La strana strategia del Ros

Il tentativo di «trattare» con Riina nei verbali degli alti ufficiali che oggi verranno sentiti .  «Ciancimino mediatore con la mafia»

FIRENZE – Giovanni Brusca non ha abbandonato la segreta speranza che prima o poi – questa benedetta «patente» di collaboratore gliela concederanno. E così «chiede scusa ai giudici», assume toni concilianti, mette a punto qualche dichiarazione che, nelle udienze passate, può avergli provocato qualche incomprensione. Specialmente coi carabinieri, per la storia del «papello» presentato da Riina allo Stato e per l’estemporanea ricostruzione fatta in aula a proposito della cattura del «padrino», dei disguidi che hanno portato a non perquisire il covo di via Bernini e dei dubbi del «dichiarante» sulla possibilità che nel 1992-93 si sia svolta una trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra per far cessare le stragi. Proprio su questi temi, questa mattina la Corte d’Assise sentirà il generale Subranni, il colonnello Mori e il capitano De Donno, dopo che ieri i pubblici ministeri, Nicolosi e Chelazzi, hanno depositato i verbali degli interrogatori resi dai tre ufficiali. La lettura degli atti consente di poter concludere che la versione di Giovanni Brusca sulla «trattativa» non è proprio campata in aria. Vedremo cosa accadrà oggi, col racconto «diretto» dei tre ufficiali. 11 colonnello Mario Mori, in una intervista a la Repubblica, aveva definito «fantasie» quelle di Brusca. E, in effetti, nei verbali non v’è traccia di alcuna carta scritta che poneva le condizioni di Cosa Nostra allo Stato. C’è, tuttavia, il racconto di come i carabinieri tentarono di utilizzare Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo condannato al maxiprocesso per associazione mafiosa, prima come «mediatore» nei confronti di Totò Riina per convincerlo ad abbandonare la scelta stragista, poi come «infiltrato» e, infine, come confidente proprio per cercare di catturare il «padrino corleonese». Tutto ciò accadeva ira l’estate del 1992 e il mese di gennaio successivo. Proprio mentre Brusca raccoglieva, dall’interno di Cosa Nostra, la netta sensazione che tra Stato e mafia fosse intervenuta una «mediazione». Mentre per bocca di Leoluca Bagarella apprendeva che Riina aveva dato uno stop agb attentati (rivelatosi purtroppo temporaneo) perché dalla parte delle istituzioni «si erano fatti sotto». Vito Ciancimino, dunque, offrì la propria collaborazione. Mori é De Donno offrono la descrizione di un Ciancimino «ossessionato da Tangentopoli». Don Vito – e questo lo sa chi ha avuto modo di parlare con l’ex de – considerava l’«effetto Di Pietro» una sorta di catastrofe per la politica. Per troppi anni era stato il «collettore» di tutti gli affari legati agh appalti pubblici, logico, dunque, che sapesse perfettamente quali nefaste conseguenze potessero avere le indagini sulla corruzione. Specialmente in Sicilia, dove la situazione era complicata dalla presenza del «terzo incomodo», cioè Cosa Nostra. Mori incontra quattro volte Ciancimino. De Donno, invece, lo vede più spesso perché funziona da tramite col superiore e tiene i rapporti col figlio dell’ex sindaco, Massimo. All’inizio Ciancimino «sonda»: vuol sapere se quella è un’iniziativa personale dei carabinieri oppure se la cosa interessa ad altri. Mori e De Donno non possono che bluffare: gli fanno credere – raccontano – di avere «le spalle coperte», mentre nessuno sa dell’iniziativa, ad eccezione del comandante del Ros, informato da Mori. 11 generale Subranni, tuttavia, sottolinea l’assoluta autonomia d’azione del suo collaboratore di allora. Racconta Mori che la strage di Capaci fu «uno choc anche per gli operatori del settore, perché ci fu un senso di frustrazione, un senso di impotenza rispetto ad un fenomeno, Cosa Nostra, che sembrava indebellabile». Il ten¬ tativo di infiltrare la mafia, perciò, appariva come indispensabile. La «trattativa» fallì. Non era possibile «promettere» molto a Riina. Lo stesso Ciancimino fa proposte, come quella di «trattare» all’estero, che si prestano al sospetto che vogha raggiungere solo vantaggi personali (in questo caso la restituzione del passaporto). E poi, spiegano gh ufficiali, non si poteva fare a meno di chiedere, come condizione base, che si consegnassero Riina e Provenzano, anche se in cambio di un «trattamento secondo diritto». Ciancimino, che è già in contatto col dott. Antonino Cina, medico personale di Riina, ascolta e reagisce: «Colonnello, lei mi vuole fare uccidere». La collaborazione dell’ex sindaco diventa così proposta di collaborazione per la cattura di Riina. Don Vito chiede mappe di Palermo, tabulati ed elenchi di contratti per l’erogazione dell’acqua, nella segreta speranza di individuare il «covo» di Riina. Ma Ciancimino viene arrestato: deve scontare un residuo di pena. Riina sarà catturato qualche giorno dopo, senza il suo aiuto. Il rapporto tra don Vito e i carabinieri, a quel punto, si trasforma ancora. Interviene la Procura della Repubblica di Palermo, la collaborazione di Ciancimino va verso una ufficializzazione. Poi si interrompe tutto. Don Vito, secondo i magistrati, non ha molto da offrire, e, oltretutto, non sembra molto sincero.

Francesco La Licata per La Stampa del 24 gennaio 1998

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