«Generale, parlerò … sono l’autista di Riina»

TORINO – “Dite al generale Delfino che sono un uomo morto, ma che sono anche un uomo d’ onore. Vogliono ammazzarmi, ma mi fido solo di lui e posso raccontare molte cose. Voglio parlargli…”. E’ il mattino di sabato 9 gennaio e la comunicazione arriva nell’ ufficio torinese del generale Francesco Delfino, comandante della Regione Piemonte dei carabinieri. Per Totò Riina, per quella sua feroce leggenda di “imprendibile” di Cosa Nostra, è l’ inizio della fine. Delfino parte in auto, diretto a Novara. Lì, in una caserma dei carabinieri, lo aspetta Baldassarre Di Maggio, 39 anni, di San Giuseppe Jato (Palermo) un volto e un nome sconosciuti per le cronache di mafia, ma anche per quelle della malavita comune. E’ un insospettabile, un incensurato “senza storia”. Ma appena incontra Delfino, comincia a disegnare uno scenario che è subito sensazionale: “Io sono l’ autista di Totò Riina, io lo accompagnavo a Palermo, in Piemonte, in Lombardia. Io lo seguivo nei suoi viaggi in Germania. Mi ricordo di lei, di quando era a Palermo come vicecomandante della Legione Carabinieri. Adesso, però, quelli della famiglia di San Giuseppe Jato (la più vicina a Totò Riina, n.d.r.) mi hanno condannato a morte e io sono qui. Ma vi posso dire dov’ è lui”. Il racconto, il lungo racconto del primo grande “pentito” di mafia incensurato e insospettabile, prosegue poco dopo attorno a un tavolo. Ma perché Di Maggio è a Novara? Qui la ricostruzione diventa più difficile. Si comincia a scavare negli archivi e si scopre una flebile traccia. Baldassarre “Balduccio” Di Maggio era davvero incensurato, ma soltanto sino al 17 novembre 1992. Quel giorno, la procura di Caltanissetta fa scattare l’ “operazione Leopardo”, nata dalle confessioni di Leonardo Messina. Nel lungo elenco degli ordini di cattura c’ è anche il suo nome. I magistrati lo definiscono come “un avvicinato alla famiglia di San Giuseppe Jato, collegato a Brusca Giovanni, figlio del capofamiglia Bernardo, di mestiere carrozziere ed ex imprenditore edile. Senza precedenti penali ma proposto per la diffida, viste le sue frequentazioni, nell’ 82 e nel ‘ 90”. In concomitanza con il blitz, “Balduccio” fugge al Nord dove era già stato tante volte, al seguito proprio del suo “capo”. Scappa ai carabinieri, ma soprattutto ai killer. Poco tempo prima infatti, è passato direttamente al servizio di Riina, il boss dei boss che naturalmente “controlla” anche i Brusca. Ma nel frattempo nascono dissapori e qualcuno decide di farla pagare “a chi ha sbandato”. Di Maggio si rifugia prima a Viggiù (Varese) e poi a Borgomanero (Novara) dove entra in contatto con altri “uomini d’ onore” che, però, sono seguiti dagli inquirenti. Quella nuova presenza non sfugge ai carabinieri che decidono di fermarlo: “Un fermo con poche speranze. Era incensurato, sembrava destinato ad andarsene dopo mezz’ ora e con tante scuse…”. Una pistola calibro 9 Siamo a venerdì 8 gennaio, una settimana fa. Nell’ alloggio dove l’ uomo d’ onore si è rifugiato, i carabinieri trovano una pistola calibro 9 e due caricatori. Finisce nel carcere di Novara e l’ accusa è di “detenzione abusiva di armi”. Le cronache locali liquidano tutto come un arresto nell’ ambito di “una normale operazione di controllo”. Ma non è così. Baldassarre Di Maggio compie la scelta della sua vita. Capisce che può trovare la protezione cercata invano in tutti quei mesi. Fa chiamare Delfino e poi incomincia a parlare. Chiede assicurazioni su una libertà futura, forse chiede anche denaro: “Molto, una somma ingentissima…”. Forse miliardi. Le prime parole, però, sono per Riina. Sul tavolo compare un foglio, poi una matita e le mani di Baldassarre cominciano a disegnare gli incerti contorni di un quartiere di Palermo, il “regno” del boss. Ecco una croce per indicare il covo, ecco viale della Regione Siciliana: “Sì, qui potrete prenderlo, di mattina. Proprio qui”. Ecco un numero di targa e un tipo di auto: “Una Citroen, quella di Totò”. Il rapporto con Francesco Delfino è subito vincente. Il generale, calabrese, 56 anni, è figlio del mitico maresciallo Giuseppe Delfino, detto “massaro Peppe”, immortalato da Corrado Alvaro nei suoi racconti e scopritore del primo codice segreto della ‘ ndrangheta dell’ Aspromonte. Quando era ancora capitano, nel 1974, sferrò un durissimo colpo contro i neofascisti a Brescia, catturando Carlo Fumagalli. Alla fine degli Anni Ottanta, con le stellette di colonnello, è nominato vice comandante della Legione di Palermo. Ma la sua permanenza in Sicilia dura poco, cinque mesi, durante i quali però trova il tempo di occuparsi di Salvo Lima. L’ alto ufficiale, dopo aver ascoltato Di Maggio, capisce che non si può più indugiare. Si avverte Torino, dove il caso vuole che ci sia proprio il nuovo procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nominato il 17 dicembre. Delfino lo conosce sin dai tempi del terrorismo, quando l’ ufficiale collaborava a Milano con Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Venga subito, è la pista buona”. Lunedì scorso, di sera e sempre a Novara, Baldassarre Di Maggio comincia a dettare il suo verbale davanti al magistrato e a un avvocato torinese, già difensore di un superpentito catanese. Ridisegna ancora il grafico che sarà usato per catturare Riina. Nasce il primo interrogativo inquietante per gli inquirenti. Perché parla? Lo manovra qualcuno che vuole “fottere” il boss dei boss? I dubbi durano poco, perché Di Maggio racconta subito ben altro: “Quindici anni di storia mafiosa aggiornati sino a dieci giorni fa. Nomi di politici, colletti bianchi, boss e killer. Almeno duecento nomi per futuri arresti, tutta gente da assicurare alla giustizia… Nessuna verità ascoltata da altri, ma tutti fatti ai quali ha preso parte in prima persona”. Trentadue delitti in un solo giorno Le domande più pressanti riguardano quei due nomi-simbolo, quelle due stragi “colombiane” con l’ esplosivo: Falcone e Borsellino. Di Maggio parla ancora, ma questa volta nulla trapela: il segreto è assoluto. Poi una rivelazione terribile e assurda nella sua enormità: “Un giorno la mafia ha ucciso 32 persone nello stesso giorno. I cadaveri sono stati distrutti…”. Attimi di incredulità, ma il “pentito” continua e fornisce riscontri, indicazioni precise, quasi tutte già accertate. “Balduccio” dice il vero. Molti fogli bianchi si riempiono adesso delle notizie più attese: “Una mappa completa della mafia siciliana aggiornata all’ 8 gennaio 1993. L’ elenco delle famiglie, i nuovi capi, i killer e, soprattutto, gli affiliati insospettabili con riferimenti anche al mondo politico”. Per il momento, è la fine. Caselli si mette all’ opera e contatta Palermo. I Ros dei carabinieri raccolgono le informazioni su Riina che esaltano il lavoro già compiuto nei mesi scorsi. Si prepara la trappola per il superlatitante. Intanto le notizie giungono anche a Luciano Violante, presidente della commissione Antimafia che segue passo per passo il percorso del “pentimento” di Di Maggio. Venerdì mattina, alle 8.10, l’ “operazione belva” va in porto. Baldassarre Di Maggio, però, non è più a Novara, ma in una camera di sicurezza della caserma “Bergia” di Torino dove continua il suo racconto, aggiungendo particolari, precisando nomi e fatti. E ogni tanto ripete le prime frasi del suo “pentimento”: “Sono incensurato ma divenni un uomo d’ onore. Mi bucarono un dito facendo scendere il sangue. Poi raccolsi le due mani e cominciarono a bruciare l’ immagine della Vergine. E io dovevo ripetere: ‘ ‘ Possano le mie carni bruciare come questa carta santa se io tradirò…’ ‘ “.

Ettore Boffano e Alberto Custodero per La Repubblica del 17 gennaio 1993

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