Una minaccia chiamata Borsellino

AGRIGENTO – Mercoledì 29 luglio il capo della procura di Agrigento ha raccolto le sue carte, le onorificenze incorniciate e appese nell’ ufficio, e ha lasciato la città. Il giorno precedente aveva ricevuto un ordine specifico dal Csm: “Da domani lei prende servizio a Caltanissetta, corte d’ Appello”. Un procedimento nei confronti di Giuseppe Vaiola, originario di Palma di Montechiaro, una tranquilla carriera a Sciacca, la città di Calogero Mannino, era aperto ormai da un anno. E gli elementi raccolti dal Consiglio superiore della magistratura avevano portato alla decisione di un trasferimento “per incompatibilità ambientale e funzionale”. Per oltre un anno dunque una delle procure più esposte della Sicilia era rimasta, ed è tuttora, sostanzialmente acefala. A tenere aperti gli uffici, assumendosi responsabilità ed impegni gravosi, tre sostituti: la dottoressa Romagnoli, una volenterosa uditrice di prima nomina, arrivata da Bologna nella primavera del ‘ 91 alla quale fu subito affidata la difficilissima inchiesta sulla Banca di Girgenti e sulle connessioni oscure del gruppo Dominion; il vicentino Stefano Manduzio (che avendo 34 anni ha avuto il ruolo di “sostituto anziano”), e il dottor Miceli, che quando era in servizio in pretura fu protagonista di scontri con gli ambientalisti sull’ abusivismo nella Valle dei Templi. Ma quando la Procura non funziona, anche la polizia giudiziaria si ferma. E l’ assenza dello Stato, nella zona scelta da Cosa Nostra per rafforzare nelle complicità anche politiche e nel silenzio generalizzato la propria struttura colpita altrove, è stata certamente un’ assenza drammatica, ma forse anche un’ assenza colpevole. All’ uccisione dei giudici Saetta e Livatino è seguita la chiamata al ministero di Grazia e giustizia di uno dei magistrati più preparati: Roberto Saieva lavora a Roma, sperando di poter essere ancora utile alla sua terra. I boss mafiosi, affinché non avesse alcun dubbio sulla serietà delle minacce che cominciarono a rivolgergli sette mesi dopo la morte di Livatino, le accompagnarono ad un segnale inequivocabile: nelle stesse ore fu presa a colpi di martello e di punteruolo la lastra di marmo sulla tomba di Livatino. Era la notte fra il 22 e il 23 aprile dell’ anno scorso. “Un sacrilegio, cento avvertimenti” dissero a Canicattì. Saieva lasciò Agrigento mentre colui che aveva firmato la sentenza ordinanza del processo ai boss mafiosi, Fabio Salamone, era già passato all’ uffico del Gip. C’ era voluto Paolo Borsellino, per riportare uno spiraglio di fiducia, fra i pochi volontari che ancora cercano di rappresentare le istituzioni nel contesto più inquinato di tutta la Sicilia. La Direzione distrettuale antimafia lo aveva portato ad occuparsi proprio, negli ultimi tre mesi di vita, di tutta la regione fra Trapani e Agrigento. In che modo la bomba di via D’ Amelio può esser collegata a queste indagini, alle rivelazioni dei pentiti su questa zona rimasta vergine di Cosa Nostra? Fabio Salamone è un uomo alto e grosso, che nasconde con un velo di ironia il nervosismo e le preoccupazioni. “Uno degli obiettivi principali dell’ Organizzazione – spiega – è l’ autoconservazione. Se ciò è vero, allora la possibilità che si cominciasse a scardinare il muro del segreto sulla zona dell’ agrigentino rimasta la più coperta, rappresentava per tutta l’ Organizzazione il pericolo più serio”. ‘ Sconquasso al vertice’ Il giudice che condivise le analisi e il lavoro di Livatino, di Saieva e di Salvatore Cardinale, riassume in poche e semplici parole la situazione interna di Cosa Nostra: “Il processo dei 114 portò il primo sconquasso al vertice. Alcune intercettazioni fatte in Canada registrano gli umori dei mafiosi di allora: ‘ A Palermo sono a gamb’ all’ aria’ . Poi Buscetta e Contorno aprirono altri squarci. Noi ad Agrigento non avevamo mai avuto la fortuna di incontrare un collaboratore, un pentito. Così, la mafia di Trapani ed Agrigento era rimasta la più coperta, occulta, in grado di garantire una continuità d’ azione e di struttura. Per questo, ripeto, se è vero che ora, con il lavoro di Borsellino, c’ era la possibilità concreta di entrare nei segreti di questa provincia, ecco, questo è un motivo che può diventare determinante”. Ovviamente, precisa Salamone, nessun attentato come quello a Falcone o a Borsellino ha avuto luogo senza “la completa adesione di quelli di Palermo. E’ possibile che siano stati utilizzati tutti, soprattutto i più esperti”. Un’ azione preventiva, allora, quella di Cosa Nostra, per proteggere se stessa, il nucleo segreto della Cupola, insieme ai latitanti che forse trovano ancora rifugio nei latifondi dell’ agrigentino. Perché il sistema eretto in queste terre sin dai primi anni sessanta non venisse, alla fine, sgretolato. Un sistema forte in ogni senso. Forte non solo perché i padrini come Antonio Ferro sono stati appena sfiorati dalla giustizia, ma perché da qui mossero verso il Canada, il Venezuela, la Colombia e i Caraibi i grandi boss a cui la mafia americana riconobbe l’ appalto del traffico di droga tra il Mediterraneo e il Nord America: i Caruana e i Cuntrera di Siculiana i cui legami con Siculiana e Sciacca non sono mai stati recisi. Forte perché come si è visto, all’ assenza delle strutture dello Stato, si è accompagnata una contiguità oggi giustificata dall’ ignoranza, con i leader politici della zona, che quasi sempre sono anche esponenti di primo piano della politica nazionale. L’ omertà e la latitanza delle istituzioni hanno assicurato la scarsità di indagini; la scarsità di indagini ha a sua volta consentito il rafforzarsi dello scambio voti-favori (appalti) fra mafia e politica. Infine, l’ assenza di opposizione vera, un partito trasversale che ha assicurato per decenni forme di consociativismo Dc- Psi-Pci, ha contribuito a indebolire la sensibilità civile. Ricordano ancora, alla Mobile di Agrigento, il giorno in cui, sollecitati da inquirenti stranieri, dovettero recarsi al comune di Siculiana per avere dei semplici certificati anagrafici (cittadinanza, residenza e così via) dei vari membri delle famiglie Caruana e Cuntrera. In pochi attimi l’ ufficio si vuotò, rimase un solo dipendente non autorizzato alla firma… Furono costretti, dopo ore di ricerca, quelli di Agrigento ad andare a casa del vicesindaco e a costringerlo ad appore una sigla sul timbro dei documenti. “Quella dei Caruana” dice Salamone “è una presenza che si intuisce ma non si concretizza”. Un vero e proprio “mito”, tra Agrigento e Sciacca. La villa bunker dei padrini (sono sempre affiliati alla famiglia di Siculiana) precede il paese. E’ chiusa, dicono. Ed è rimasto in Sicilia soltanto Gerlando Caruana, che ufficialmente risulta gestore del “Camping Erbesso” a Siculiana Marina. Fino a qualche anno fa, la Dea riteneva le due famiglie come i maggiori fornitori di eroina, hashish e cocaina del mercato statunitense. “Quei cugini contano più dei corleonesi di Liggio” ha detto il pentito italo-americano Paul Violi. Una presenza che s’ intuisce Eppure, tanto famosi oltreoceano, tanto ignoti, si dice, a casa loro. Così sconosciuti che Calogero Mannino finì a far da testimone a Gerlando o alla sua sposa in quel matrimonio raccontato dal pentito Spatola, celebrato nel ‘ 77. Furono Livatino, Salamone e Cardinale a interrogare su quell’ episodio l’ ex ministro dc, nel dicembre del 1985, dopo le rivelazioni fatte da Buscetta a Giovanni Falcone. Gli inquirenti sono certi che l’ impero dei Caruana e Cuntrera (500 milioni di dollari, si dice) abbia precisi referenti fra Siculiana ed Agrigento. Ma la certezza resta una certezza morale e logica, nessuno parla di loro. Mannino, per la Dc. Michelangelo Russo per il Pds; Lauricella e Reina per il Psi; Vizzini per il Psdi. Sono questi i signori dei partiti nell’ agrigentino. E nell’ insieme è difficile che i partiti si combattano aspramente tra loro. Solo recentemente un’ ala del Pds, guidata da Giuseppe Arnone presidente della Lega ambiente, ha cercato di spezzare vincoli antichi di solidarietà ed alleanze spesso anche di interessi. Arnone sta guidando in questi giorni la battaglia contro la gestione del comune di Agrigento guidato dall’ attuale deputato dc Di Mauro: sembra che due miliardi e mezzo siano finiti anche a imprese vicine alla mafia con delibere contraffatte o false. Quanto a Vizzini, ad Agrigento dicono che non può dire a Roma di vergognarsi di essere segretario del Psdi, se poi accetta, a Canicattì, la presenza dell’ ex democristiano Vincenzo Lo Giudice. Alle ultime elezioni gli ha portato, è vero, diecimila voti. Ma c’ è chi ricorda che la campagna elettorale di Lo Giudice nel ‘ 90 fu caratterizzata dalla colonna sonora de “Il Padrino” e dal gessato col quale il candidato si aggirava tra un comizio e l’ altro. I pentiti che avevano accettato di parlare con Paolo Borsellino stavano dunque cominciando a smontare il sistema che ha concesso a Cosa Nostra decenni di fertile impunità. Sulla Valle dei Templi e sulle terre che la circondano spesso fino alla riva del mare il cemento ha steso un manto solido e mostruoso. Si capisce come, da qui, Palermo possa sembrare un paradiso, e come, mentre i parà della Folgore compiono le loro inutili prodezze, ciò che servirebbe, in fondo, a questi paesi e a queste città, è qualcosa che non si stabilisce per decreto: la volontà vera, politica e istituzionale, di cominciare davvero la guerra a Cosa Nostra.

Sandra Bonsanti per La Repubblica del 4 agosto 1992

 

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