La caduta del boss dei boss

PALERMO – La storia dell’ ultimo capo di Cosa Nostra è nata ed è morta in una strada della città di Palermo. Lungo una via larga che porta davanti un vecchio motel, dentro una borgata di mafia che con le sue tragedie quindici anni fa consacrò un re che allora chiamavano con rispetto soltanto “zio Totò”. Qui è nato ed è morto il mito di un misteriosissimo corleonese senza volto. Fra i palazzi grigi della circonvallazione e le case basse di Cruillas, in un giorno qualsiasi di questo tiepido inverno siciliano la mafia ha perso il suo dittatore più crudele. Totò Riina è finito. Qui, a Palermo, sei mesi dopo le stragi infami che portano il suo marchio. Qui, a Palermo, nel regno dove con un solo cenno poteva decidere la vita e la morte di chiunque. Qualcuno ha parlato, qualcuno da lontano ha indicato un luogo preciso e i numeri della targa di un’ automobile. Una pista buona. Lui è caduto in trappola come un topo, catturato dentro un’ anonima utilitaria bloccata nel traffico di un grande viale. Solo con il suo autista. Disarmato. Scoperto. Fottuto per sempre dopo 23 anni, 6 mesi e 8 giorni di latitanza. La fine del boss dei boss si è consumata in pochi secondi in uno sguardo, occhi che si incrociano, un fremito, il sudore che scivola sulla pelle di un giovane capitano. In un attimo l’ ufficiale capisce che è l’ uomo che cercava, capisce che è davvero Totò Riina. ‘ Top secret’ il cognome sul documento La più straordinaria delle operazioni antimafia è stata conclusa dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale fra le 8,10 e le 8,25 di venerdì 15 gennaio fra tre quartieri che dividono la città nuova dalle vecchie borgate costruite sotto le colline di Bellolampo. Quindici minuti sul filo del rasoio per chiudere quindici anni di terrore, quindici minuti con il fiato sospeso per un chilometro di strada che da un imprecisato caseggiato di viale Michelangelo porta alla “rotonda” di via Leonardo Da Vinci. Davanti al motel Agip, sullo stesso marciapiedi dove proprio quindici anni fa Totò Riina fece assassinare il mafioso Beppe Di Cristina e cominciò poi la sua scalata alla Cupola. L’ hanno preso lì, di fronte al motel, dentro una Citroen di piccola cilindrata che era rimasta imprigionata fra un camion e un autobus. L’ autista-guardiaspalle era un uomo di mezza età con una carta di identità intestata a un certo Salvatore Biondolillo, lui aveva un documento con su scritto un nome che nessuno ancora vuole rivelare. Risultava un bracciante agricolo nato a Palermo nel 1930, proprio la stessa età del boss. E il nome e il cognome con i quali girava indisturbato il capomafia? “Ancora non ve lo possiamo dire, stiamo verificando la storia di questo documento”, spiega il generale dei carabinieri Giorgio Cancellieri mentre annuncia l’ arresto del mafioso più ricercato del mondo. La cattura di Totò Riina è ancora un grande mistero ma intanto il capo dei capi è rinchiuso “in un posto sicuro” in attesa di finire in un carcere di massima sicurezza molto lontano dall’ Ucciardone. A mezzanotte l’ hanno portato nel carcere di massima sicurezza di Termini Imerese. Come è stato arrestato l’ invincibile e l’ imprendibile corleonese? La versione che forniscono gli investigatori è asciutta, scarna, senza particolari. C’ è una ragione precisa: dalle otto di ieri mattina un palazzo dalle parti di Borgo Nuovo è circondato, i carabinieri stanno cercando due o più mafiosi che proteggevano il loro boss, già cinque persone in serata sono state arrestate per favoreggiamento, nelle prossime ore è probabile che accadranno molte altre cose legate alla cattura del capomafia. Per ora non c’ è traccia di sua moglie e dei suoi 4 figli. Fino a questo momento si sa che Totò Riina era nel mirino dei carabinieri da almeno tre mesi, più precisamente dalla seconda metà di ottobre, da un giorno quando un “informatore” passò alcune preziosissime notizie a un generale dell’ Arma. Si dice che raccontò di conoscere esattamente dove si nascondeva Totò Riina, chi erano i suoi protettori, come si muoveva, dove andava al mattino, a che ora usciva di casa, quale autombile usava abitualmente. E’ cominciato così nella zona dietro il motel Agip il lavoro investigativo dei carabinieri del Ros. Un capitano che non ha ancora trent’ anni e otto ragazzi ai suoi ordini. Una squadra affiatata, un’ indagine segretissima affidata ai migliori uomini, quelli specializzati da anni nella caccia ai latitanti di mafia. Quasi cento giorni a controllare strani spostamenti, a fotografare facce sospette, a seguire come ombre due o tre uomini che entravano e uscivano da un palazzo. Investigazioni di giorno e appostamenti notturni, relazioni di servizio, un altro gruppo di ufficiali ad analizzare passo dopo passo tutto il materiale raccolto. Fino alla settimana scorsa, fino alla certezza che lì si nascondeva il nemico numero uno dello Stato italiano. “E COSI’ abbiamo deciso per una serie di circostanze che non vi posso rivelare di entrare in azione proprio questa mattina”, dice il colonnello dei carabinieri Mario Mori. Alle 7 il solito appostamento in viale Michelangelo, un’ ora di attesa, poi una Citroen che arriva e si ferma davanti una casa. Alle 8,10 scende gli scalini di un palazzo un uomo basso di statura, il fisico appesantito, la faccia larga, pochi capelli con una strana frangetta. Chi è? E’ lui? “Si è lui”, sussurra via-radio un carabiniere al collega che sta un chilometro più indietro. Il piano è semplice: prenderlo nel punto migliore, dove la strada diventa un imbuto, proprio là di fronte al motel. E così inizia un pedinamento a distanza, la Citroen esce da uno spiazzo e si infila in viale Michelangelo, avanza lenta verso viale della Regione Siciliana. Dieci minuti per superare tre semafori, poi ecco il motel, ecco l’ imbuto, ecco centinaia di auto e di camion che quasi si sfiorano, che avanzano piano piano fino a fermarsi su viale della Regione. La Citroen ha già svoltato a destra, ha già fatto qualche decina di metri in direzione della circonvallazione che sfocia poi nell’ autostrada Palermo-Catania. E’ l’ istante cruciale, l’ ordine parte: “Ora, ora, dovete agire… circondate la Citroen…”. Una mezza dozzina di carabinieri pronti a far fuoco scendono dalle loro auto civetta e bloccano gli sportelli dell’ utilitaria. Chiedono subito i documenti. Prima all’ uomo di mezza età e poi all’ altro, al “vecchio”. I due non fanno una piega, infilano con calma le mani nelle tasche della giacca, escono le carte di identità. Il più giovane dice di chiamarsi Salvatore Biondolillo, il più anziano non dice niente. “Venite in caserma…”. Li caricano su un’ auto, i due li seguono senza fiatare. Tre minuti dopo a sirene spiegate le auto dei carabinieri entrano dalla porta carraia della caserma dove c’ è di stanza il battaglione. Un vecchio palazzo vicino a Porta Nuova. Un grande cortile, le scale di marmo, una stanza che si chiude. “Tu sei Totò Riina”, gli dice il colonnello Mori. Silenzio. “Tu sei Riina”, lo incalza l’ ufficiale. Ancora silenzio. Il colonnello Mori si siede di fronte a un uomo che sembra stanco, ma che è attento, teso come una corda di violino. Addosso ha uno spezzato, maglione marrone a collo alto, una sciarpa verde. In tasca ha qualche biglietto da centomila, nessun libretto di assegni, neanche un bigliettino di carta dentro il portafoglio. E il colonnello Mori torna alla carica, non molla: “Lo sappiamo, tu sei Totò Riina…”. E lui, finalmente: “Si, sono io, chiamatemi un avvocato, il mio avvocato…”. ‘ Voi due venite in caserma A Palermo non sono ancora le nove del mattino e nessuno sa, nessuno sa che la “belva di Corleone” è chiusa in una caserma dei carabinieri. Il boss è seduto al centro di una stanza, intorno girano inquieti alcuni ufficiali. C’ è Mori, c’ è il comandante del Ros Antonino Subranni, c’ è il colonnello Cagnazzo, c’ è il generale Cancellieri. E c’ è anche il colonnello della “Regione Piemonte” Emo Tassi, l’ investigatore che ha fatto da collegamento fra le “notizie” dell’ informatore e l’ operazione di Palermo. In mezzo a loro c’ è Totò Riina muto come un pesce che guarda tutti. La sua faccia sembra quella di un contadino, qualcuno dice che somiglia vagamente a Rod Steiger in “Mani sulla città”. Sta zitto, ascolta, ormai è in gabbia. E’ finita, è finita per Totò Riina. La stanza si apre, entra un giovane sottufficiale con a tracolla una borsa di pelle nera. E’ uno della “scientifica” con le sue polverine magiche e le sue schede. Un paio di minuti dopo il “vecchio” ha le mani imbrattate di inchiostro, le impronte digitali sono quelle, sono le impronte del capo di Corleone. Alle dieci del mattino l’ uomo che ha fatto tremare l’ Italia per quindici anni è prigioniero, prigioniero dello Stato. I carabinieri fanno sapere al loro comando generale che “l’ operazione s’ è conclusa positivamente”, un generale informa subito qualcuno a Palazzo di giustizia. Si diffondono voci e sussurri su come Totò Riina è stato catturato, si parla di vere o presunte “trattative” per la consegna del boss, si dice che si sia costituito. Voci e sussurri che il nuovo procuratore Giancarlo Caselli cancella con una dichiarazione ufficiale: “Quella dei carabinieri è stata un’ operazione da manuale”. Un’ operazione che si “sentiva”, che qui a Palermo era nell’ aria. Da un giorno all’ altro tutti sapevano che Totò Riina sarebbe stato trovato. Vivo o morto.

Attilio Bolzoni per La Repubblica del 16 gennaio 1993

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