Il Ros alla sbarra: Antonio Subranni e Mario Mori

Chi legge ‘trattativa stato mafia’ pensa inevitabilmente al Ros, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, nato il 3 dicembre 1990. E’ con il comandante del Ros Antonio Subranni che Calogero Mannino, il presunto ispiratore della trattativa, è in stretto contatto dopo l’omicidio del maresciallo Guazzelli (leggi). E’ il Ros che tramite Mario Mori e Giuseppe De Donno ‘aggancia’ Vito Ciancimino dopo la strage di Capaci (leggi). E’ ancora il Ros protagonista della mancata perquisizione del covo di Totò Riina (leggi) e che si fa sfuggire dalle mani Bernardo Provenzano nell’autunno 1995 (leggi).

La magistratura ha indagato e indaga su queste strane ‘coincidenze’. A Palermo gli imputati Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno sono accusati di attentato a corpo politico dello Stato.

 

ANTONIO SUBRANNI, LE INDAGINI SU PEPPINO IMPASTATO

E’ il primo comandante del Ros, dal 1990 al 1993. Classe 1932, il suo nome è legato a quello di Peppino Impastato, assassinato il 9 maggio 1978 a Cinisi (Palermo) da Cosa Nostra. Ma per più di vent’anni si racconterà la storia di un attentato finito male, anzi un suicidio. Si sarebbe fatto saltare in aria con il tritolo sui binari della linea Palermo – Trapani.

A indagare è il comandante del reparto operativo del gruppo Carabinieri di Palermo, Antonio Subranni. “Il depistaggio – scriveva il Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato nel febbraio 2012  – ha due attori principali: il procuratore capo del tempo, Gaetano Martorana, che nel fonogramma redatto subito dopo il ritrovamento dei resti del corpo di Peppino Impastato, parlava di ‘attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda’, e l’allora maggiore dei carabinieri Subranni. Un’indagine seria deve partire dall’accertamento delle responsabilità di questi due personaggi”.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato ha scritto sul sito dell’associazione: “Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”. Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?”.

Subranni ha respinto le accuse, sostenendo di non aver mai visto le pietre macchiate di sangue ritrovate a poca distanza dai binari su cui Peppino si sarebbe fatto saltare in aria. Tra i reperti scomparsi anche gli oggetti personali di Peppino (libri, appunti) sequestrati dai Carabinieri a casa Impastato. La verità viene riconosciuta anche in sede processuale: verranno condannati in primo grado il boss Gaetano Badalamenti (ergastolo) e il vice Vito Palazzolo (30 anni). Entrambi moriranno prima del processo d’Appello. Rimane aperta la questione depistaggio.

Nel dicembre 2011, 33 anni dopo l’omicidio, la Dia ‘ritrova’ Provvidenza Vitale, la casellante del passaggio a livello di Cinisi, considerata una delle testimoni-chiave, che i Carabinieri giudicarono all’epoca dei fatti ‘irreperibile’.  In realtà non si era mai allontanata dalla sua abitazione.

Interrogato il 12 settembre 2012, il pentito Francesco Di Carlo (ex boss di Altofonte che rivelò ai magistrati l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e il boss Stefano Bontate. Incontro ritenuto provato dalle sentenze che hanno riconosciuto colpevole di concorso esterno il braccio destro del Cavaliere) accusa l’ex comandante del Ros: “I cugini Salvo si sono rivolti ad Antonio Subranni per fare chiudere l’indagine sulla morte di Peppino Impastato”.

La Procura di Palermo ha indagato Subranni per favoreggiamento, ma la richiesta di archiviazione per prescrizione è stata immediata. Lo scorso novembre Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ha lanciato un appello all’ex comandante del Ros: “Subranni rinunci alla prescrizione per amore della verità e per rispetto nei confronti delle istituzioni al cui interno ha svolto una lunga e luminosa carriera”.

 

TRATTATIVA, LA VERSIONE DI MARIO MORI

Classe 1939. Dal 1972 al 1975 al Sid (Servizio Informazioni Difesa). Il 16 marzo 1978 è il giorno dell’eccidio di via Fani, in cui le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro trucidando gli agenti di scorta Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Quel giorno Mori diventa comandante della sezione Anticrimine guidata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel 1986, da tenente colonnello, diventa comandante del gruppo Carabinieri Palermo 1. Nel 1990 è tra i fondatori del Ros guidato da Subranni. ll 1°ottobre 2001 diventa prefetto e direttore del Sisde (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica), nell’estate del 2008 viene chiamato dal neosindaco di Roma Gianni Alemanno come consulente della sicurezza pubblica.

E’ uno degli attori protagonisti del periodo 1992-94, il suo nome spunta sempre nei passaggi-chiave della trattativa. Mori e De Caprio (il famoso capitano Ultimo) sono stati assolti nel procedimento sulla mancata perquisizione del covo di Riina (ma per i giudici viene provata “la sussistenza di un’erronea valutazione dei propri spazi di intervento da parte degli imputati, di gravi responsabilità disciplinari per non aver comunicato alla procura la propria intenzione di sospendere la sorveglianza”). Mori e  il colonnello Obinu sono imputati per favoreggiamento a Cosa Nostra per la vicenda della mancata cattura di Provenzano (è attesa la sentenza di primo grado: la Procura ha chiesto 9 anni per Mori, 6 anni e sei mesi per Obinu).

“I miei accusatori mettono in grande rilievo il fatto che sia io, più smaliziato, e quindi sembra una sola volta, che il capitano De Donno, meno esperto e quindi più genuino, in molte circostanze, nel descrivere il rapporto con Vito Ciancimino, abbiamo usato la parola ‘trattativa’, da ciò ricavando la conclusione che noi stessi ammettessimo implicitamente di avere avuto la consapevolezza di gestire un negoziato con Cosa nostra” ha sostenuto Mori nel ‘memoriale’ difensivo presentato il 7 giugno 2013 davanti ai giudici del Tribunale di Palermo che dovranno esprimersi sull’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra.

“Non sono a conoscenza – ha proseguito Mori – di intese o accordi che possano esserci stati, per scelte di altri appartenenti alle Istituzioni, perché se ne fossi stato informato, a suo tempo ne avrei fatto denuncia, così come mi competeva. Non posso quindi sostenere con dati probanti, che in questi casi sono gli unici che valgono, se una o più trattative vi siano state oppure no

Ma nel dicembre 2011, intervistato da Antonello Piroso su La7, fu proprio Mori a dimostrarsi ‘meno esperto’. “Probabilmente le trattative ci sono state, ma queste non potevano essere gestite da un colonnello dei carabinieri: sono ad alto e a maggiore livello, e forse un giorno salteranno fuori” le parole del generale.

Ho dimostrato che non c’è stata alcuna iniziativa, nelle mie attività, che mirasse ad aprire una trattativa per far cessare le stragi” sostiene Mori nella difesa del 7 giugno. Allora perchè agganciare Ciancimino?  “Per cercare di catturare latitanti in un momento in cui lo Stato era in ginocchio” dice De Donno. Ma De Caprio sostiene che Ciancimino non ebbe alcun ruolo nella cattura di Riina. Lo stesso Mori, nella deposizione al processo-ter sulla strage di via d’Amelio (1999), interrogato sul blitz del 15 gennaio 1993 che vide il boss finire in manette non cita mai Ciancimino. Nel 2010, nell’ambito del processo per favoreggiamento, sostiene la stessa tesi di De Caprio: “Ciancimino non ebbe alcuni ruolo”.

Si torna alla domanda numero uno: se Ciancimino non ebbe alcun ruolo nella cattura di Riina, perchè  contattarlo? 

Sul ritiro del 41bis ai detenuti, Mori sostiene: “Non erano stati i modesti benefici apportati dalle iniziative del Ministero della Giustizia nei confronti dei detenuti mafiosi sul 41 bis a fare recedere Cosa nostra dai suoi intenti criminali”. Ma l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso durante l’udienza in Commissione Antimafia dell’11 novembre 2010, dichiara testuale: “Nel 1993 non rinnovai il 41 bis per i detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ed evitai altre stragi. C’era già stato l’arresto di Riina e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo Provenzano che aveva un’altra visione: puntare sull’aspetto economico ed abbandonare le stragi. Ecco perché decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio. E difatti di stragi non ce ne sono più state”.

Nella versione di Mori c’è anche un altro passaggio che non torna e riguarda le settimane che precedono la strage di via d’Amelio.

Durante altre dichiarazioni rese a Palermo nel processo che lo vede imputato per favoreggiamento, sostenne che gli incontri tra lui e Ciancimino avvenero a partire dall’agosto 1992, dopo via d’Amelio. Nel 2009 Claudio Martelli (nel 1992 ministro della Giustizia) ha sostenuto che Paolo Borsellino fosse venuto a conoscenza dei contatti Ros-Ciancimino prima di essere ucciso.

Il 25 giugno il magistrato ha incontrato Mori e De Donno: lo ha confermato lo stesso generale alla Procura di Caltanissetta. Secondo Mori si parlò delle indagini su Capaci e dell’inchiesta mafia-appalti, ma non fu fatto cenno a don Vito anche perchè, sostiene Mori, “la risposta di Ciancimino arrivò dopo l’incontro con Borsellino”.

Ma c’è qualcosa che non torna: secondo le parole di Martelli il 23 giugno 1992 il capitano De Donno avrebbe avvisato Liliana Ferraro (direttrice degli Affari Penali del Ministero della Giustizia) che Ciancimino voleva “collaborare”. Ma Mori sostiene che la risposta di don Vito arrivò dopo l’incontro con Borsellino, almeno tre giorni dopo.

Un passaggio significativo perchè Mori ha sostenuto la teoria che Paolo Borsellino sia stato ucciso perchè voleva portare avanti l’inchiesta mafia/appalti, mentre la Procura di Palermo che indaga sulla trattativa considera la strage di via d’Amelio l’eliminazione del principale ostacolo al dialogo tra Stato e mafia.

Claudio Forleo per it.ibtimes.com del 20 giugno 2013

 

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