Il politico alla corte della belva

PALERMO . I carabinieri hanno un film che documenta un recentissimo incontro di Toto’ Riina “con una persona che neanche ve lo immaginate”. Basta questa frase buttata li’ quasi per caso da un ufficiale dell’ Arma nel cortile della Legione di Palermo per scatenare la caccia all’ “eccellente” o agli “eccellenti” che fino a pochi giorni fa hanno trattato o trafficato con il numero uno di Cosa Nostra. Fra gli altri un personaggio politico di primo piano sulla scena nazionale. Un nome top secret. Nessuna ammissione finora da parte di Riina che ha trascorso un’ ora con i magistrati per il cosiddetto “atto di identificazione”, una formalita’ che e’ servita a mettere l’ uno di fronte all’ altro il “dittatore” e il nuovo Falcone di Palermo, Giancarlo Caselli. Paziente e rispettoso, sforzandosi malamente di parlare un italiano senza inflessioni dialettali, “Toto’ ‘ u curtu” si alzava in piedi ogni volta che rivolgeva la parola al nuovo procuratore della Repubblica, a sua volta sorpreso dai modi di questo omone con una pancia a forma di pallone, dimesso come un contadino al ritorno dai campi, “apparentemente disponibile e quasi mite”, come dice il sostituto Guido Lo Forte al quale e’ sembrato “un siciliano di un tempo che non c’ e’ piu’ “. L’ hanno trovato con 7 milioni in tasca ma senza un’ arma, accompagnato da uno sconosciuto operaio forestale, Salvatore Biondino, reclutato da Riina come uno dei suoi “picciotti” arrestato a Novara e convinto dai carabinieri a indicare il padrino alla moviola. E adesso lui non si fida piu’ nemmeno della sua ombra, taciturno ma rassegnato, lasciandosi fotografare anche quando lo piazzano prima accanto a una foto di Dalla Chiesa e poi accanto al sorriso di Falcone e Borsellino. Capisce che quelle non sono le “segnaletiche” di routine ma istantanee scattate come trofei di guerra da carabinieri felici di vendicare con la legge i loro martiri, i loro amici. Capisce e subisce protestando solo con un gesto per rifiutare il cibo, un passato di verdure e mezzo pollo al forno. Accetta solo un caffe’ e una minerale, dice di avere “problemi di salute al cuore”, non vuole un medico ma gli avvocati e nomina il vecchio Nino Fileccia che in estate fece sapere della sua presenza a Palermo e Nino Mormino, lo stesso difensore dei Madonia. Non sa ancora che l’ hanno incastrato dopo cinque mesi di pedinamenti e controlli effettuati con microspie, microfoni direzionali, telecamere e mezzi in grado di registrare a trecento metri di distanza, due pullmini e una sorta di regia mobile, insomma un’ attrezzatura usata dai militari del Ros come fossero la Cnn dell’ anticrimine per portare ai giudici non solo testimonianze verbali ma documentazioni inequivocabili sulle frequentazioni di Riina. L’ uomo di Novara, del quale sarebbe indispensabile non rivelare il nome sui giornali, in sala regia ha potuto sciogliere i dubbi sorti davanti a quattro, cinque personaggi tutti simili alle vecchie foto di Riina. “E’ lui”. E ha puntato il dito sul patriarca che, ignaro delle riprese, in una strada dell’ Uditore arrancava con passo insicuro per una leggera zoppia. I carabinieri non possono raccontare tutti i retroscena, come spiega un ufficiale parlando con dieci giornalisti: “Ci vorranno altri tre mesi di lavoro per sviluppare una montagna di documenti e una fitta rete di relazioni. Ma poi qualcuno se ne dovra’ andare via con grande vergogna”. Da dove? “Da Palermo. Perche’ Riina ha incontrato qualcuno che neanche ve lo immaginate. Questi incontri si possono fare anche per interposta persona”. E’ il colonnello Mori, estraneo a questa conversazione, ad aggiungere poi che “l’ operazione poteva andare meglio”. Ce n’ e’ quanto basta per fare scattare inquietudini diffuse perche’ la meraviglia suscitata da quegli incontri non puo’ essere determinata dai rapporti che Riina potrebbe avere intrattenuto con altri mafiosi. Top secret. L’ inchiesta e’ in pieno svolgimento e gli stessi uomini che hanno accerchiato Riina sono ancora in campo nella zona dell’ Uditore dove il protagonista dell’ “Operazione Belva” aveva uno dei suoi rifugi individuati dalla squadra di un giovane capitano chiamato in codice “Ultimo” anche se e’ arrivato primo. Fra le carte finora sequestrate alcune sarebbero state trovate a bordo della Citroen di Riina e Biondino. Riguardano una societa’ finanziaria adesso passata ai raggi X negli uffici del Ros di Palermo dove ieri mattina e’ arrivato il comandante generale Antonio Viesti, soddisfatto perche’ di fronte alla caserma ondeggiano grandi cartelli: “Viva i carabinieri”. La gente inneggia e i magistrati vengono a ringraziare. Su una blindata guidata dal maresciallo Carmelo Canale, l’ uomo piu’ vicino a Borsellino, arrivano anche la moglie e i tre figli del magistrato. Gioia e tristezza traspaiono dalle parole di Manfredi: “Si stava per giungere a questi risultati prima della morte di mio padre ma questa volonta’ ce l’ avevano solo alcuni”. Un richiamo giunto al Palazzo di giustizia dove si preparano i primi interrogatori del boss trasferito con un elicottero ieri mattina a Roma in gran segreto anche se per l’ atterraggio e’ stato scelto il posto meno indicato, il piazzale a due passi dal campo in cui si stava allenando la Lazio con decine di giornalisti e cameramen appollaiati in gradinata, pronti a lanciarsi verso “u’ curtu” che ha provato a nascondere la faccia con un giaccone correndo verso una delle sei Alfette per il viaggio verso la cella di Rebibbia, la stessa in cui si penti’ Ali Agca.

Felice Cavallaro per il Corriere della Sera del 17 gennaio 1993

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