«Patto sottobanco per la cattura di Riina»

Rivelazione choc a Firenze: fu preso in strada per consentire che il covo fosse bonificato. Brusca: il pentito Di Maggio si accordò con i carabinieri

FIRENZE – Ha avuto diversi giorni per «ripensarci», ma alla fine Giovanni Brusca non si è tirato indietro e ha voluto mettere il proprio suggello su una vicenda ormai destinata ad entrare nei «buchi neri» della recente Storia d’Italia: la cattura di Totò Riina, coi suoi misteri, le incongruenze, le doppie e triple verità, le omissioni. Brusca, ancora dichiarante, ha voluto dare la sua interpretazione sul «giallo Riina». E lo ha fatto contro la volontà di tutti: da un lato i suoi avvocati che avrebbero preferito non si fosse infilato in un simile ginepraio; dall’altro i pubblici ministeri del processo fiorentino che vedono anticipare in aula temi ancora in evoluzione e destinati ad un prossimo dibattimento contro i «mandanti occulti» delle stragi. Tutti, soprattutto i carabinieri chiamati pesantemente in causa, a malincuore hanno dovuto ascoltare il «Brusca pensiero» sulla cattura di Riina. Argomento interessantissimo, anche se tutt’altro che chiarito dopo l’intervento del dichiarante, che va a legarsi al tema più generale riguardante i rapporti tra gli apparati dello Stato e Cosa Nostra, allo spinoso interrogativo sulla presunta «trattativa» per far cessare l’offensiva stragista della mafia.

Dunque, Brusca è convinto che Balduccio Di Maggio non volesse pentirsi ma mirasse soltanto ai soldi, alla taglia che lo Stato aveva posto sulla testa del latitante numero uno. Ma è convinto anche dell’esistenza di un «patto sottobanco» coi carabinieri perché il boss fosse catturato per strada, quasi casualmente, e lontano dalla propria abitazione. Tutto ciò per permettere alla moglie del «capo», Antonietta Bagarella, e ai quattro figli di lasciare il «covo» tranquillamente. E per permettere a due «squadre» di «bravi ragazzi» di bonificare il luogo di latitanza della famiglia reale di Cosa Nostra.

«Di Maggio – osserva Brusca – poteva far arrestare Riina a casa sua, mentre dormiva. Infatti conosceva il giardiniere che badava alle piante, sapeva anche che l’autista del boss era Salvatore Biondino e che la casa era intestata ai prestanome Sansone». Quando i carabinieri arrestano Riina senza arrivare al covo, «ipotizzammo subito che Di Maggio aveva fatto un patto sottobanco coi carabinieri».

Poi, Brusca ha ricostruito le fasi successive alla cattura di Riina. Dice che quella mattina del 15 gennaio ’93 Riina era atteso dalla «cupola» al gran completo per discutere ulteriormente «la strategia stragista». I mafiosi capiscono, dal ritardo di Riina, che qualcosa è andato storto. La notizia-bomba non tarda ad arrivare. La «cupola» si «scioglie», Bagarella si dà da fare, insieme con Giovanni Brusca, per «cercare di fare uscire senza problemi» la sorella e i nipoti. Se ne occupa Brusca che – non si capisce come e perché – ottiene garanzie dai Sansone circa la possibilità da far allontanare dal covo la Bagarella coi figli. «Sansone li accompagna in macchina, escono nel tardo pomeriggio e vanno alla stazione». La famiglia Riina si presenterà a Corleone in taxi.

Ciò che Brusca non ha spiegato, ma per il vero bisogna dire che è stato in questo bloccato, riguarda la «garanzia» ricevuta per bonificare la casa di via Bernini. E non ha potuto chiarire come sia stato possibile che la signora Bagarella sia uscita dal cancello senza essere ripresa dalle telecamere che i carabinieri dicono di aver posizionato davanti alla villa. Non ha potuto chiarire se conosce i motivi per cui i carabinieri quelle telecamere le spensero alle 16,30 di quella stessa giornata, senza peraltro aver compiuto la «canonica» perquisizione. Operazione che invece venne puntualmente eseguita in casa di Biondino, l’autista di Riina, come riferisce lo stesso Brusca. Questo il «buco nero» che l’aspirante collaboratore ha potuto soltanto sfiorare.

Ma cosa c’entra la cattura di Riina con le bombe e quindi col processo che si celebra? Qui il discorso si complica. E lo dimostra ciò che è accaduto ieri nell’aula del bunker di Santa Verdiana. Brusca ha offerto le proprie «deduzioni» miste a notizie certe. Ciò gli è stato consentito nell’inerzia generale, salvo poi dover fare una parziale «riproposizione» dei fatti, su precise domande del suo legale, Luigi Li Gotti.

Il dichiarante aveva detto una cosa certa: e cioè che tra Riina e lo Stato era in corso una «trattativa» per far cessare le stragi, tanto che il boss aveva ordinato il «fermo» per bloccare il progettato attentato contro la Torre di Pisa. Aveva detto pure che l’idea di colpire le opere d’arte – dopo il fallimento della «trattativa» – era stata di Paolo Bellini, personaggio ambiguo che i mafiosi consideravano «dei servizi segreti». Aveva aggiunto che Bellini era stato in contatto coi carabinieri del colonnello Mori. Insomma, per deduzione Brusca concludeva che anche la cattura di Riina era da inquadrare nel contesto generale di avvenimenti che, in quel periodo storico, avevano due protagonisti: lo Stato da una parte, Cosa Nostra dall’altro. E, rispondendo al pm Gabriele Chelazzi, non aveva esitato a concludere che – una volta letti i giornali, di recente – «mi sono reso conto che eravamo stati pilotati dai carabinieri». Mentre il comando generale stilava due righe per dire che tutto era privo di fondamento, la verità sta negli atti», nel pomeriggio Brusca ridimensionava il senso delle sue dichiarazioni, separando le notizie dalle deduzioni.

Restano i «buchi» della cattura del boss e i misteri della «trattativa». Che c’è stata, come ha confermato lo stesso colonnello Mori in una intervista a La Repubblica (5 novembre 1997), che oggi sembra quasi «preventiva» rispetto a quanto accaduto a Firenze, dal momento che Brusca certe cose le aveva dette ai magistrati di Palermo. Dice Brusca: «Leggendo il giornale ho capito che le mie deduzioni erano giuste. Compresi ì nomi che potevano aver portato avanti quel patteggiamento, e cioè il dott. Cina e Vito Ciancimino». L’udienza riprenderà venerdì.

Francesco La Licata per La Stampa del 20 gennaio 1998

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