Amato prese delle dure contromisure nei confronti dei mafiosi “contemporaneamente sarebbe partito un tentativo di trattativa tra spezzoni dello Stato e lo stesso Riina”. “Brusca sostiene che attraverso alcuni mediatori siciliani, schegge degli apparati istituzionali, forse in contatto con Andreotti – afferma Panorama – allora semplice senatore, avrebbero sondato il capo di Cosa nostra per sapere a quale prezzo sarebbe stato disposto a cessare le stragi. Riina avrebbe elaborato un “papello” e cioè un elenco di richieste: la sospensione del carcere duro, un ridimensionamento dell’ uso dei pentiti, la garanzia di aggiustare i processi”. Tornando alla strategia del terrore, Brusca, così come avevano già affermato altri pentiti sostiene che Cosa nostra, dopo la sentenza del primo ex processo decide di eliminare alcuni uomini politici. Il primo della lista fu l’ eurodeputato Salvo Lima e adesso, il boss di San Giuseppe Jato rivela che anche l’ ex ministro dc Calogero Mannino e l’ ex segretario del Psdi Carlo Vizzini, dovevano essere “ammazzati”. Anche un assessore regionale e più volte consigliere comunale Dc della corrente andreottiana, Sebastiano Purpura, che nei mesi scorsi è stato condannato a due anni di reclusione per voto di scambio, doveva essere ucciso. Le dichiarazioni di Brusca sono coincidenti con quelle di un altro protagonista della strage di Capaci, Gioacchino La Barbera, il pentito che l’ altro ieri doveva deporre all’ aula bunker di Rebibbia nel processo Falcone. La Barbera è stato rintracciato e deporrà ad ottobre prossimo. Il pentito, proprio lo scorso anno, interrogato nell’ ambito del processo per l’ assassinio dell’ eurodeputato Salvo Lima aveva affermato che “la strategia degli attentati contro gli esponenti politici fu decisa da Totò Riina”. “E, dopo l’ uccisione di Lima e le stragi di Capaci e di via D’ Amelio – ha dichiarato La Barbera – si doveva continuare con altri eclatanti omicidi, contro tutti quei politici che non avevano mantenuto le promesse. Cosa nostra si aspettava per il maxiprocesso una sentenza morbida e invece così non è stato”. Il pentito aggiunse di non sapere chi si stava “interessando” per aggiustare il processo “anche se immagino che erano dei politici”. Ma dopo la decisione della Cassazione “si decise di colpire quei cornuti, e il primo fu Lima, poi si decise per Mannino e per Andreotti che era difficile da colpire (si pensò allora ai suoi figli) e a Claudio Martelli perché Cosa nostra si era arrabbiata per il decreto che aveva fatto tornare in carcere tanti mafiosi e per l’ inasprimento del regime carcerario”. E Brusca, come detto, continua a parlare. Forse la prossima settimana i magistrati delle tre procure che lo interrogano formuleranno una prima valutazione della collaborazione offerta dal boss mafioso. I giudici avranno raccolto già elementi per stabilire l’ attendibilità del “dichiarante” Giovanni Brusca.

Francesco Viviano per La Repubblica del 20 settembre 1996

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