«Il superboss catturato con 20 anni di ritardo»

ROMA – “Impossibile vivere vent’ anni nella stessa città senza essere mai preso”. Parola di Buscetta. E don Masino è uno che di latitanza se ne intende. “Riina godeva di compiacenza da parte molte persone…”. E per questo l’ ha fatta franca così a lungo. “Girava per le strade di Sicilia tranquillamente”, s’ incupisce don Masino, e nessuno lo ha mai fermato prima. Perché? Già: perché solo adesso è scattata la trappola? La domanda rischia di far più chiasso degli applausi per la cattura. Di guastare la festa. Di schizzare fango. Suona come un malizioso, frustrante atto d’ accusa, quel “perché solo ora”. Il cono d’ ombra del sospetto ci prova a oscurare la vittoria dello Stato. Sfiducia. Delusione. C’ è un pezzo d’ Italia che non può rinunciare facilmente allo scetticismo. Neanche adesso. S’ aspetta vermi sotto il sasso, anche stavolta. E’ l’ Italia delle vittime, per esempio. Dice Manfredi Borsellino, figlio del magistrato ammazzato: “Penso che anche con mio padre vivo si sarebbe potuti arrivare a quest’ operazione soltanto con i carabinieri. E poi, è un’ opinione del tutto personale: l’ Arma è più libera di agire di altri apparati dello Stato”. Allude per caso ad apparati inquinati? Non allude, invece, la vedova La Torre, onorevole Giuseppina Zacco (pidiessina). E’ decisamente esplicita: “C’ è una correlazione tra l’ arresto di Riina e la vicenda di Bruno Contrada?”, domanda. Contrada, funzionario del Sisde a Palermo, in galera perché “troppo vicino alle cosche” secondo le gole profonde. Così vicino da far da guardaspalla a Totò? – è il quesito che nessuno vorrebbe mai porsi. “L’ impunità di Riina è durata ventitré anni perché settori dello Stato e politici conniventi l’ hanno protetta e garantita”. E’ acida la sentenza della vedova La Torre. Agita dubbi terribili, la vedova, e va anche più in là: “Appare evidente che non può esser stato un unico funzionario a garantire impunità. Comunque per me l’ arresto di Riina e quello di Contrada non sono scollegati. Anzi, l’ uno potrebbe essere la conseguenza dell’ altro. Ha ragione il giudice Di Lello: Riina è stato preso perché hanno voluto prenderlo. E con la cattura di Contrada alcuni ostacoli sono stati superati”. Accuse dirette e indirette. Mezze parole, per evocare la verità, farla venire a galla, spazzare le ombre. Di Totò in gabbia, così dice il procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra: “E’ l’ ennesima dimostrazione che quando ognuno fa il suo dovere le cose marciano”. Perché, qualcuno il suo dovere altre volte non l’ ha fatto? Ayala che sbotta: “Se lo si voleva acciuffare prima, lo si poteva fare eccome…”. E lo stesso colonnello Mario Mori, vicecomandante dei “Ros”, le squadre speciali di Cc che incassano l’ impresa dell’ anno, ammette: “Poteva andare anche meglio…”. In che senso, colonnello? Lo potevate catturare un anno fa? Dieci anni fa? Questo sospetto è un tarlo, colonnello, per il paese civile… Risponde Mori: “In vent’ anni è cambiata Palermo, è cambiata l’ Italia rispetto alla mafia. Vent’ anni fa, ‘ mafia’ a Palermo per tanti non era nemmeno una brutta parola. Riina è in galera adesso perché solo adesso ci poteva finire, mi creda. Perché adesso ci sono le leggi che favoriscono i pentiti. Perché quando si dà la caccia a un latitante, lo si può fare nel modo adeguato. E infatti le intercettazioni ambientali sono roba recente. Recente è anche la nomina di un superprocuratore. Le armi che abbiamo sono più affilate”. Dunque, nessun arresto a orologeria? Mori sorride: “A ogni successo ci piovono addosso le pietre. E’ una regola”. In viale Romania, al Comando dell’ Arma, si sforzano di stoppare le “dietrologie”, come le chiamano. “Perché adesso? Perché, ad esempio, adesso ci sono i Ros che da settembre stavano addosso a Riina. Prima si lavorava col comando provinciale, nessun coordinamento nazionale. Era dura seguire le orme di un latitante senza mettere il naso fuori da Palermo e dintorni. No, dieci anni fa non c’ erano le condizioni di oggi: i pentiti, le squadre giuste…”. “In ogni caso – mette in chiaro il colonnello Mori – Se qualche connivenza ha ritardato l’ operazione lo sapremo in futuro. Ma a chi mette in giro un’ accusa senza prove io rispondo: io invece mi regolo come san Tommaso. Prima tocco con mano poi ti dico che è vero. Prima verificare i fatti, chi parla e straparla lo vada a fare altrove”. Ma anche Pietro Folena, deputato Pds, indugia sul dubbio: “Era Contrada il ‘ muro’ che impediva la cattura di Riina?” E cosa vuol dire quell’ ufficiale dei Cc, rimasto anonimo, che sussurra alla stampa: quando si saprà con chi aveva contatti Riina qualcuno, a Palermo, dovrà andarsene per la vergogna. Vincenzo Parisi ha un gesto di fastidio. Vuol essere pacato, calcola al millimetro la risposta: “Vede, io Riina non l’ ho mai visto. A me nessun politico ha mai chiesto di accelerare o rallentare una cattura. Anche perché io li informo sempre a cose fatte. Quell’ ufficiale ci dovrebbe spiegare chi è quell’ ‘ amico’ di Riina che dovrebbe sloggiare da Palermo. Faccia il nome, così quello se ne andrà davvero. Sono pronto a schierarmi dalla sua. Contrada? Il 26 all’ Antimafia racconterò quello che so. Dire che i due arresti sono collegati è un’ opinione, una deduzione. Vale quel che vale. Io, di deduzioni, non ne faccio. Non ne so nulla. Io preferisco le prove alle deduzioni. A Palermo tutti lanciano accuse. Di dimostrarle si preoccupano in pochi. Lasciamo che i magistrati lavorino in pace”.

Marina Garbesi per La Repubblica del 17 gennaio 1993

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