Quella lunga scia di morti e misteri

ROMA – Non è un gioco da ragazzi, organizzare una strage come quella di Capaci. Occorre tempismo e preparazione. E anche se il tritolo era già stato sistemato sotto il cavalcavia dell’ autostrada, come hanno fatto gli assassini a sapere quando agire? Non era un’ informazione a disposizione di tutti. Giovanni Falcone doveva partire da Roma, venerdì 22 maggio. Attese Francesca Morvillo e decise di partire il giorno dopo. Fissò un orario e lo fece slittare, perchè Francesca era in ritardo. Come facevano a sapere? La “battuta”, come si dice nel gergo di Cosa Nostra, arrivò da chi controllava l’ aereo, un Falcon affittato dai servizi segreti? O da chi seguiva in Questura i movimenti della scorta del giudice? In ogni caso, il sospetto che “non solo la mafia” abbia partecipato all’ agguato di Capaci è stato sempre presente. Oggi è diventato corposo, con il coinvolgimento di fatto di Bruno Contrada nelle inchieste per le stragi del 1992. Un coinvolgimento, ancora non giuridicamente definito, che se confermato apre altre direzioni investigative anche alle indagini sul fallito attentato dell’ Addaura contro Giovanni Falcone. Un “caso” che potrebbe aver avuto una scia di sangue in altri due misteriose morti. 19 giugno 1989. La scorta di Falcone in un’ ispezione di routine, a poche decine di metri dalla villa al mare del giudice, scopre sugli scogli dell’ Addaura un borsone da sub. Dentro il borsone, 58 candelotti di gelatina collegati a tre diversi congegni d’ innesco. Accanto, asciugamani da bagno, occhiali da sole, pinne: il credibile scenario di copertura dell’ attentato. Quel giorno Falcone aveva invitato a pranzo due giudici svizzeri, Carla del Ponte e Claudio Lemman e aveva previsto un bagno di mare prima della colazione. Un improvviso cambiamento di programma rese inutile l’ attesa del killer che, a bordo di un canotto, incrociò per più di mezz’ ora dinanzi agli scogli in attesa della sua vittima. Doveva essere lui a premere il pulsante. Falcone fu subito perentorio in un’ intervista con Paolo Graldi del Corriere della Sera: una talpa, molto addentro alle vicende giudiziarie, ha segnalato che quel giorno avrebbe pranzato con gli svizzeri all’ Addaura. E qualche giorno dopo fu ancora più esplicito: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’ impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. E’ uno scenario, quello indicato da Falcone, che trova una conferma, oggi nelle indagini della Procura di Caltanissetta, ieri nei labili legami che legano la morte di un poliziotto, Antonio Agostino, alla scomparsa di Emanuele Piazza, un agente del Sisde “in prova”, come disse il capo di allora degli 007, Malpiga. 5 agosto 1989. Nino Agostino, 28 anni, da quasi otto in polizia, stava festeggiando il compleanno della sorella Flora dinanzi al mare di Villagrazia di Carni, tra Capaci e l’ Addaura. Due giovani a volto scoperto scendono da una moto. Gli sparano. Lo mancano. Lo inseguono. Lo finiscono con la moglie Ida, 22 anni, sposata il mese prima. Un delitto incomprensibile. “Non stava seguendo nessuna indagine particolare”, dicono i suoi superiori. E allora perché lo hanno ucciso? E soprattutto perché, presagendo qualcosa, Agostino aveva scritto su un biglietto che conservava nel portafoglio: “Se mi succede qualcosa, guardate nel mio armadio”. Da quell’ armadio saltano fuori undici foglietti, ancora coperti dal segreto istruttorio. Secondo alcune fonti, raccontano la natura del suo lavoro nella polizia, le ragioni delle sue frequenti trasferte a Trapani, il perchè di un’ ammissione fatta ad un collega: “Sto lavorando per i servizi segreti”. 15 marzo 1990. Emanuele Piazza, 30 anni, ex-poliziotto, collaboratore del Sisde con il nome in codice di Topo, ritorna nella sua villa di Sferracavallo dove abita da solo con il suo mastino Ciad. Parcheggia la sua moto, una Honda 1100, va in cucina per preparare il pastone al cane. Qualcuno bussa alla porta, qualcuno che Emanuele conosce bene. Emanuele si allontana e viene inghiottito nel nulla. Che cosa intreccia la “lupara bianca” che ammazza Piazza con la calibro 38 che uccide Agostino? Tre circostanze e un quesito. La prima circostanza: i due ragazzi si conoscevano. La seconda: entrambi erano appassionati subacquei. La terza: Agostino e Piazza lavoravano nei servizi segreti. Il quesito: sono stati loro a sistemare i 58 candelotti di gelatina sugli scogli dell’ Addaura? E per conto di quale “capoccia” del nostro servizio informativo o dell’ alto commissariato antimafia dov’ erano confluiti molti 007? Le “mente raffinatissime” che avevano progettato di chiudere il conto con Falcone fin dal 1989 sono le stesse che hanno ordinato la scomparsa di tutte le testimonianze e di tutti testimoni? E’ quello che stanno cercando di accertare anche i giudici di Caltanissetta che all’ inizio dell’ anno hanno acquisito gli atti delle due inchieste. Un fatto è comunque certo: in molti, troppi “delitti eccellenti” c’ è una talpa che allerta gli assassini. Accade il 21 giugno del 1979. Boris Giuliano, il capo della squadra mobile, non era abituato a prendere il caffè al bar Lux, sotto casa. Quel giorno esce in anticipo. Chi aspetta al bar mentre il solitario killer gli scarica alle spalle quattro colpi? E chi avvertì i killer che Ninni Cassarà, ancora un capo della squadra mobile di Palermo che, dopo tre settimane di vita randagia, di notti in questura, di pranzi saltati, stava finalmente ritornando a casa?

Giuseppe D’Avanzo per la Repubblica del 21 maggio 1993

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