Così cadde il padrino

PALERMO – La sua latitanza è finita alle 8,27 del 15 gennaio 1993. Era una mattinata di sole, un venerdì. Lo stesso giorno, curiosa coincidenza, si insediava a Palermo il nuovo procuratore capo della Repubblica Gian Carlo Caselli. Un anno fa, dopo quasi un quarto di secolo, Totò Riina detto Il Corto diventava per sempre un ergastolano. Alle 8,27 di quel venerdì il capo di Cosa Nostra era immobile a terra, solo, prigioniero. A pancia in giù, il viso nella polvere, la pistola del capitano “Ultimo” puntata alla tempia. E’ stata l’ operazione antimafia più clamorosa degli ultimi anni, un’ operazione firmata dalla prima all’ ultima fase dai carabinieri. Quelli del Ros, quelli della Regione Piemonte, quelli dell’ Arma territoriale siciliana. Totò Riina aveva vissuto indisturbato nella “sua” Palermo, la città che aveva conquistato con il terrore. Poi, la fine improvvisa. La trappola. La canna di una pistola pronta a sparare. La sua foto sotto l’ immagine del generale Dalla Chiesa. Un arresto sensazionale di cui però si conosce ben poco. Solo una versione molto, troppo ufficiale, una “verità” che era ed è ancora piena di buchi neri. Prima e dopo le 8,27 di quel venerdì 15 gennaio accaddero cose che sono sempre rimaste avvolte nel mistero. Fatti, storie, circostanze che non sono state mai chiarite dopo un anno di indagini intorno al Corto e ai suoi corleonesi. Il primo grande giallo del “caso Riina” ha come sfondo le nebbie e le campagne di Borgomanero, provincia di Novara, Piemonte. E’ lassù che un mafioso siciliano – non uno qualunque ma l’ ex autista del Corto – confida in una notte a un generale che lui, Balduccio Di Maggio, “può fargli prendere Totò Riina”. A quasi 2000 chilometri da Palermo, si consuma il primo atto del mistero. Il secondo giallo si sviluppa subito dopo la cattura e nelle tre settimane successive in un quartiere di Palermo, l’ Uditore. In una sua strada, via Bernini, tra le aiuole e le piscine di un residence dove il corleonese trascorreva la sua latitanza insieme alla moglie Antonina e ai suoi 4 figli. Come è stato catturato Il Corto? Chi ha indicato il suo covo? La verità giudiziaria nasce da un verbale di “spontanee informazioni” rese da Di Maggio Baldassare, nato a San Giuseppe Jato il 19.11.1954, ivi residente in via Normanni numero 73, di fatto domiciliato a Borgomanero (Novara), via Marazza numero 30. E’ un verbale senza data e con un’ intestazione: REGIONE CARABINIERI PIEMONTE – COMANDO PROVINCIALE DI NOVARA – NUCLEO OPERATIVO. Era l’ 8 gennaio, Balduccio Di Maggio era stato arrestato poche ore prima in un’ officina meccanica. In casa gli avevano trovato una calibro 9, un giubbotto antiproiettile, alcune scatole di cartucce. In una caserma del Piemonte, un mafioso fermato “solo” per una pistola e una manciata di pallottole (così almeno vuole sempre la versione ufficiale) decide di rivelare ai carabinieri tutte le sue preziose informazioni su Totò Riina. E così si apre quel verbale senza data, redatto al comando provinciale dei carabinieri di Novara: “A richiesta dell’ interessato che ha voluto riferire ai sottoscritti Generale Francesco Delfino, Colonnello Vincenzo Giuliani e Maresciallo Capo Pietro Fabrizi urgentemente notizie che gli sono venute alla mente e che ritiene che sono della massima importanza…”. E così comincia a parlare Balduccio: “Mi risulta che tutte le mattine tale Di Marco Vincenzo, coniugato con figli, di anni 46 circa, proprietario di autovettura Golf penultimo tipo, lavora quale addetto all’ agricoltura nelle proprietà di Riina Totò. Lo stesso tutte le mattine, a bordo della suddetta autovettura, si porta in Palermo dove certamente abita Riina Totò…”. In due paginette Balduccio fornisce una quantità enorme di notizie sui movimenti, gli amici e i covi del Corto. In quel momento nessuno sa – tranne il generale Delfino, il colonnello Giuliani e il maresciallo Fabrizi – che c’ è un mafioso pronto a consegnare Il Corto su un piatto d’ argento. Ma poche ore dopo – esattamente alle 2 del mattino del 9 gennaio 1993 – viene redatto un secondo verbale. Questa volta data e ora sono indicate, Balduccio parla davanti al solito generale Delfino e altri 13 carabinieri. Un colonello, due tenenti colonelli, un maggiore, un capitano, un tenente, due marescialli, tre brigadieri, un appuntato, un carabiniere semplice. Incredibile è il numero dei testimoni presenti a un interrogatorio così riservato e delicato, incredibile è soprattutto un altro particolare: all’ interrogatorio non è presente alcun magistrato. Le informazioni avute da Balduccio Di Maggio, alle 2 di quella notte riempirono 16 pagine di verbale. E prima di ogni ammissione, “dopo alcune incertezze, dichiarava, previa assicurazione a garanzia da parte del generale Delfino, intervenuto personalmente a espressa richiesta del predetto Di Maggio, di essere disposto a: instaurare un rapporto di collaborazione solo ed esclusivamente con il generale Delfino, con il colonnello Tassi, con il tenente colonnello Giuliani e con i magistrati solo se accompagnati da uno dei predetti ufficiali;…a recarsi in Sicilia, solo ed esclusivamente se accompagnato dai predetti ufficiali…”. Quello che accadde nelle ore successive non esaudì tutti i desideri di Balduccio Di Maggio né quelli dei carabinieri piemontesi. Balduccio fu “trasportato” in Sicilia, indicò con precisione luoghi e volti, poi la fase finale dell’ operazione fu affidata a una squadra del Ros del colonnello Mario Mori. Quelli del Ros catturarono Riina sulla circonvallazione a poche centinaia di metri da via Bernini. Quelli del Ros dissero che lo stavano braccando da mesi, svelarono particolari su “sofisticatissimi mezzi elettronici”, parlarono di filmati e di riprese “importanti”, spiegarono che un’ unità era stata paracadutata all’ Uditore per stanare il Corto. Un fiume di parole coprì ancora una volta l’ evidenza: Totò Riina era stato arrestato – con un blitz esemplare – semplicemente su indicazione di Balduccio. In quei giorni covarono anche le prime polemiche. Tutte interne all’ Arma. Carabinieri piemontesi contro il Ros, quelli siciliani contro i piemontesi, il Ros contro i siciliani e i piemontesi. Solo gelosie intorno alla cattura dei più ricercato tra i ricercati di mafia? Le beghe di bottega portarono un giorno una trentina di giornalisti in via Bernini, avvertiti da un ufficiale dell’ Arma “che finalmente era stato scoperto il vero covo di Totò Riina”. Era quello di via Bernini. Un altro “covo”, in un fondo di proprietà della Regione, era stato individuato qualche giorno prima ad uso e consumo di telecamere e fotografi. Ma quello di via Bernini era il covo vero, quello dove i magistrati di Palermo non entrarono per almeno 18 giorni. “Abbiamo delicatissimi servizi di sorveglianza in corso”, assicurarono i carabinieri alla procura distrettuale antimafia. Alla fine di quei 18 giorni il covo di via Bernini si aprì finalmente ai magistrati. Era vuoto. Nello stesso residence abitavano anche il costruttore Salvatore Sbeglia, poi coinvolto nelle indagini sulla strage di Capaci, e i fratelli Sansone, mafiosi legatissimi al Corto. Ma la vera sorpresa dei magistrati fu un’ altra: in quei 18 giorni nessun servizio di sorveglianza o di osservazione era stato predisposto nella zona di via Bernini. Nessuno teneva sotto controllo la casa dove era nascosto il Corto. Perché, allora, i magistrati della procura furono invitati a rinviare per 18 giorni perquisizione e sopralluogo? Un altro rebus del “caso Riina”. Come un rebus è stato il ruolo svolto in Piemonte dal generale Delfino, ufficiale che qualche mese dopo la cattura del Corto sarà indagato dai giudici di Milano per una storia di ‘ ndrangheta. Storia che porta al caso Moro, a sequestri di persona, ad altri misteri italiani.

Attilio Bolzoni per La Repubblica, 14 gennaio 1994

Annunci