Ore 8,30: scattano le manette «Sì, sono Riina, complimenti»

PALERMO DAL NOSTRO INVIATO In tasca aveva cinquecentomila lire e qualche spicciolo, una scatola di pasticche per il mal di gola, nessun mazzo di chiavi. Nel portafoglio una fotografia della moglie Antonietta quando era giovane, al polso un orologio col cinturino di metallo, nemmeno troppo costoso. Infilata al dito solo la fede, qualche carta custodita in un anonimo borsello. Niente, insomma, che lo avvicini allo stereotipo del «boss dei boss». Ma quando s’è visto in trappola, costretto a declinare le vere generalità, s’è lasciato andare ad una frase che tutti avrebbero messo in bocca ad un vero «padrino» preso dopo una caccia durata 23 anni: «Sì, sono Salvatore Riina. Bravi, complimenti». La cronaca ufficiale dell’arresto è fin troppo scarna per essere la storia della battaglia più importante vinta dallo Stato nella guerra contro la mafia. E’ racchiusa tutta nei pochi minuti che precedono le 8,30 di ieri mattina. I carabinieri del Ros, in collaborazione con l’Arma di Palermo, pattugliano le strade intorno a via della Regione siciliana, periferia Ovest della città. Totò Riina esce da un appartamento di via Leonardo da Vinci, sale a bordo di una Citroen Zx azzurra, in compagnia di un altro uomo, di mezza età. Per circa cinquecento metri, la Citroen viene seguita da cinque auto «civetta» dei carabinieri. In una c’è perfino una telecamera, che riprende tutto. Subito dopo la rotonda, a ridosso di un motel dell’Agip, parte il segnale. «Adesso». Una delle «civette» accelera, affianca e stringe la Citroen, costringendola a fermarsi. Riina e il suo autista non hanno il tempo di scendere che si ritrovano circondati, da dodici carabinieri armati, un «cordone sanitario» che per un momento ha isolato il boss dai trambusto metropolitano dell’ora di punta. Si aprono le portiere, Riina esibisce un documento falso, con il nome e il cognome di un’altra persona. Non ha nemmeno la possibilità di protestare o di tentare la strada dello «spiacevole equivoco». Lui su un’auto e il suo autista su un’altra vengono immediatamente portati in una caserma, e lì il «padrino» per eccellenza, il capo dei capi di Cosa nostra, si arrende: «Sì, sono Salvatore Riina. Bravi, complimenti». «L’operazione è ancora in corso, stiamo effettuando accertamenti», ripetono i carabinieri che hanno condotto l’operazione sotto il controllo della procura di Palermo. Nessuna notizia sull’uomo che accompagnava il boss, solo che è un pregiudicato di piccolo calibro non sospettato finora di appartenenza alla mafia. La casa di via Leonardo da Vinci è stata perquisita, niente si sa su quello che c’era dentro. Sulla Citroen di Riina non c’erano armi né telefo ni cellulari. Il controllo del terri torio attraverso appostamenti, pedinamenti e intercettazioni te lefoniche andava avanti da quasi tre mesi, concentrato su Palermo centro e sulla periferia che ieri ha fatto da palcoscenico all’arresto. Poi, qualche giorno fa, è arrivata un’indicazione abbastanza precisa da un «collaboratore della giustizia» che si trova in Piemonte, a Novara. E’ stato informato anche il neoprocuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, che conosce da tempo il generale dell’Arma che ha raccolto la confidenza. L’operazione investigativa infilava così l’ultimo anello della catena, quello che ha portato dritti a Totò Riina. «Avevamo la quasi certezza che su quell’auto ci fosse lui», dice uno degli ufficiali che ha partecipato alla cattura. Per il procuratore Caselli era il primo giorno di lavoro. Si trovava in macchina, diretto in ufficio, quando l’hanno avvisato. Una coincidenza straordinaria ha voluto che al momento in cui prendeva possesso del nuovo, delicatissimo incarico, questo giudice venuto dal Nord si ritrovasse a disposizione il boss che tutti inse¬ guivano, il mafioso considerato responsabile della morte di centinaia di persone, comprese quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Hanno pensato a loro i magistrati della procura di Palermo, ieri mattina, quando s’è saputo dell’arresto. All’inizio era solo una voce, e quasi non ci volevano credere, poi è arrivata la conferma. «Il pensiero mio e credo di tutti gli altri colleghi – dice il sostituto procuratore Guido Lo Forte – è andato immediatamente a Falcone e Borsellino. Abbiamo pensato che almeno quelle due stragi non sono state inutili, anche se c’è un po’ di amarezza nel constatare che ci sono volute quelle morti perché lo Stato si decidesse a mettere in campo gli strumenti adeguati per combattere la mafia. Davvero avrei voluto che stamane Falcone e Borsellino fossero qui, a commentare con noi questa notizia». Il primo incontro di Riina con i rappresentanti della giustizia è avvenuto alle 13, in una stanza opoglia del rifugio scelto dai carabinieri per custodire il prigioniero più prezioso. Cinque sostituti procuratori – Lo Forte, Pignatone, Natoli, Patronaggio .e Scarpinato – si sono seduti davanti a quest’uomo di 62 anni, vestito con pantaloni di velluto e giacca marrone, una sciarpa verde al collo. I carabinieri gli hanno dato una camicia, al momento dell’arresto aveva un maglione a collo alto. A guardarlo bene in faccia si scorgono quei tratti somatici messi in rilievo dalle foto segnaletiche e dalle elaborazioni elettroniche che, con la collaborazione dell’Fbi americana, avevano ricostruito il volto con i segni dell’invecchiamento: la faccia di un uomo tarchiato, occhi piccoli e marroni, sguardo intenso, capelli brizzolati, niente barba né baffi. E poi una macchiolina bianca in una delle due pupille, uno degli elementi che hanno dato la certezza dell’identificazione. Ha l’aspetto gentile e mite di un tranquillo signore di campagna, Totò Riina. Parla con cadenza siciliana, ma non in dialetto. Risponde con garbo e con poche parole anche quando i magistrati gli comunicano che lo ritengono responsabile di centinaia di omicidi. Mai si potrebbe immaginare – racconta chi l’ha visto – che questo modesto agricoltore isolano sia il «dittatore» di Cosa nostra che hanno raccontato gli ultimi pentiti. E proprio il racconto di uno di questi, Giuseppe Marchese, ieri ha trovato un’ulteriore conferma. «E’ uno che ti fissa negli occhi e. ti ipnotizza, ti strega», aveva ;rktto Marchese. E’ quello che hanno pensato investigatori ed inquirenti che per ore hanno scrutato Totò «u curtu», il soprannome che deve ai 159 centimetri di altezza. Non s’è mostrato preoccupato, ma nemmeno estraneo, quando i magistrati gli hanno contestato i nove ordini di cattura che pendono sulla sua testa oltre alle imputazioni e alle condanne definitive – tra cui più di un ergastolo – accumulate nei vari decenni in cui ha fatto parte della «cupola», la commissione che decide tutte le mosse di Cosa nostra, a cominciare dagli omicidi «eccellenti». Non ha battuto ciglio, ha indicato gli avvocati di fiducia, adesso lo aspettano sette giorni di isolamento, il massimo consentito dalla legge. E’ il tempo che servirà ai magistrati per organizzare il lavoro futuro. Ieri pomeriggio s’è svolto in procura un vertice diretto da Caselli. E al termine di dodici ore di emozioni, impegni e tensioni, il neoprocuratore che non vorrebbe dire niente ammette: «Eh sì, è una bella giornata».

Giovanni Bianconi per La Stampa del 16 gennaio 1993

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