«Tutti i segreti della cattura»

L’operazione è stata anticipata perché il padrino aveva già ricevuto segnali d’allarme. L’ufficiale gli stringe la sciarpa e Riina cede

Il Padrino in manette esce di scena, almeno per il momento. Ricomparirà quando sarà l’ora degli interrogatori. Si lascia alle spalle una lunga sequenza di misteri, di interrogativi. I mille buchi neri di un’inchiesta clamorosa che ha sancito la fine del capomafia più «famigerato» che abbia mai governato Cosa Nostra. Chi ha «venduto» Totò Riina? Come lo hanno preso? Perché adesso? Il giallo alimenta ricostruzioni fantasiose. I carabinieri negano, depistano, confermano improbabili verità. Tutto come da copione: non si può pretendere che la più grossa operazione degli ultimi anni venga bruciata per qualche incontinenza verbale. Una ricostruzione, per forza di cose parziale, tuttavia è possibile. IL FILM DELLA CATTURA. Sono da poco passate le 8,15 di venerdì, quando la Citroen ZX lascia il «covo» di Riina. Alla guida c’è Salvatore Biondino, 40 anni, bracciante agricolo, anzi «giomatiere» attualmente disoccupato ed iscritto nelle liste dell’ufficio di collocamento dopo un periodo di «servizio» (45 giorni) come operaio della Forestale adibito al rimboschimento. Gli investigatori conoscono da poco Biondino: lo pongono sotto osservazione dopo aver avviato l’inchiesta per la cattura di don Totò. L’uomo è incensurato, abita in via Trancbina, una strada del quartiere San Lorenzo, «regno» di Francesco Madonia, il boss che risulta essere il più fidato alleato di Riina. Proprio a San Lorenzo, anzi, Riina ha abitato a metà degli Anni 70, subito dopo il matrimonio clandestino con «Ninetta» Bagarella, la maestrina di Corleone. Don Totò prende posto accanto a Biondino e l’auto si avvia. Dove siamo? Non ci sono conferme, anzi la esatta ubicazione dell’abitazione rappresenta il primo mistero dell’adire Riina. Si dice che la casa divenuta famosa in tutta Italia, senza che nessuno l’abbia mai vista, tranne i carabinieri che hanno operato, sia in realtà una villa sulla Circonvallazione. Vi si accede da un cancello: prima un pezzetto di viale, quindi la casa. Una «villa lussuosa», o quantomeno eccessiva per un disoccupato. Sì, perché il «covo», ennesima sorpresa, sembra appartenere a Biondino. L’auto, raccontano voci anonime, ha percorso un tratto di strada ad andatura lentissima. Quattro equipaggi dei carabinieri, una parte delle squadre da settimane attaccate alla casa come ricci agli scogli, seguono la Citroen. Non sono tranquilli, i segugi. Qualcosa – inutile sperare di sapere di più – li ha messi in agitazione, tanto che sin dalle cinque del mattino hanno allertato il colonnello Mario Mori, vicecomandante del Reparto operazioni speciali. Cosa? Forse una telefonata ricevuta dal boss, o forse un colloquio captato dalla casa con qualche spia elettronica. Forse temono che il boss stia per tentare un colpo di mano. Per questo decidono di intervenire, rinunciando probabilmente ad un risultato che avrebbe potuto essere più clamoroso. «Poteva andare meglio», si sono lasciati scappare gli ufficiali dell’Arma. L’operazione, così, scatta alla seconda «rotonda» della Circonvallazione, quella di via Leonardo da Vinci, che immette in via Uditore. La Citroen viene affiancata da due auto «civetta» dei militari. Altre due stanno a distanza di sicurezza. E’ questione di un attimo: mentre alcune pattuglie «creano» un ingorgo per tenere lontanto il traffico con una sorta di cintura protettiva, i carabinieri bloccano i due, li tirano fuori di peso e li obbligano a distendersi sull’asfalto: «Faccia in giù». La gente guarda, centinaia di testimoni non sanno cosa stia accadendo. Chi immagina un incidente stradale, chi ipotizza una rissa. Don Totò e il suo autista-tuttofare vengono caricati su un’Alfa e via, sgommando. I carabinieri gettano loro una coperta sulla faccia: non vogliono essere visti. Durante il tragitto, un ufficiale «tiene» don Totò per la sciarpa, la stringe sul collo gridando: «Tu sei Totò Riina, dillo che sei Riina». Dapprima il Padrino non risponde, poi, in segno di resa, abbassa la testa annuendo. Quando entra in un ufficio della Legione, il boss è già un «ex». Ironia della sorte, va a sedersi su una sedia, assumendo una prospettiva che è l’emblema della sua sconfitta. A testa bassa, sovrastato dal ritratto del generale Dalla Chiesa e, accanto, quello di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme. Così lo trovano i magistrati della Procura di Palermo, accorsi per la prima presa di contatto. Il resto della giornata trascorre lenta e il boss non aprirà bocca. Solo uno scambio di battute col colonnello Mori per confermare: «Sono Salvatore Riina». Non ha fame, il Padrino: rifiuta pollo e verdure, a pranzo. CHI L’HA VENDUTO. E’ il capitolo più dibattuto dell’affaire. Una lettera anonima di qualche mese aveva anticipato la «resa» di Salvatore Riina: incredibilmente la pista viene ora rilanciata dalla troppo repentina ricomparsa della moglie, signora Bagarella, e dei figli. Questa pista è «bollata», forse giustamente, come «troppo dietrologica». C’è una storia che sembra più concreta: un pentito. Si chiama Baldassare Di Maggio, originario di San Giuseppe Jato (Palermo). Lui ha messo a disposizione dei carabinieri di Novara una serie di noti¬ zie che avrebbero «agevolato» un lavoro già iniziato. Il siciliano, attualmente detenuto in Piemonte, si è rivolto al generale Francesco Delfino, comandante dell’Arma in Piemonte. Ha raccontato fatti ed episodi, ha illustrato abitudini ed amicizie di don Totò Riina, essendone stato l’autista per alcuni anni. Il generale Delfino, poi, ha attivato il Ros, dopo aver concordato una linea col giudice Caselli, prossimo a dirigere la Procura di Palermo. Ma perché Di Maggio avrebbe dovuto rivolgersi al generale Delfino? Il filo della storia torna indietro nel tempo, fino al 1989, quando l’ufficiale era vicecomandante della Legione di Palermo. Anche allora andò a cercare Riina. Fu un’operazione segreta: i carabinieri arrivarono ad una villa «megagalattica» nascosta nelle campagne tra San Giù- seppe Jato e Piana degli Albanesi. Una costruzione «mostro», otto camere da letto, infiniti servizi, telecamere, marmi e tutti i comfort. Ma non era questa la caratteristica principale: la villa disponeva di cunicoli sotterranei che finivano in territorio di Piana degli Albanesi. Campagna di proprietà del Padrino. Sì, lui, don Totò. La costruzione era intestata a Baldassare Di Maggio, il suo autista e guardaspalle. Un «giovanotto» svelto che con la pistola ci sa fare. Nella «megavilla» don Totò non c’era, le indagini si arenarono, anche perché alcuni giorni dopo il blitz il generale Delfino fu trasferito in Piemonte. Fu Di Maggio, dunque, a ricevere tutte le conseguenze negative per l’ufficiale possesso di quella casa. Cominciò allora il feeling coi carabinieri? Perché ad un certo punto, l’ex guardaspalle abbandonò la Sicilia, per riapparire adesso come «suggeritore» dei mille nascondigli di Riina? IL COVO «BRUCIATO». Nasconde qualche altro mistero. I carabinieri non ne vogliono parlare.* Però fanno intendere che sarà utilissimo per. ricostruire molto della vita di don Totò. Quella villa è stata fotografatale ripresa da telecamere che trasmettevano i filmati in «diretta» ad una centrale approntata per l’operazione «belva», com’è stata definita in gergo la cattura di Riina. Sono state riprese anche decine e decine di persone: alcune sono state identificate, altre lo saranno. E’ probabile, quindi, che nuovi arrestati raggiungeranno gli uffici della Legione carabinieri di Palermo. «Vedrete», diceva ieri un ufficiale, lasciando intendere di aver sotto tiro anche persone non propriamente «criminali». «Con la cattura di Riina abbiamo vendicato un sacco di gente, il generale Dalla Chiesa, il capitano D’Aleo, il capitano Basile, i giudici Falcone e Borsellino. Altri ne vendicheremo e qualcuno dovrà andare via con grande vergogna». Da dove? «Da Palermo». Si tratta di qualcuno dei signori «immortalati» dalle telecamere? E che direzione prenderà l’inchiesta, dopo la «lettura» della gran mole di documenti che il Padrino teneva in casa? Si parla di molte chiavi di accesso a santuari del riciclaggio di miliardi.

Francesco La Licata per La Stampa del 17 gennaio 1993

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