Ore 8. 30 la belva è circondata

La pista decisiva forse partita da indagini finanziarie in Piemonte. Catturato ieri mattina il boss Riina Salvatore, disarmato, senza auto blindata, con una patente falsa. Cronaca dell’ arresto e delle indagini. La storia del dittatore di Cosa nostra e le accuse mossegli

“State sbagliando persona”. Ci ha provato di nuovo il vecchio “dittatore” della mafia che, come hanno raccontato i pentiti Marino Mannoia e Pino Marchese, era riuscito in passato a sgattaiolare dai posti di blocco facendo svolazzare patenti false. Ma stavolta non si trattava di un controllo casuale. L’ hanno incastrato facendo scattare una trappola tesa dopo tre mesi di indagini dai carabinieri del Ros adesso euforici perche’ la loro sigla nella storia della mafia restera’ legata all’ arresto della “belva” accusata di 180 omicidi e delle due terribili stragi del ‘ 92. E’ accaduto tutto alle 8.30 nell’ area della circonvallazione di Palermo dove circa 35 uomini (guidati da un capitano di 30 anni che a Milano aveva indagato col giudice Ilda Boccassini sulla vicenda “Duomo connection”) erano disposti a raggiera in modo da proteggere 12 di loro lanciati nella cattura del numero uno di Cosa Nostra. La Citroen ZX di Toto’ Riina aveva lasciato la larga carreggiata di viale Leonardo Da Vinci per abbordare la rotonda del Motel Agip e proseguire poi lungo la circonvallazione in direzione Catania ma, a meta’ del giro, di fronte ai benzinai del vicino distributore e sotto un cartellone pubblicitario dell’ Alfa Romeo, l’ autista s’ e’ visto stringere da due auto che l’ hanno costretto a frenare. Per un istante poteva anche sembrare un mezzo incidente provocato da una manovra imprudente. Ma solo per un istante perche’ quegli uomini alti e massicci schizzati fuori dalle due auto con le pistole in pugno mentre un paio di Alfette di servizio piombavano davanti alla Citroen toglievano ogni dubbio anche a questo Riina grasso e tarchiato, pronto a tentare l’ impossibile. “State sbagliando persona”. “E lei ci segua lo stesso in caserma”. E’ questa la ricostruzione fatta un po’ a tentoni dell’ arresto che generazioni di investigatori hanno sognato di poter realizzare. Il numero uno di Cosa Nostra per mimetizzarsi meglio preferiva andare in giro senza auto blindata, senza telefonino, senza macchine di scorta. Ma sui dettagli c’ e’ il top secret perche’ gli uomini del colonnello Mario Mori, dopo aver fatto questo grande regalo al nuovo procuratore Giancarlo Caselli nel giorno del suo insediamento a Palermo, vogliono andare a fondo individuando la rete di protezione che ha consentito a Riina una latitanza di vent’ anni. Il mistero alimenta pero’ anche dubbi e alcuni ambienti politici come la Rete sono pronti a sospettare una trattativa fra Stato e mafia per una consegna di Riina, come fosse un vecchio straccio ormai inservibile. La storia del rapporto fra mafia e Stato, la pagina oscura della cattura del bandito Salvatore Giuliano consentono di lanciare in campo una forma di dietrologia che comunque fa sorridere gli investigatori. Tacciono, certi del fatto loro. E non dicono nemmeno come si chiama l’ amico di Riina alla guida della Citroen. Si parla di un incensurato. Con una indiscrezione vola un cognome, Biondino, operaio forestale. Quest’ uomo di cinquant’ anni pronto a bloccare la sua macchina grigia e a tirar fuori la patente nella speranza di accontentare i carabinieri e guadagnare la fuga era andato a prendere Riina in un appartamento non lontano dalla rotonda, un palazzo della parte alta di via Leonardo Da Vinci, poco prima del quartiere di Borgonuovo. Li’ Riina viveva solo e senza figli, ignaro di essere seguito, convinto di poterla fare franca, magari mostrando una carta di identita’ rilasciata sotto falso nome da un Comune fuori dalla provincia di Palermo. La notizia accende entusiasmi grandi. Nelle caserme poliziotti e carabinieri brindano. Nelle case dei familiari delle vittime di mafia si accende una luce di speranza perche’ si faccia giustizia. Ma c’ e’ pure una Palermo che trema perche’ ha fatto affari, s’ e’ piegata o s’ e’ lasciata soggiogare dal sanguinario erede di Luciano Liggio consentendogli di arricchirsi, di seminare terrore e di circolare indisturbato con la moglie Antonietta Bagarella che ha pure partorito dal ‘ 74 al 1980 4 figli nella clinica Noto di via Dante, in centro. Non e’ solo la caccia ai complici e ai fiancheggiatori di Riina che impedisce ai carabinieri di raccontare la storia per intero. Un loro ufficiale si lascia scappare solo che “una traccia porta a Torino”. E non puo’ essere un caso la presenza a Palermo del colonnello Emo Tassi, vice comandante della Legione dei carabinieri Piemonte. Potrebbe esserci infatti un legame con una grossa operazione maturata nei primi di dicembre a Torino quando il Ros insieme con polizia, finanza e Sisde individuarono una ramificata organizzazione coinvolta fra Piemonte, Lombardia e Sicilia in un vasto di giro di falsi leasing e fatturazioni fasulle. Allora furono arrestate undici persone ma su alcune fu imposto il top scret. Tutto partiva dal fallimento di un imprenditore di Gattinara, in provincia di Vercelli, travolto da un debito di 30 miliardi. Chi si aspettava di trovare una faccia lucida su un capo impomatato come quello di Tano Cariddi o come i manager del crimine che abbiamo digerito con le piovre televisive resta deluso perche’ la faccia di Toto’ Riina sembra quella di un contadino appesantito con i capelli corti ed una bizzarra frangetta che scivola su una fronte troppo grande per i suoi occhi piccoli e scuri. Nessuno canta vittoria ma si comincia a sperare, come e’ riuscito a sintetizzare il presidente della Regione Giuseppe Campione: “La notizia ci toglie un incubo che pesava sulle nostre vite e sulle nostre coscienze”. E in serata donne e giovani si sono radunati davanti alla caserma dei carabinieri per ringraziare l’ Arma. Analoga manifestazioni si e’ svolta a Corleone.

Felice Cavallaro per il Corriere della Sera del 16 gennaio 1993

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