Viaggio in Germania, provincia di Cosa Nostra

FRANCOFORTE – Paolo Borsellino sarebbe dovuto tornare in Germania qualche giorno dopo quella maledetta domenica, quando una carica di tritolo lo dilaniò insieme a cinque agenti in via Mariano D’ Amelio a Palermo. Nelle settimane precedenti alla sua morte, il magistrato era venuto più volte al di qua delle Alpi, tra Francoforte e Mannheim, sulle tracce della scia di sangue lasciata dai killer del giudice Rosario Livatino ucciso il 21 settembre del ‘ 90. In seguito all’ arresto di almeno due presunti esecutori di quel delitto, Borsellino aveva condotto una serie di rogatorie e, proprio alla vigilia della sua morte, era tornato in Sicilia con un paio di confessioni, con un fascicolo di documenti e la certezza che ormai “l’ esplosivo era pronto anche per lui”, come aveva confidato in quelle ore ad un suo amico ex deputato. In Germania, scandagliando gli affiliati delle cosche, il giudice era riuscito a far parlare più di un pentito, ad ascoltare quel che sapevano sulle potenti famiglie dell’ Agrigentino e a mettere a confronto gli elementi raccolti con quelli accumulati in due anni di lavoro dalle polizie regionali per conto del BKA, il Bundeskriminalamt, l’ ufficio federale per la criminalità. Adesso alla direzione generale del reparto, nella sede della Appelallee di Wiesbaden, i dirigenti smentiscono quanto rivelato dall’ ultimo numero di “Der Spiegel”. Il settimanale, nel riferire il contenuto di un recente rapporto segreto del Bka sulla potenza di mafia, ‘ ndrangheta, camorra e Sacra corona Unita in Germania, racconta che proprio quel 19 luglio, nel suo ultimo giorno di vita, alle quattro del pomeriggio, un’ ora prima di morire, Paolo Borsellino aveva chiamato con il suo cellulare un numero segreto del “Reparto criminale” di Wiesbaden per mettere a punto “un colpo a sorpresa contro i mafiosi e contro i boss di Cosa nostra”. “Non c’ è stata alcuna telefonata”, assicurano gli investigatori tedeschi del Bka contrariati dalla fuga di notizie. Mentre è certo che il giudice siciliano, già ospitato in Germania dal 6 al 10 luglio, era atteso di nuovo tra Wiesbaden e Mannheim nella penultima settimana del mese. Il tritolo della mafia ha stroncato la vita di Borsellino, ma la “pista tedesca” non si è estinta. E “Repubblica” è in grado di affermare che è stato un diretto collaboratore del magistrato ucciso, nei giorni successivi all’ omicidio, a venire da Palermo in Germania per non far andare in fumo l’ appuntamento preso dal suo capo e per avvicinare i pentiti che avevano cominciato a parlare. Una circostanza rilevante, che proverebbbe che l’ ambiente mafioso al di là del Brennero non fa da sfondo solo all’ omicidio di Rosario Livatino e alla strage di Palermo. Di tracce tedesche si parlò infatti anche per l’ assassinio di Giovanni Falcone. Ed è ancora “Der Spiegel” a ricordare che nella primavera scorsa il giudice siciliano massacrato a Capaci aveva ricevuto una lettera di minacce che risultò partita proprio dalla posta di Wuppertal. Ora si ritiene che le dichiarazioni dei pentiti individuati in Germania debbano essere vagliate in Italia dalla Dia, dalla procura distrettuale di Palermo e dai giudici di Caltanissetta. Soltanto in seguito gli inquirenti italiani decideranno se avanzare tramite Bka nuove richieste di rogatoria per poter accedere direttamente a quelle che furono le fonti d’ informazione di Borsellino. La penetrazione in Germania da parte della criminalità organizzata delle quattro regioni dove domina l’ Antistato in Italia non è nuova. Già da tempo, dopo i trattati di collaborazione anticriminalità tra i due paesi stipulati in ambito Cee, e l’ iniziativa di lavoro comune presa anni fa dall’ ex Alto commisario Domenico Sica, gli uomini della sicurezza dei due paesi si sono spesso scambiati informazioni sulle cosche. Nonostante tutto però, la presa di coscienza che qui “Palermo è vicina”, e che il potere mafioso passa tra le pizzerie lungo il Reno e lungo il Neckar, si è fatta strada nelle ultime settimane. La criminalità è diffusa in molte città e il sospetto è che Cosa nostra allevi in Germania quella seconda generazione mafiosa, spregiudicata e violenta, che può poi usare come mano armata per le esecuzioni e gli attentati in Italia. La tecnica individuata dal Bka è tragica e semplice: gli immigrati che arrivano senza protezione e senza soldi ricevono assistenza dai boss mafiosi che presto chiedono di essere ripagati con il “pizzo” e con l’ obbedienza. In Germania però non è facile combattere il nuovo fenomeno: non esiste ancora un reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso” anche se come ammette Joseph Geissdorfer, capo inquirente dell’ ufficio criminale bavarese, “per mafia e camorra non ci sono più zone scoperte nel paese”. Così, pochi giorni dopo l’ omicidio di Borsellino è stato il capo del Bka, Hans Ludwig Zachert, a chiedere pubblicamente misure di emergenza per la lotta contro i mafiosi. Ed è recente l’ approvazione da parte del Parlamento tedesco di una nuova legge che riconosce il riciclaggio come un reato specifico e che entrerà in vigore alla fine del prossimo settembre. “Questa norma costituisce un grosso passo avanti per noi”, dicono adesso al reparto criminalità organizzata di Wiesbaden, “in mancanza di strumenti legislativi specifici questo paese è stato ed è una vera terra di conquista per chiunque voglia lavare i capitali sporchi”. Insieme alla nuova regola antiriciclaggio è stata varata anche una legge che amplia la possibilità delle interecettazioni telefoniche e che permette per la prima volta, seppure non negli appartamenti e nelle abitazioni, quelle intercettazioni ambientali che negli Usa e in Italia sono in vigore da anni. A convincere il Parlamento tedesco ad ascoltare le richieste degli investigatori e dei superopoliziotti ha contribuito, indubbiamente, proprio quel rapporto segreto sulla potenza delle cosche italiane pubblicato in questi giorni da “Der Spiegel”. Trecento pagine, frutto delle indagini effettuate dal 1989 al 1991. Una mappa degli affiliati delle famiglie dell’ Agrigentino, soprattutto di quelle di Palma di Montechiaro. Un grafico delle cosche che trovano rifugio nelle pizzerie di Leverkusen, taglieggiate dal “pizzo” imposto con la paura e con il ricatto. Un elenco delle bande che si fanno la guerra tra Mannheim e Colonia per il controllo del territorio. Una vera e propria radiografia, completa di nomi e cognomi in ordine alfabetico, preparata dagli specialisti del Bka anche con l’ aiuto di Tommaso Buscetta, il pentito storico della Mafia che gli 007 del Bka avevano incontrato negli Usa in una località segreta già nel giugno del ‘ 90. Uno scenario di solidarietà criminale e di protezione che avrebbe reso possibile frequenti viaggi in Germania dei due boss latitanti della “cupola”, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano che in Germania contano molti amici e perfino qualche parente. “Roba vecchia che non vogliamo commentare” minimizzano adesso i dirigenti dell’ ufficio criminale del Bka già impegnati a preparare il prossimo rapporto previsto per la fine di quest’ anno. “Adesso purtroppo la situazione è molto peggiorata e la Germania che già era un paradiso per il riciclaggio dei capitali sporchi, con la caduta del muro di Berlino è diventata una vera e propria mecca”. E già nei casstti del Bka esistono dati e cifre che fanno sospettare un vero e proprio assalto delle cosche nei confronti della Germania dell’ Est, l’ ex Ddr, affamata di valuta. Interi centri storici finiscono sotto il dominio della Piovra e vanno ad incrementare il suo potere economico. Le cosche acquistano negozi e centri commerciali, immobili e ristoranti e, se si potesse compilare una statistica delle città saccheggiate dalle cosche il primato andrebbe a Lipsia. Intanto gli investigatori del Bka hanno disegnato gli imperi del delitto con estrema precisione. E dai loro rapporti ne esce una fotografia dettagliata di come, tra le diverse organizazzioni criminali italiane l’ assalto agli affari legali ed illegali e l’ infiltrazione nell’ economia finanziaria tedesca, sia ormai un business lottizzato. E il procuratore di Stoccarda, Helmut Krombacher, ha calcolato che solo nella Svevia “gli affiliati della ‘ ndrangheta calabrese hanno lavato ed investito oltre dieci milioni di marchi in immobili ed aziende”. Il traffico di stupefacenti, il traffico internazionale di auto rubate e il denaro falso restano comunque in testa alla statistica dell’ accumulazione indebita dei capitali e interessano in modo trasversale un po’ tutte le cosche. Più in particolare la mafia siciliana controlla l’ intera rete di affari, mentre la camorra – avverte il rapporto del Bka – “è molto attiva nel settore della cocaina. E le sue bande operano nella zona della Ruhr mentre gli utili vengono trasferiti nella Svizzera del Canton Ticino”. I furti delle auto di lusso costuiscono invece il maggior provento della ‘ Ndrangheta in Renania e corrieri calabresi immettono sul mercato quantità rilevantissime di banconote false da cento marchi. La droga infine è la specialità della Sacra corona unita pugliese. Una radiografia che ha confermato una sorta di gerarchia tra le cosche e che ha trovato conferma in una recente analisi dell’ Ufficio criminale di Wiesbaden. “Tra l’ 89 e il 91”, cita il capo del reparto, “sono state condotte nelle varie regioni del paese 68 indagini sui gruppi criminali italiani. Ebbene, di queste 26 sono state centrate su esponenti di Cosa nostra, 17 su membri della camorra, 16 su aderenti alla ‘ ndrangheta e 15 alla Sacra corona Unita. Mentre per 14, non siamo riusciti ad individuarne la provenienza”.

Silvana Mazzocchi per La Repubblica del 27 agosto 1992

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