Tutti i segreti dell’operazione Riina

” I 15 del Ros avevano gia’ trovato un covo. il pentito ha dato la conferma ” . Parla il colonnello Mario Mori

“Le chiedo una cortesia”. Il colonnello porge un foglietto. Dieci righe scritte a mano. “Vorrei che queste parole fossero trascritte integralmente”. Il testo dice: “La cattura di Riina e’ dovuta all’ attivita’ di una sezione del Ros col prezioso supporto dell’ Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione e’ diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell’ operazione”. Parole di fuoco. L’ antipasto di una storia ancora tutta da raccontare. Di fronte abbiamo gli uomini che hanno diretto e portato a termine con successo l’ operazione Riina. Parlano, nei limiti del possibile: “L’ operazione e’ ancora in corso”. Il fortino del Ros, il Reparto operativo speciale dei carabinieri, e’ una palazzina anonima cresciuta nella solita zona caserma. Siamo sotto Villa Ada, nella stanza del colonnello Mario Mori, vicecomandante dei Ros. Mori ha diretto le operazioni. Ha lavorato con Dalla Chiesa, e’ stato anche a Palermo. Con lui il maggiore “G”, un uomo coordinamento che si e’ spostato di continuo sull’ asse Roma Palermo e che ha vissuto a Palermo i giorni che hanno preceduto l’ arresto di Riina. E poi il capitano “Ultimo”, il capo della task force nella task force, il trentenne asso dei carabinieri che ha guidato l’ attacco al cuore dei corleonesi nelle strade controllate da Cosa Nostra. Allora, quando e’ nata l’ operazione Riina? “Il presupposto era questo: primo, catturare Riina; secondo, capire bene, durante la ricerca del boss, il rapporto tra i gruppi criminali legati ai corleonesi. Se non fossimo riusciti nel primo obiettivo comunque avremmo avuto una chiave di lettura sull’ area vicina alla mafia di di Corleone. Abbiamo cominciato a pensarci nell’ autunno ‘ 91. E siccome non abbiamo la palla di vetro e non siamo supermen ci siamo collegati con l’ Arma territoriale a Palermo per scremare tutte le informazioni che ci potevano essere utili. All’ inizio dell’ estate ‘ 92 abbiamo definito l’ insediamento corleonese a Palermo. A fine agosto abbiamo chiesto i necessari supporti. L’ operazione poteva durare anche un anno”. E in Sicilia e’ scesa la squadra di “Ultimo”. Con quali problemi? “Erano quindici giovanotti da acclimatare. Parliamo tutti la stessa lingua, siamo tutti carabinieri, siamo tutti del Ros, ma le impostazioni sono diverse. “Ultimo” e i suoi sono “stradaioli”, usano tecniche d’ attacco anche con mezzi sofisticati, la sezione locale del Ros e’ piu’ impegnata nell’ analisi. Gli uomini di Palermo sono conosciuti. Loro non dovevano essere bruciati, non dovevano apparire come gente dell’ Arma”. Nel timore di una talpa? “No. Ma se fossero usciti anche una volta dalla caserma avrebbero preso la patente di carabiniere. Dovevano stare fuori da tutto”. Quanto e’ durato l’ acclimatamento? “Un mese. I ragazzi hanno conosciuto le strade, hanno individuato gli obiettivi, hanno cominciato a muoversi in piena autonomia. Il contatto continuava con la nostra sezione anticrimine. Cosi’ e’ scattata l’ indagine diretta. E a fine novembre la macchina funzionava gia’ bene”. I quindici svolgevano finti lavori? “Lavori fittizi veri e propri non ci sono stati. Identita’ fittizie si’ : avevamo coperture credibili”. Quando si faceva il punto? E dove? “In pizzeria, in albergo, nei posti piu’ impensati. Ogni sera si stendeva un rapporto. E si stabiliva cosa fare il giorno dopo. Di volta in volta un obiettivo mirato: ti metto nel mirino, ti seguo, vedo chi frequenti, faccio le verifiche. Tutto questo e’ durato fino a una settimana prima dell’ arresto di Riina”. Mai un intoppo? “In questo e solo in questo abbiamo avuto fortuna. Una volta uno dei nostri ha rischiato di essere individuato. Non come carabiniere ma come un “farfallone”, un estraneo. Ce ne siamo accorti: loro hanno le radio, ma le abbiamo anche noi”. Che impressione avevate della rete corleonese? “Grande sicurezza e massima tranquillita’ . Era il loro territorio. Ma noi, i carabinieri, lo Stato, li abbiamo battuti”. E qui Mori aggiunge con forza: “Riina non si e’ arreso. Questa che le stiamo raccontando e’ la verita’ , la verita’ che emergera’ dai processi”. E allora facciamo chiarezza sul ruolo di Di Maggio, il mafioso bloccato a Novara. “A un certo punto i colleghi di Palermo che stanno lavorando sullo stesso contesto corleonese, ma fuori dalla citta’ , apprendono che un certo Di Maggio, un tempo molto vicino ai corleonesi, sarebbe ora in rotta con loro. I colleghi accertano, individuano il soggetto in Piemonte, mettono il suo telefono sotto controllo. Ma l’ intercettazione non e’ utile. Si chiede allora aiuto a Torino: ragazzi, ci fate una perquisizione? La fanno, e lo trovano con una pistola e un giubbotto antiproiettile addosso. Di Maggio aveva paura, ma non tanto dei carabinieri”. Una questione di interessi legati alle donne? “Ma che donne! Un bello scazzo con i suoi. Una questione criminale pura per la quale vale la pena di uccidere un uomo”. Torniamo all’ indagine: cosa si decide? “I colleghi di Palermo dicono: andiamoci a parlare. Vanno. Collabora. Viene avvisato il magistrato, che e’ quello del posto. Non ci credera’ nessuno . dice Mori . ma io mi trovavo a Torino per un’ altra faccenda e la sera avevo appuntamento a cena con Giancarlo Caselli. Alle diciotto mi avvertono: venga al comando, Di Maggio parla. Che si fa? Caselli non era ancora formalmente procuratore di Palermo e fa venire il giudice Aliquo’ . Di Maggio dice che per un certo periodo aveva portato in giro Riina. Lo carichiamo su un aereo e lo portiamo a Palermo. Ci indica due o tre posti”. E a quel punto tutto e’ piu’ facile. “Un momento. Il capitano “Ultimo” aveva sul gozzo il posto che secondo lui poteva portare a Riina. C’ era una strada piccola e uno stradone largo. Mancava pero’ la copertura: il pedinato doveva essere tenuto a distanza. E quando svoltava si perdeva in uno dei portoni. Di Maggio ci dice: eccolo, lo riconosco quel portone. Noi l’ avevamo gia’ individuato, il posto, attraverso un personaggio che lo stesso Di Maggio ci aveva confermato essere “ok”. Quello che e’ successo e’ una sorta di innesto tra situazioni positive e posizioni deduttivamente giuste. Il resto lo sapete. Abbiamo tenuto il portone sotto controllo. La mattina abbiamo visto uno strano movimento, abbiamo filmato, e’ partito il pedinamento sul soggetto” E rimasto sorpreso Riina quando “Ultimo” l’ ha bloccato? “Si’ . Non ha realizzato subito cosa fosse accaduto. Era scuro in volto, muoveva gli occhi di continuo. Cercava un perche’ . Quando gli siamo piombati addosso deve aver pensato a qualche suo nemico mafioso”. Nei vostri filmati precedenti figurano politici? “No. Abbiamo filmato personaggi inquadrabili nel gruppo dei corleonesi. L’ indagine continua”. Girava disarmato, il boss dei boss. “Normale, per lui. Primo: quella era la sua zona. Secondo: se porta documenti falsi e va in giro armato rischia a un normale controllo di essere arrestato. La sua era una prova di sicurezza e insieme di professionalita’ . Mi viene in mente un esempio acuto del generale Subranni, che comanda il Ros. Riina, con quella faccia e con in mano un sacchetto di plastica, si fa accompagnare dall’ altra parte della strada da un poliziotto o da un carabiniere. Non sara’ successo ma e’ molto verosimile. Questa era la forza di Riina e di Palermo”. Le impressioni su di lui. “Dietro quell’ aspetto dimesso due occhi azzurri freddissimi che ti guardano per capire a cosa stai pensando”. Piu’ rappresentativo di Liggio, di Greco, di Calo’ ? “Certo. A suo modo, diciamo che e’ il “migliore”. Liggio in dieci anni e’ stato arrestato tre volte e lui in ventiquattro anni una volta sola. A Palermo questo conta, e tanto. Greco? Recita, parla della Madonna. Calo’ ? E piu’ cittadino: come Buscetta, gli piace il buon albergo, il buon ristorante. Questi, i corleonesi, sono duri, sono gente di campagna. Piu’ rigore, piu’ sobrieta’ , piu’ crudelta’ asettica. Questa e’ la garanzia di un potere forte”. Insomma, il boss dei boss e’ un contadino. “La mentalita’ e’ quella. Ricorda . dice Mori . Mastro Don Gesualdo e l’ attaccamento alla roba. Ha i milioni ma continua a mangiare pane e cipolle. Non gli interessa un bel bagno. Il suo orizzonte e’ la roba, e la roba e’ il potere. Riina non e’ vissuto da ricco. Mai. I miliardi? Li investiva, magari nelle imprese. Ma pensava anche ad acquistare tanta terra”. E gli incontri con i politici e gli imprenditori? “Sono convinto che non ha mai incontrato direttamente personaggi di spicco. C’ erano sempre rapporti mediati. E le dico di piu’ : penso che il politico puro, a pelle, gli facesse anche un po’ schifo. Sul documento falso c’ era scritto “bracciante agricolo”. Pero’ attenzione: ha una personalita’ forte, grezza ma carismatica. Ha letto molto. Le costruzioni delle sue frasi sono perfette. E un uomo preparato, con buone nozioni giuridiche”. Cosa accadra’ ora al vertice della mafia? “Bisogna vedere se la successione era stata gia’ decisa. Cosa Nostra potrebbe rimanere ferma per tre o quattro anni. Poi qualche bella testa dira’ che la mafia e’ finita e loro rialzeranno la testa. Non credo ci sia oggi una personalita’ tale da raccogliere lo scettro di Riina avendo l’ unanimita’ dei consensi. E potremmo avere uno scontro duro tra i corleonesi e gli altri”. Aveva con se’ un dollaro portafortuna, Riina? “Si’ . “Ma non ha funzionato”, ha detto”.

Guido Gentili per Il Corriere della Sera del 28 gennaio 1993

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