«Riina trattò con lo Stato»

CALTANISSETTA – Dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio Totò Riina “presentò il papello”, una sorta di conto e condizioni e “qualcuno si fece vivo”.
Riina insomma, dopo i due attentati, avrebbe intrapreso una trattativa con settori delle istituzioni. Lo ha affermato in alcuni interrogatori ai magistrati delle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze l’ aspirante pentito Giovanni Brusca che oggi dovrebbe deporre nel processo per la strage di Capaci. Secondo Brusca gli attentati di Falcone e Borsellino “si dovevano fare, però l’ occasione fu sfruttata a livello politico per dire: se non la smettete ora noi continuiamo a fare altre stragi e secondo me è nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello”. Le stragi, secondo Brusca, furono un mezzo per “allacciare i rapporti”, anche se l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata già decisa da tempo.
“Si è fatto come si suol dire – afferma Brusca – un viaggio e due servizi”. Il boss di San Giuseppe Jato ha poi sostenuto che Riina aveva deciso di eliminare Falcone subito dopo la strage dell’ 83 dove rimase ucciso il giudice Rocco Chinnici, capo dell’ ufficio istruzione di Palermo. Brusca aggiunge che l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata deliberata da Riina durante una riunione con i cugini Nino ed Ignazio Salvo. L’ aspirante pentito sostiene inoltre di aver appreso da Totò Riina che Bernardo Provenzano o qualcun altro, gli avevano chiesto di uccidere Falcone mentre il giudice si trovava a Roma. Il boss ha aggiunto che Provenzano, tramite l’ ex sindaco Vito Ciancimino aveva pensato di far trasferire nella capitale Falcone perché lì sarebbe stato più facile assassinarlo. “Ma Riina, a tutti i costi, voleva uccidere Falcone a Palermo, come se – afferma Brusca – fosse una sfida”. E riferendosi alla strage di Capaci dove Brusca ebbe un ruolo operativo, il boss ha detto che subito dopo l’ attentato si incontrò con il pentito Salvatore Cancemi. Insieme ad altri guardavano la televisione ed appresero che Falcone era “finalmente” morto. “Alla notizia della sua morte Cancemi – afferma Brusca – cominciò a sputare verso il televisore dicendo: ‘Finalmente questo cornuto (Falcone, ndr) la finisce di fare l’ esperto’ “. Parlando del maxiprocesso Brusca afferma di aver appreso da Riina che c’ era un interesse politico che mirava ad ottenere dalla Cassazione una sentenza sfavorevole per Cosa Nostra. “Questo interesse faceva capo a Falcone e a Martelli e a proposito di quest’ ultimo Riina diceva che con quest’ atteggiamento Martelli voleva rifarsi una verginità”. Brusca aggiunge che “Andreotti e i socialisti e per essi Martelli, avevano fatto la stessa manovra, prima avevano preso i voti da Cosa Nostra e poi, per rifarsi una verginità, avevano cominciato a fare cose che ci danneggiavano”. Sull’ omicidio dell’ eurodeputato Salvo Lima e di Ignazio Salvo Brusca sostiene che si voleva colpire Andreotti che, sia pure “indebolito dall’ omicidio Lima stava tentando di riprendersi e rientrare in gioco”. “Quando venne ucciso Lima – ha aggiunto Brusca – noi sapevamo che Andreotti aveva intenzione di candidarsi a presidente della Repubblica e l’ omicidio fu proprio un chiaro messaggio finalizzato a ostacolare questa intenzione”. Intanto ieri, nel processo al senatore Giulio Andreotti, i giudici hanno depositato le dichiarazioni di altri pentiti di mafia: Toni Calvaruso, Vincenzo Sinacori e Salvatore Cucuzza. Sinacori sostiene che Andreotti regalò al genero di Salvo, Tani Sangiorgi, in occasione del suo matrimonio, un vassoio d’ argento. Ma Sangiorgi, quando apprese delle indagini su Andreotti, lo avrebbe fatto sparire.

Francesco Viviano per La Repubblica del 27 marzo 1997

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