Carte false, manette, esplosivo. I segreti della “Ciancimino spy-story”. L’accusatore scagiona gli accusati. Senza volerlo

Quella freccina accanto ad una parola in codice che rimanda ad un nome importante. Il più importante di tutti, Gianni de Gennaro. Calunnia aggravata. Le manette. L’esplosivo in casa, trovato a colpo sicuro. Una sequenza tremenda, incredibile. E anni di rivelazioni, sospetti, denunce, accuse, illazioni, diventano un castello di carta.

Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, sembra concludere  così, senza gloria, la sua straordinaria, irripetibile avventura. Più di due anni, forse tre, fra le luci delle telecamere, i titoli dei giornali, la radio, la televisione, i libri di successo. Un cursus honorum da campione dell’antimafia.

Severo, rigoroso, fragile e sicuro di sé, gli occhi furbi di una faina che esplorano lo spazio attorno. Sembrano cercare protezione piuttosto che condivisione. E le carte sulle ginocchia, la pagina giusta nel momento giusta. Ogni volta quella che serve con il corredo dei ricordi di una padre potente, ma smarrito, spaventato. Pronto a vendersi in cambio di una vita nuova. A patto che sia conservato il nome vecchio. L’impossibile.

Don Vito un pentito? Mai e poi mai. Semmai un pacificatore, un mediatore. Un garante, come si conviene a quelli che contano. Non solo l’onore delle armi, ma rispetto. Sì, soprattutto rispetto. E lui, Massimo, che assiste alle maschere del padre costretto a piegarsi senza darlo a vedere, a pretendere rispetto senza averne.
Qualcosa ha imparato dalle giornate difficile del padre. Ha imparato a vendere bene la merce, a non venderla mai del tutto. A farsi desiderare, a tenere tutti con il fiato sospeso. Sto dalla vostra parte, ma non sono vostro. Non lo sarò mai, perché a quel punto sono finito. Questa la sua filosofia. Un azzardo, forse senza alternative.

La storia di Massimo s’interrompe per una buccia di banana. Un’ingenuità grande quanto una casa. Perché fra io tredici nomi, tutti in fila, ordinati, su quel documento infame ce n’è uno, che invece un nome non è e rimanda a qualcuno che lì non doveva starci. Scritto di fianco? Da chi, da don Vito? Massimo sostiene che non c’è niente di falso. Ma gli esperti affermano il contrario ed è a loro che bisogna dare retta, non c’è verso. Perciò non doveva esserci quel nome. E allora perché c’è entrato accanto alla “dozzina” di presunti trattativisti? Chi l’ha suggerito?  Una pensata di Massimo? Chi ha voluto che ci fosse? E per quale ragione?

Domande che difficilmente troveranno risposte in queste ore. È una matassa ingarbugliata, c’è da smarrirsi. Massimo che si gioca tutto sotto una carta non è partita giusta. Ha consegnato 250 documenti con una tempistica che pareva scritta su un copione, quasi che dovesse rispettare il film dell’indagine piuttosto che l’indagine in sé. La spettacolarizzazione della collaborazione. Insistita, esagerata, tremendamente rischiosa. Ed è proprio l’entità del rischio, con i nomi grossi di mezzo, che ha creato attorno a Massimo un alone di credibilità fra coloro che leggevano sui giornali ciò che andava raccontando. Non può dire ciò che dice senza avere le carte per provarlo, si sosteneva.

Naturalmente c’erano gli scettici e chi, fra gli inquirenti (è il caso della Dda di Caltanissetta), non ha mai considerato attendibile il figlio di don Vito, tutt’altro. Ed ora le indagini non vengono sporcate da quel falso d’autore.

Massimo Ciancimino paga un’esposizione mediatica senza precedenti. È rimasto in prima pagina per anni. Il più esperto dei comunicatori avrebbe fatto peggio, lui invece sembrava cavalcare la tigre con una nonchalance consumata, la faccia contrita, lo sguardo fiero e puntiglioso. Ogni volta una novità e rivelazioni, una dopo l’altra, con la verità che viene tessuta sapientemente davanti ad una platea che alterna creduloneria a scetticismo, interesse a disattenzione.

I suoi libri, le sue interviste e le presenze in tv non si contano. Indimenticabile quella volta che ad AnnoZero si lascia andare, piange al ricordo della madre che ha dovuto sopportare le disgrazie del padre ed ora le sfide del figlio, che si arrabatta per salvare il salvabile fra magistrati, poliziotti, carabinieri, personaggi politici, uomini delle istituzioni, servitori dello Stato, agenti dei servizi, per ottenere credito e conservare il patrimonio. Non il “sarcofago” tutto d’un colpo. Doveva centellinare le novità; una volta esaurite, sarebbe rimasto senza niente e quindi, senza nulla da pretendere.

Di errori ne ha fatti. La storia del patto con il boss della ndrangheta, per esempio. L’identificazione a rate di quell’agente dei servizi che sarebbe la chiave della trattativa fra mafia e Stato. Gli accenni al coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri. E qualche carta falsa.

Qualcuno se l’aspettava che accadesse.

Una anno fa circa fa su queste colonne ospitammo una intervista al professore Alfredo Galasso, che di processi di mafia ne ha fatti tanti. Il cuore dell’intervista era proprio Massimo Ciancimino, che a quel tempo era al massimo dello “splendore”. Documenti, rivelazioni clamorose che facevano traballare le istituzioni, il governo, la maggioranza politica. Chiedemmo a Galasso se avesse letto e seguito le vicende del figlio di don Vito. Rispose che sì, aveva letto tante cose e confessò di essere rimasto sconcertato dalle rivelazioni, documenti, novità.

Facemmo a Galasso la domanda cruciale, senza girarci troppo attorno. Gli crede, professore? No, rispose, gli credo poco. In ogni caso, aggiunse più o meno, bisogna cercare qualcosa di utile fra tanto cascame inutile. “Sta straparlando”, aggiunse, e questo non dispiacerà affatto a coloro che avrebbero di che preoccuparsi. Perché? domandammo ingenuamente. “Come, perché”, rispose Galasso, “appena lo sgameranno, appena lo sbugiarderanno, cadrà tutto il resto e finirà con il fare un servizio a quelli che accusa. Cancellerà così ciò che di serio ha raccontato”.

Le cose stanno andando proprio così. Il falso, l’arresto per il pericolo di fuga, invero opinabile, poi l’esplosivo in casa e la sicura permanenza nelle patrie galere. Da accusatore Massimo Ciancimino potrebbe diventare la prova dell’innocenza degli accusati. Giusto come aveva previsto Galasso.

E’ una storia complessa, l’avrete capito, no?

Siciliana, e non solo.

siciliainformazioni.com del 22 aprile 2011

Ecco tutte le patacche di Ciancimino junior

Le perizie stroncano l’icona antimafia di Ingroia: manipolati il papello e i pizzini consegnati ai pm. L’esempio più eclatante: da un documento scritto da don Vito per la bozza di un libro vengono rubati, tagliati e incollati sun un post-it pezzi di una frase poi appiccicata sul famoso “papello”

I documenti di Ciancimino junior? Patacche. Non solo il «pizzino», falso, con il nome di De Gennaro, che è costato al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo l’arresto per calunnia. Falsi i riferimenti a Berlusconi. Falsi gli accostamenti «mafiosi» al generale Mori. Falsi persino i pizzini di Provenzano.

E quanto al papello di Riina, la grafia non è quella del capo dei capi di Cosa nostra. Le perizie sulle carte consegnate a rate da Massimuccio al pm «partigiano» Ingroia stroncano l’attendibilità del superteste dell’inchiesta sulla «trattativa» Stato-mafia ai tempi delle stragi. Quel che emerge dallo studio del cartaceo spacciato come autentico da Ciancimino jr è una truffa. Nemmeno troppo sofisticata. La parte più importante del carteggio (autentico) di don Vito è stata manipolata con tecniche da photoshop, sforbiciate, copia e incolla di frasi e firme trasportate da un documento all’altro. Gli atti più importanti sono tutti fotocopiati, per nascondere l’originale e il trucco. Come è accaduto al famoso «papello» con le richieste della mafia per bloccare le stragi, che con un provvidenziale quanto falso post-it è diventato l’atto d’accusa per il generale Mori e la base per l’offensiva al Cav. Oltre al «timido» rapporto della Polizia scientifica sulle panzane prodotte dal superteste, le oltre 500 pagine di consulenza dei carabinieri del Ris, periti per conto della difesa guidata dall’avvocato Basilio Milio, danno i brividi. Altro che «icona dell’antimafia», come lo definì Ingroia. Massimuccio ha portato falsi su falsi. A decine. Ecco come sono stati manipolati i documenti che dovevano riscrivere la storia d’Italia.

LA LETTERA A BERLUSCONI
«L’onorevole Berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti televisive. Se passerà molto tempo ed ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto a uscire dal mio riserbo (…)». Ricordate? È uno dei documenti che più hanno destato scalpore, la prova (fasulla) della presunta origine mafiosa di Forza Italia. Ciancimino jr, sotto giuramento, riferisce che l’annotazione del padre è datata sicuramente 1994 (dunque in linea con le sue mirabolanti ricostruzioni tra mandanti esterni e trattative). Ma le perizie tecniche smentiscono il rampollo di Ciancimino poiché la carta su cui è stata scritta la famosa frase su Berlusconi è stata fabbricata tra il 1996 e il 2000 (compatibile con l’uscita dal carcere del padre nel 1999). E non solo. Falsa, o meglio spostata da un altro scritto originale di Ciancimino senior, è l’intestazione «per conoscenza al presidente del Consiglio dei ministri On. Silvo Berlusconi». Lo aveva intuito per primo il blogger Enrico Tagliaferro, detto «Enrix», che nel suo sito fa le pulci a Massimo. Certifica oggi il perito della difesa (i pm non lo hanno fatto controllare dai propri consulenti): «Siffatto documento risulta ottenuto tramite una maldestra manipolazione posta in essere mediante opportuni ritagli ed una mirata giustapposizione della dicitura in intestazione. Si tratta, pertanto, di un documento certamente autografo di Ciancimino Vito Calogero ma non autentico poiché non contestuale ovvero in parte frutto di una trasposizione di un testo». A smentire Ciancimino jr ci pensa lui stesso, nel libro «Don Vito» a pagina 229, dove viene riportata la parte del documento mancante, sacrificata per inserire la falsa intestazione a Berlusconi. Annotazione supplementare dell’esperto: «Appare opportuno far menzione, per mera cronaca, che in questo “range temporale” (tra il 1996 e il 2000) l’On. Silvio Berlusconi non rivestiva la carica di Presidente del Consiglio».

SPONTANEAMENTE, LA BUFALA
«Consegnato, SPONTANEAMENTE, al colonnello gen carabinieri Mario Mori, sez Ros». È scritto così nel celebre post-it allegato all’altrettanto celebre «papello» consegnato a fatica da Ciancimino jr, post-it che dà valore a un documento anonimo altrimenti privo di interesse. Se per i periti la grafia sull’appunto adesivo è di don Vito, tutt’altra storia è dove fosse collocata in origine la dicitura impressa del post it. Sì, perché, guarda caso, la scritta ha gli stessi caratteri, le stesse minuscole, gli stessi identici tratti in corsivo e stampatello di un altro documento che Ciancimino senior aveva predisposto come promemoria del suo libro Le Mafie con questa dicitura: «registrato alla Siae nell’ottobre del ’92 e nello stesso mese SPONTANEAMENTE consegnato al colonnello dei carabinieri Mario Mori e al capitano De Donno, ambedue del Ros». Il taroccatore ha tagliuzzato e spostato le parole trasformando così la lista di appunti nel sigillo apposto sul «papello». Basta confrontare l’originale con la copia fasulla per restare basiti.

PAPELLO IN CERCA D’AUTORE
«Revisione Sentenza max processo, Annullamento decreto legge 41 bis, Revisione legge Rognoni-La Torre, Riforma legge pentii, Riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse-per condannati di mafia, arresti domiciliari dopo 70 anni di età (…)». Questo è il famoso «papello» consegnato da Ciancimino ai pm. «È di Riina», sostiene Massimuccio. I periti non solo non confermano la sua autenticità ma affermano che la grafia non è di Riina, e non è nemmeno dei 15 maggiori boss. Sul contenuto più di un sospetto, anche a causa del riferimento all’annullamento del 41 bis. Ciancimino jr colloca a giugno ’92 il papello. Ma il 41 bis allora non esisteva, (all’epoca si parlava di modifiche al decreto legge 306) è stato istituito a seguito della morte di Borsellino, un mese dopo.

SILVIO? SI COPIA E INCOLLA
«Rapporti Dell’Utri, “Berlusconi Ciancimino L’Espresso del 2.1.1989”, Alamia Imm San Marino, Edilnord, Rasini Bank Zummo, Vaselli 5 mld, avvocato Catalano Milano Gelli, Calvi, Consulente per Edilnord, “Milano truffa e bancarotta” (…)». Il taroccamento, col copia-incolla, è lampante anche in questo appunto. I riferimenti «Berlusconi-Ciancimino» «L’espresso 2.1.89» e «Milano truffa e bancarotta» sono stati «rubati» da un altro documento, ritrovato, e pure pubblicato nello stesso libro autografo di Massimo (pagina 61) come titolo di un libro che i Ciancimino volevano scrivere. Il nome di Berlusconi, confermano i periti, non c’era nell’originale, e se è ricomparso ciò è dovuto a un lavoro di photoshop su carta prodotta tra dopo il 2004, non in linea con gli anni ’90 della trattativa.

LA SIMULAZIONE GALEOTTA
«F Restivo A Ruffini 1970-1990, G Santovito, R Malpica, F/C Gross (cerchiato, con un freccia che indica a destra, ndr) «De Gennaro», poi «V.Parisi. D.Sica, G.De Francesco, B.Contrada, L.Narracci, E.Finocchiaro (…)». Il testo del documento che ha portato Ciancimino Jr in galera per il riferimento a De Gennaro tratta di funzionari dello Stato collusi con la mafia. Massimo lo attribuisce al padre. La polizia scientifica ha dimostrato che il nome del prefetto è stato estratto da un altro pezzo di carta di Ciancimino senior che conteneva la scritta De Gennaro (riferito a Giuseppe, però, un giudice) e riversato ad arte, previa solita fotocopia, nell’appunto dato ai pm. Il supertestimone a verbale aveva dichiarato: «Quel nome (Gianni De Gennaro, ndr) l’ho visto scrivere da papà».

LA FALSA LETTERA A FAZIO
«Illustrissimo presidente dott. Fazio, sono Vito Ciancimino, il noto, questa mia lettera, a futura memoria, vuole essere un promemoria da ben conservare se realmente lei deciderà di scendere in politica come da Amici di regime mi è stato sussurrato (…)».

È un falso, scrivono i periti, anche la fotocopia della lettera vergata con un sistema di videoscrittura con firma a penna, fotocopiata anch’essa, che doveva essere inviata (forse alla fine del ’93) dall’ex sindaco di Palermo all’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Si dava conto del fallimento dello scellerato tentativo del generale Mori, osteggiato da Borsellino («sicuramente oppositore»), di bloccare il progetto stragista. «La firma di Vito Ciancimino non è contestuale al testo» sentenzia la polizia scientifica. E i periti della difesa di Mori rincarano: «La firma è sì manoscritta da Vito Ciancimino ma è stata prelevata da un documento precedente e trasposta». Così come l’appunto a penna alla segretaria («da rifare Rosalba») apparterrebbe a Massimuccio nostro. Quando Ciancimino testimonia al processo Mori confessa di aver ricevuto questa lettera da un “personaggio misterioso”, un mister x senza nome. Poco dopo aggiunge che tutti i documenti provengono dall’archivio di suo padre. Quindi che la lettera di Fazio l’ha ritrovata nella sua cantina di Bologna, e che mister X gliene aveva data una uguale, senza firma del papà. Come si concilia, allora, l’amorevole dichiarazione della mamma che giurò d’averla trovata lei, a casa sua, in una carpetta?

IL PROFESSOR PROVENZANO
Anche i pizzini di Bernardo Provenzano, ovviamente prodotti da Ciancimino, sono un falso secondo i periti Di Dio e Marras. Binnu comprime il testo senza lasciare spazio tra una riga e l’altra, va a capo in modo elementare spezzando le sillabe col segno “uguale” e fa in media una decina d’errori a pizzino: scrive «anno» invece che «hanno», «nonè» al posto di «non è», «mà» con l’accento, «a scanzo» di equivoci, «sendire» per «sentire» e via discorrendo. Binnu by Massimuccio invece divide le sillabe correttamente e fa rari errori. E poi quei pizzini non sono stati scritti con la macchina da scrivere di Provenzano, sequestrata il giorno della sua cattura a Corleone. Insomma, tutto falso. Manipolato. Compresa la firma di don Vito sulla copertina del libro del figlio.

Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti per Il Giornale del 3 novembre 2011

Ciancimino vero o falso ?

Il processo Mori ha riservato delle sorprese descritte dalla cronaca. Livesicilia, tramite Andrea Cottone, ha fornito la puntuale replica dell’interessato, cioè Massimo Ciancimino. I giornali oggi ripropongono l’antico enigma, il vecchio dibattito sulla genuinità o sull’adulterazione presunta del verbo cianciminiano. La questione è tornata prepotentemente alla ribalta, con esiti diversi. Pezzo di Riccardo Arena per “La Stampa”. Titolo: “Berlusconi e la mafia, il falso di Ciancimino”. Pezzo e svolgimento: “Stavolta la manipolazione la rilevano i consulenti, chiamati dalla Procura a verificare l’attendibilità e la provenienza dei documenti prodotti da Massimo Ciancimino”.

Scrive ‘La Stampa’: “Al processo di Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano, una presunta manovra sulle carte era stata rappresentata, all’udienza del 28 settembre, dall’imputato principale, Mori. L’ex direttore del Sisde aveva mostrato in aula la sovrapposizione tra due documenti: da uno stesso originale ne sarebbero stati ricavati due.

Ieri un’operazione simile è stata fatta notare su un’altra carta prodotta dal super-teste dell’indagine sulla trattativa mafia-Stato, da Maria Vincenza Caria e Marco Pagano, del gabinetto di polizia scientifica di Roma, nominati dal pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Pronti a confermare che due originali sono stati messi insieme, qualche parola è stata spostata dall’uno all’altro ed è stato realizzato un collage suggestivo, perché assieme ad appunti scritti a stampatello da Massimo Ciancimino su “rapporti Dell’Utri”, assieme a riferimenti a “Milano-Gelli-Bono-Calvi”, c’erano parole scritte dallo stesso don Vito: “Berlusconi-Ciancimino” e, più in basso, “Milano truffa assicurazioni”. Secondo quanto hanno riferito i consulenti, l’ex sindaco mafioso di Palermo, i riferimenti a Berlusconi li aveva scritti: non in quel contesto ma in un altro appunto”.

Così Arena sulla Stampa. Scrive invece Giuseppe Lo Bianco su ‘Il Fatto Quotidiano’ un altro articolo, dal titolo: “Autentici i pizzini di Ciancimino”. Svolgimento: “Cinquantatrè dei 55 documenti attribuiti “con certezza” a Vito Ciancimino sono stati consegnati dal figlio Massimo “in originale”, nessuna traccia di fotocopiatura o di collage – che possa far pensare a un posticcio gioco di prestigio – è stata rilevata. Resta sconosciuto l’autore del papello (si sa soltanto che proviene da un’unica mano) e si continua a cercarlo, attraverso nuove comparazioni. (…) Rimane qualche dubbio su un documento dattiloscritto (con annotazioni manoscritte attribuite con certezza a don Vito) sul quale sono stati avviati nuovi accertamenti dopo che il generale Mori la scorsa udienza in aula aveva sollevato pesanti sospetti sulla sua autenticità”.

Link all’articolo originale

Possiamo fidarci di Massimo Ciancimino ?

Ieri Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo e mafioso Vito Ciancimino, nel corso di un interrogatorio a Caltanissetta ha tirato in mezzo Gianni De Gennaro, ex capo della polizia e oggi coordinatore dei servizi segreti, definendolo “uno dell’ambiente del signor Franco”, dove il misterioso “signor Franco” è secondo Ciancimino un uomo dei servizi segreti centrale nella presunta trattativa tra lo Stato e la mafia.

De Gennaro ha querelato per calunnia Massimo Ciancimino. Oggi i giornali danno conto delle incomprensioni tra la procura di Caltanissetta e quella di Palermo, riguardo lo stesso Ciancimino. I primi indagano sulla trattativa, e reputano credibile il figlio dell’ex sindaco. I secondi indagano sulle stragi degli anni Novanta e, scrive Repubblica, “per le sue reticenze e per le sue contraddizioni manifestate durante l’interrogatorio avevano manifestato l’intenzione di indagarlo per calunnia”.

Insomma, il fatto riapre la discussione sull’attendibilità delle testimonianze e delle informazioni fornite da Massimo Ciancimino. È un personaggio piuttosto controverso: indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, condannato per riciclaggio, racconta storie di mafia e politica ininterrottamente da due anni e mezzo. Ha detto molte cose: alcune si sono rivelate veritiere, alcune no. Spesso si è contraddetto. I magistrati della procura di Firenze hanno considerato inattendibili le sue deposizioni; quelli di Palermo lo considerano attendibile; quelli di Caltanissetta lo ascoltano ma dubitano. Oggi ne scrivono Attilio Bolzoni su Repubblica e Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera. Questo Bolzoni:

Chissà come sarà chiamato da oggi il rampollo di don Vito. L’uomo della verità? Il grande depistatore? L’esecutore materiale dei desideri del mafioso più mafioso di Palermo? Di certo è che da oggi, non importa se ha addossato il peso al padre che non c’è più o se la colpa se la prenderà tutta lui, Massimo Ciancimino ha oltrepassato un confine dal quale difficilmente potrà tornare indietro. Innanzitutto per il nome che ha deciso di rivelare. E poi perché, su quel nome, tanto per cambiare la magistratura siciliana si sta già spaccando. Nella Ciancimino story siamo alla resa dei conti.

Le accuse a Gianni De Gennaro sono forti al punto da rappresentare l’ago della bilancia, scrive Bolzoni, anche se conosciamo già altre contraddizioni e marce indietro di Massimo Ciancimino. Nonché alcune anomalie del suo comportamento: vedi per esempio la sua scelta di razionare col contagocce testimonianze e prove. Scrive così Bianconi, sul Corriere.

È l’uomo che sostiene di voler riscattare il nome dato al figlio maschio, Vito Andrea, collaborando con la giustizia e aprendo gli archivi segreti del padre condannato per mafia sulla base di un’indagine condotta dal giudice Giovanni Falcone. Solo che quegli archivi li ha aperti a singhiozzo, portando ogni volta un nuovo pezzo di carta, compreso il famoso «papello» con le richieste avanzate nel 1992 dai corleonesi di Totò Riina per fermare le stragi, tra la bomba di Capaci che uccise Falcone e quella di via D’Amelio che tolse di mezzo Paolo Borsellino. L’ha consegnato dopo circa un anno di tira e molla, e ancora non ha finito di dare tutto ciò che ha promesso. All’appello manca ancora, per dirne una, un assegno di Silvio Berlusconi a suo padre di cui Massimo parlò in una telefonata intercettata con la sorella.

Poi ci sono le dichiarazioni meno sostanziali e più fantasiose su vari misteri d’Italia, dalla morte di Roberto Calvi alla strage di Ustica. Le accuse di aver contraffatto e manomesso gli stessi documenti che fornisce come prove, facendo creativi collage da manoscritti diversi. Per dire: il foglio su cui appare il nome di De Gennaro contiene un elenco di poliziotti e prefetti che secondo Massimo Ciancimino sarebbero stati elencati da suo padre come il famoso “quarto livello”, gli infiltrati della mafia nello stato.

L’unico nome sconosciuto è quello di un certo Gross, accanto al quale è tracciata una riga che lo collega al nome di De Gennaro, stavolta vergato con la calligrafia del padre. Gli accertamenti della polizia scientifica hanno stabilito che quella scritta è sovrapposta a un’altra. Segno di una manomissione successiva? Impossibile rispondere, visto che si tratta dell’ennesima fotocopia.

Uno dice: non bastano queste numerose contraddizioni e imprecisioni a considerare Ciancimino inattendibile? La risposta è no.

Di sicuro — e su questo gli inquirenti sono quasi tutti d’accordo, anche i più scettici sulla sua genuinità — Ciancimino jr ha impresso una svolta alle inchieste sulle stragi anticipando l’avvio dell’ipotetica trattativa tra boss e uomini delle istituzioni. Prima si pensava che fosse successiva alla morte di Borsellino, mentre Massimo Ciancimino ha raccontato che già prima di quella bomba suo padre cominciò a incontrare i carabinieri; da lì sono venuti alcuni riscontri alle sue affermazioni considerati importanti, come i ricordi dell’ex presidente della commissione antimafia Luciano Violante, dell’ex ministro Claudio Martelli, della sua collaboratrice Liliana Ferraro e altri ancora.

Il Post, 4 dicembre 2010

Ciancimino e il misterioso ‘signor Franco’

Il misterioso “signor Franco”, un personaggio legato ai servizi segreti, descritto come distinto e caratterizzato da una deformazione del volto, è stato più volte evocato da Massimo Ciancimino, nelle sue dichiarazioni. Il padre di Massimo, l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, avrebbe invece chiamato questa persona con il nome di “Carlo”. A presentarlo a Ciancimino senior sarebbe stato l’ex ministro dell’Interno Franco Restivo. “Franco-Carlo” sarebbe stato una delle pochissime persone (cinque o sei) che avevano accesso alla linea telefonica riservata di Vito Ciancimino e che potevano arrivare a casa senza appuntamento.

Questo “Franco”, citato da Massimo Ciancimino in diversi verbali di interrogatorio ai pm di Caltanissetta e Palermo e nelle udienze del processo, farebbe parte di un apparato di sicurezza dello Stato. L’uomo, di cui Ciancimino dice di non avere mai conosciuto la vera identità, ma solo un numero di cellulare (che sarebbe stato recuperato dai magistrati palermitani in una scheda sim telefonica di Ciancimino jr), avrebbe fatto anche da tramite fra Vito Ciancimino ed esponenti delle istituzioni. A lui sarebbe stata affidata una lettera da consegnare al sen. Marcello Dell’Utri, proveniente dai boss corleonesi, in cui si fa riferimento “all’on. Berlusconi”, al quale veniva chiesto di mettere a disposizione un’emittente televisiva. “Franco” avrebbe intensificato i suoi rapporti con i Ciancimino nell’estate delle stragi (durante la quale Vito Ciancimino avrebbe anche incontrato Licio Gelli a Cortina) e avrebbe svolto un ruolo, prima in veste defilata poi da protagonista, nella cosiddetta “trattativa” tra Cosa nostra e le istituzioni. Prima di incontrare gli alti ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno, Vito Ciancimino avrebbe chiesto il permesso a Provenzano, ma anche a Franco. Sempre Franco (o uomini a lui legati) avrebbero permesso l’incontro in carcere, sotto la doccia, dell’ex sindaco di Palermo con l’esattore di Salemi Nino Salvo, che erano entrambi in isolamento. Nel 2002, il giorno della sepoltura del padre, “Franco” avrebbe consegnato a Massimo Ciancimino un biglietto di condoglianze da parte di Bernardo Provenzano. Uomini legati a Franco avrebbero evitato la perquisizione della cassaforte in cui erano custoditi il papello e i pizzini di Provenzano nella casa di Ciancimino jr e lo avrebbero pesantemente “consigliato” di avvalersi della facoltà di non rispondere, nel caso fosse stato chiamato a parlare di argomenti come la “trattativa”. In tempi recenti “Carlo-Franco” si sarebbe fatto vivo con Massimo Ciancimino e gli avrebbe passato “false” notizie su Bernardo Provenzano. Oggi il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha depositato al processo il passaporto rilasciato al figlio dieci giorni dopo la nascita, grazie proprio all’intervento di “Franco”.

Marcello Dell’Utri, da Arcore alla nascita di Forza Italia (1a parte)

Vittorio Mangano è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me …Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con aiuti premio e si sarebbe salvato. È un eroe, a suo modo

E’ l’aprile del 2008. A parlare così di un mafioso condannato per omicidio e traffico di stupefacenti  (morto agli arresti domiciliari nel luglio 2000) è Marcello Dell’Utri, l’uomo che “Berlusconi non contraddice mai” (copyright Luigi Bisignani, P2). Una frase mai ritrattata (anzi rivendicata) e che descrive la spregiudicatezza di un personaggio indicato dalla Procura di Palermo come l’ultimo referente della trattativa.

Avrebbe preso il posto di Vito Ciancimino nel dicembre 1992 (quando l’ex sindaco di Palermo finisce agli arresti) e stretto con la Cupola il ‘nuovo patto’. La mafia smette di seminare bombe e panico, abbandona il progetto utopistico di Sicilia Libera e si mette a lavorare per il nuovo partito dell’amico Marcello. Ma i pm di Palermo come arrivano a dipingere un simile scenario?

IL PROCESSO PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA

Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ridotti a sette in Appello. Le due sentenze differiscono l’una dall’altra per l’arco temporale  cui fanno riferimento. Nella prima il braccio destro di Silvio Berlusconi viene giudicato a disposizione di Cosa Nostra fino al 1994, anno della discesa in campo del Cavaliere. La sentenza d’Appello retrodata di due anni (a tutto il 1992) la sua collusione.

Dell’Utri commenterà: Se fossero veri i rapporti tra me e Cosa Nostra per arrivare a Berlusconi, è strano che proprio nel momento in cui a Cosa nostra poteva servire un referente politico come Berlusconi avesse mollato tutto. Questa è, appunto, una illogicità manifesta della sentenza”.

La prima sentenza d’Appello viene annullata con rinvio dalla Cassazione. Il 25 marzo 2013 la Corte d’Appello lo condanna nuovamente a sette anni, considerandolo “uomo cerniera”, mediatore e garante degli interessi di Cosa Nostra, almeno fino al 1992.

Cosa esce fuori dal processo a carico del co-fondatore di Forza Italia? Una serie di fatti e circostanze considerati provati da tutte le sentenze, alcuni ammessi dallo stesso Dell’Utri.

ANNI ’70, ARCORE

Dell’Utri  conosce il giovane Silvio Berlusconi negli anni Sessanta.  Dopo una breve parentesi come dirigente di banca a Palermo, il futuro senatore della Repubblica si trasferisce ad Arcore nel 1974, nella villa appena acquistata dal futuro Presidente del Consiglio (per pochi ‘spiccioli’ rispetto al reale valore della tenuta). E’ Dell’Utri ad aprire le porte di casa Berlusconi a Vittorio Mangano, chiamato da Palermo a ricoprire il ruolo di stalliere, nonostante l’inesistenza di cavalli nella villa.

Chi è Mangano? Un mafioso con precedenti penali alle spalle (noti a Dell’Utri, lo scrivono i Carabinieri), del mandamento palermitano di Porta Nuova, indicatogli da Taninò Cina, altro mafioso del clan Malaspina.Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò (il cassiere di Cosa Nostra, ndr), cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta”. E’ la descrizione di Paolo Borsellino nell’intervista del 21 maggio 1992.

L’INCONTRO CON BONTATE, I SEQUESTRI DI PERSONA

Lo ‘stalliere’ viene ‘assunto’ a seguito di un incontro del 1974 (che tutte le sentenze ritengono provato) tra Berlusconi, Dell’Utri e il vertice di Cosa Nostra rappresentato da Stefano Bontate e Mimmo Teresi.  Presente all’incontro anche il futuro collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo (capo della famiglia di Altofonte, appartenente al mandamento di San Giuseppe Jato guidato dai Brusca), uno degli oltre 30 pentiti che accusano Dell’Utri.

“A venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati – ricorda Di Carlo a proposito dell’incontro – una stretta di mano, con Tanino Cinà si è baciato, con gli altri si è baciato, con me no… si è baciato anche con Stefano Bontate, il capo della mafia. Dopo un quarto d’ora è spuntato questo signore sui 30 anni e rotti e hanno presentato il dott. Berlusconi a tutti… Ci hanno offerto il caffè e quando arriva Berlusconi, cominciano a parlare di cose più serie: lavoro, ognuno che attività faceva, Teresi stava facendo due palazzi a Palermo… Berlusconi ha fatto dieci o venti minuti di parlare, ci ha dato una lezione economica e amministrativa perché aveva in costruzione una città 2, come chiamavano Milano 2”.

Scrivono i giudici che hanno condannato in primo grado Marcello Dell’Utri: “Durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della garanzia…Bontate rassicurò il suo interlocutore (Berlusconi, ndr), valorizzando la presenza al suo fianco di Dell’Utri e garantendo il prossimo invio di qualcuno”. Quel qualcuno è Vittorio Mangano, l’eroe di Dell’Utri.

Che ruolo ha Mangano? Paolo Borsellino lo indicherà nel 1992 come la “testa di ponte” di Cosa Nostra al Nord, ma ad Arcore svolge il ruolo di ‘guardaspalle’. La Lombardia è teatro di sequestri, voluti e organizzati da Luciano Liggio, il Corleonese che all’epoca contava tra i suoi luogotenenti Totò Riina e Bernardo Provenzano. La presenza di Mangano ad Arcore è una garanzia.

Garanzia per Berlusconi, non per i suoi amici. Nel dicembre 1974 Mangano è il basista del fallito sequestro di Luigi d’Angerio,  prelevato dopo aver cenato con il Cavaliere ad Arcore (ma riuscirà a fuggire). I Carabinieri avvisano Berlusconi dei loro sospetti, lo ‘stalliere’ verrà arrestato due volte (dicembre 1974 e dicembre 1975) per altre accuse. Ma Berlusconi non fa una piega e Mangano resta ad Arcore.

IL FLUSSO DI DENARO DA FININVEST A COSA NOSTRA

Cosa Nostra ‘protegge’ Berlusconi su mediazione di Dell’Utri ma non lo fa gratis. L’imprenditore “pagò ingenti somme di denaro a Cosa nostra in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari e per le sue tv fino al 1992…una scelta ben precisa… pagare chi lo minacciava o formulava richieste estorsive e intimidazioni, piuttosto che denunciare“. Lo scrive la Corte d’Appello  nella prima sentenza  che condanna Dell’Utri a sette anni. Ma lo ribadisce la Cassazione che annulla con rinvio quella sentenza: “Ha tenuto (Dell’Utri, ndr) un comportamento di rafforzamento dell’associazione mafiosa fino a una certa data, favorendo i pagamenti a Cosa nostra di somme non dovute da parte di Fininvest”.

Anche la sentenza di primo grado (dicembre 2004) considera provato il “versamento annuale” a Cosa Nostra di “centinaia di milioni di lire da parte della Fininvest”.

MANGANO E DELL’UTRI LASCIANO ARCORE: L’AFFARE DEI ‘CAVALLI’

I due arresti di Mangano (1974-1975) fanno rumore, i giornali locali parlano di “un mafioso a casa Berlusconi”: lo ‘stalliere’ lascia Arcore di sua iniziativa e si stabilisce in un hotel di Milano. Verrà arrestato nel maggio 1980 su richiesta di Giovanni Falcone: condannato nel processo Spatola per traffico di stupefacenti, resterà in carcere fino al 1991.

Nel frattempo Dell’Utri litiga con Berlusconi: vorrebbe fare il dirigente ma l’amico non lo giudica all’altezza. Trova subito un altro lavoro presso la Inim di Filippo Alberto Rapisarda, uomo legato a Ciancimino e alla famiglia Cultrera-Caruana, al tempo tra i principali trafficanti di droga a livello mondiale.  Proprio Rapisarda depone al processo a carico di Dell’Utri: “Mi disse che la sua attività di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi (a Berlusconi, ndr)”.  Dell’Utri conferma, ma disse di aver pronunciato quelle parole per “vanteria”(!). Nel 1978 diventa ad della Bresciano Costruzioni, ma viene accusato di bancarotta fraudolenta. Rapisarda intanto fugge in Venezuela, ospite dei narcotrafficanti Cultrera-Caruana.

Nel periodo 1976-1980, fino all’arresto voluto da Falcone, il legame con Mangano non si allenta. Nell’ottobre 1976 partecipa alle nozze del boss Antonino Calderone, alla presenza dell’ex stalliere di Arcore.  Il 5 febbraio 1980 viene intercettato dalla Criminalpol (che indaga su un traffico di droga) al telefono  con Mangano, che gli parla di “un affare da proporgli per un cavallo”. Dell’Utri risponde che servono “i piccioli” ma che lui non ne ha. E allora Mangano lo invita a chiederli “al principale Berlusconi”, ma il futuro senatore risponde che il Cavaliere “non è un santo che suda”, vale a dire ‘non paga’.

Dunque Mangano ha davvero qualcosa a che fare con i cavalli? Non proprio. Lo ‘facciamo spiegare’ a Paolo Borsellino, nell’intervista del 21 maggio 1992 (due giorni prima della strage di Capaci) rilasciata al giornalista francese Fabrizio Calvi ed al regista Jean Pierre Moscardo: “Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavallo”.

Claudio Forleo per http://www.it.ibtimes.com del 5 giugno 2013
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Così nacque Forza Italia, il partito-azienda

MILANO La decisione di fondare Forza Italia viene presa nel maggio 1992, un anno e mezzo prima della «discesa in campo» di Berlusconi (il discorso del Cavaliere sulle reti Mediaset è del gennaio 1994).
A dirlo, in più interrogatori, è l’uomo che era stato chiamato a catechizzare i manager di Publitalia sui primi rudimenti della politica. Ezio Cartotto, classe 1943, è un dipendente della concessionaria di pubblicità delle reti Fininvest ed ha una storia legata alla sinistra Dc. È lui che scrive i discorsi di Giovanni Marcora e Piero Bassetti, allora potente presidente della Camera di commercio. Cartotto conosce Berlusconi dal 1971 e nel maggio-giugno 1992 viene contattato da Dell’Utri che gli parla del progetto.
Siamo in piena Tangentopoli (gli avvisi di garanzia al sindaco di Milano e cognato di Craxi, Pillitteri, sono proprio del maggio 1992) e Dell’Utri vede crollare «gli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest». Per questo ipotizza che il gruppo stesso possa «entrare in politica». Cartotto viene inserito in una struttura con un paio di giornalisti, un dirigente della Coldiretti, un paio di ex sindaci e Nicolo Querci, poi diventato dirigente Fininvest ma allora semplice segretario di dell’Utri. E si arriva a settembre 1992. C’è la tradizionale convention di Publitalia a Montecarlo e Berlusconi dice: «I nostri amici che ci aiutavano contano sempre di meno; i nostri nemici contano sempre di più; dobbiamo prepararci a qualsiasi evenienza per combatterli». Pare che Gianni Letta e Fedele Confalonieri fossero contrari alla discesa in campo del gruppo Fininvest e con loro c’erano schierati Montanelli (allora direttore de “Il Giornale”, Federico Orlando e Maurizio Costanzo), mentre erano con Dell’Utri (dalla parte dei “falchi”) sia Cesare Previti che Ennio Doris (attuale presidente di Mediolanum).
La decisione ultima viene presa ad aprile 1993 quando Berlusconi convoca Cartotto e «un amico che stimava molto dal punto di vista politico»: Bettino Craxi. Si parte, si decide di fare il “giro d’Italia” di tutte le aziende clienti del gruppo. Berlusconi, comunque, non ha ancora deciso di essere il leader del nuovo partito. Nell’estate 1993 ci sono gli attentati a Firenze (via dei Georgofili) e Milano (via Palestro) oltre che il fallito attentato a Maurizio Costanzo. Ad agosto la decisione è presa. Giuliano Urbani, manager molto ascoltato, dice a Berlusconi che alle successive elezioni politiche, grazie al sistema maggioritario, i comunisti avrebbero certamente vinto le elezioni. Berlusconi comincia le riunioni, nel “teatrino di Arcore”. A Natale 1993 si decide che leader della nuova formazione sarà lo stesso Berlusconi.
E’ lo stesso Cartotto, interrogato dai procuratori di Palermo e Caltanissetta nel 1997 a dire che Berlusconi, a un certo punto, aveva messo sotto accusa Dell’Utri perché i suoi rapporti con la mafia provocavano un calo dei consensi a Forza Italia, secondo sondaggi fatti al momento.
«E ricordo – fa mettere a verbale Cartotto nel corso degli interrogatori – la reazione di Dell’Utri che mi sorprese, in quanto mi disse: «Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io….».
Quindi l’avvio dei rapporti con le altre forze politiche. Si arriva alla primavera 1994. Berlusconi, alleato al nord con la Lega e al sud con l’Msi, vince e si insedia a Palazzo Chigi.

Gigi Furini per Il Piccolo del 9 febbraio 2010