Stragi, il diario dell’orrore. Soffiate, talpe, lettere anonime, colletti bianchi. E Vito Ciancimino sentenziò: “Le stragi? la testa non è in Sicilia, se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe”

Nei mesi di marzo, aprile e maggio 1993 Falcone assunse una serie di iniziative: le indagini sui conti segreti svizzeri e l’estradizione dei Cuntrera in Italia. Si occupò anche del delitto Lima. Diviene un ariete puntato contro il pianeta invisibile che guida i destini del mondo: quella zona franca nella quale si decidono i grandi affari, i grandi eventi. Il giudice punta la sua pistola contro l’uomo armato di Winchester appostato a 150 metri.

Rincasando, vidi Salvatore davanti casa mia. Mi aspettava. Era nella sua auto a luci spente, parcheggiata in seconda fila.

«Che ci fai qui?» domandai.

«Non lo immagini che ci faccio? Ti aspetto».

«Vuoi salire a casa mia? Parcheggia la macchina più giù».

«No, devo andare. Ti devo semplicemente consegnare qualcosa…».

«Che cosa?».

Mi guardò per un pò, scuotendo il capo. Sembrava che dovesse decidere i destini dell’umanità.

«Siamo marionette», disse. «Si affonda nella spazzatura.Una nuova lettera anonima!».

«Ah!», feci. «Me ne avevano già parlato. Circola da qualche tempo. Non sono interessato…».

«É la prova che arrivano anche quando non le vuoi leggere», osservò, provando a sorridere.

Poi girò la chiave e mise in moto.

«Non puoi farne a meno», disse, lasciandomi. «Le mani devi infilarle anche tu nella spazzatura se vuoi capirci qualcosa». «Avanti», urlò da lontano, «è tutta lì la verità».

Giunto a casa, aprii la busta. Il primo foglio conteneva i nomi dei destinatari, molti dei quali sprovvisti di indirizzo e le quattro righe consuete indirizzate agli uomini di buona volontà, ipocrita premessa di una nuova delazione. Dapprima credetti che la lettera fosse stata spedita dallo stesso uomo. L’autore degli otto fogli, intendo.Fui ingannato dall’impostazione grafica, assai simile, alle quattro righe che precedevano gli indirizzari. In realtà le diversità erano notevoli; una, la più importante, riguardava i contenuti.

Gli otto fogli raccontavano una storia e tutto girava attorno ad essa. Stavolta l’anonimo affastellava nomi, proponeva intrighi, complicità, ruberie in modo sconnesso. Gettava fango a destra e a manca. Esclusi che potesse essere l’iniziativa di un mitomane. Più di un indizio ricordava che anche questa lettera veniva «dall’interno»: qualcuno che vuol far sapere. Che cosa? Per rispondere avrei dovuto indovinare il codice.

Il codice di un messaggio in chiaro? Assurdo, ma questo è il contesto. La lettera anonima aveva lo scopo di avvertire: state attenti, noi sappiamo, e lo proviamo. questo è solo l’inizio. I destinatari reali del messaggio erano nascosti nella folla dei nomi e degli episodi ricordati: chi doveva capire capiva. Un altro avvertimento. Diretto a chi? Magistrati, poliziotti, uomini politici. Le vittime del ricatto non avrebbero avuto scelta: solo il silenzio. Misurarsi con una lettera anonima mette di cattivo umore. Non si tratta solo di affondare le mani nella spazzatura, ma di abitarci.

Il 29 ottobre appresi la verità sull’assassinio di Salvo Lima. La verità degli investigatori, intendo; anzi, quella raccontata ai magistrati dai pentiti. Il delitto era stato deciso dalla Commissione provinciale di Cosa Nostra: una punizione esemplare perché la vittima non aveva rispettato i patti di mutua collaborazione, di scambio di favori, non aveva tutelato i boss imputati al maxi processo..

Un tradimento intollerabile, cui sarebbe seguita la sanzione estrema. Sfogliai le pagine – ben 138 – dell’ordinanza dei giudici lentamente, soffermandomi su alcuni brani, con l’animo del giocatore di poker che scruta le carte una dopo l’altra, assecondando l’ansia che la loro misteriosità provoca. Ricevetti sensazioni contrastanti; dapprima scetticismo, incredulità, quindi compiacimento, il desiderio di credere al di là di ogni dubbio. Ero soggiogato dalle parole, dalla liturgia della legge. Ecco «le acquisizioni probatorie sul delitto, le motivazioni, gli autori…»; ecco i mandanti, che «con premeditazione, in concorso tra loro, hanno deciso e cagionato la morte dell’onorevole Salvo Lima»; ecco i testimoni…, attendibili perché «non hanno alcun interesse a dire bugie, sono sinceramente pentiti, le loro informazioni provengono direttamente o indirettamente dai componenti dell’attuale Commissione provinciale di Cosa Nostra…».

Tutto pareva plausibile, sensato, liberatorio. Spazzavo via i dubbi che l’ordinanza proponeva con la voglia di credere. Finalmente un risultato, nero su bianco: tutto alla luce ciò che abbiamo sospettato, sussurrato, subito.

Dovetti affrontare una nuova lettura della ordinanza. Come sfuggirvi? Servivano i fatti, i nomi, i particolari. Una specie di prova del nove. I colpevoli per cominciare: erano oggettivamente responsabili del delitto perché solo il loro assenso avrebbe consentito di compierlo a Palermo. Un tribunale senza volto, né sede, né esecutori. Prima di applicare la pena capitale, esso deliberò di avvertire Salvo Lima e il suo partito. «L’occasione fu data dalle elezioni del 1987. Giunse in carcere l’ordine di votare per i radicali e per i socialisti».

Gli argomenti dei giudici erano provati dalle rivelazioni dei pentiti: Gaspare Mutolo, trafficante di droga e Giuseppe Marchese, pluriomicida. Mutolo e Marchese avevano ascoltato le confidenze dei boss in carcere. L’ordinanza metteva in fila vecchie ammissioni di altri pentiti e notissime tesi di collaboratori di giù stizia. Fra gli accusatori Tommaso Buscetta, Rosario Spatola, Antonino Calderone, Marino Mannoia. Gli accusati? Pippo Calò, Totò Riina, Pietro Aglieri.Ventiquattro mandanti, tutti nomi noti.

Devo convincermi che è una guerra; ed una guerra si paga con il sangue, con la rinuncia al diritto. Tuttavia non riesco a vietarmi di ragionare. Accolgo i miei dubbi con lo spirito di chi tradisce una causa. Mi sento colpevole per il fatto stesso di porre delle domande. Come avranno fatto a consultarsi i 24 mandanti almeno due volte? Latitanti, detenuti in varie carceri, liberi cittadini, titolari e «supplenti» della Commissione, cui spetta di pronunziarsi su ogni delitto?

Non mi pare che la struttura gerarchica di Cosa Nostra conceda molto alla democrazia interna. Anche per ragioni logistiche: almeno cinquanta persone – membri della Commissione, supplenti, messaggeri – avrebbero saputo tutto sull’agguato a Lima, prima dell’esecuzione. Con il pericolo di mandare tutto all’aria.

Il movente del delitto sarebbe la vendetta, la punizione di chi non è stato ai patti? La Commissione sacrifica tutto sull’altare della sanzione che inasprisce l’azione repressiva e giudiziaria, seppellisce in carcere i boss? É riduttivo. Marchese è l’uomo di Riina. Ha ucciso in carcere su suo ordine condannandosi all’ergastolo. Non ha nulla da perdere. Deve fare sapere una parte della verità?

«S’influiva sui politici e questi sui tribunali», affermano i pentiti. Quali sono i tribunali influenzabili? Quali i giudici pronti a persuadersi.

Ho i nomi dei mandanti, i particolari sulle loro intenzioni, non so nulla sugli esecutori. Mette i brividi una realtà che identifica i mandanti di un delitto ignorando gli esecutori. La accetterei con difficoltà anche se a raccontarla fosse George Simenon.

Fra i mandanti non compaiono Piddu Madonia, indicato come il numero due di Cosa Nostra, e i fratelli Cuntrera estradati in Italia dal Venezuela. Se Piddu Madonia è davvero il numero due, come è possibile che non sia stato ascoltato sulla sentenza Lima?

La composizione del tribunale di mafia, la riconoscibilità della Commissione provinciale restano un enigma. La dittatura di Riina su Cosa Nostra e la democrazia rappresentativa della Commissione non sono compatibili… Un enigma che s’infittisce, invece che diradarsi, con le parole di Tommaso Buscetta riferite nell’ordinanza. «Tenuto conto delle modalità e del luogo dell’omicidio Lima e della mancanza di qualsiasi conseguenza nell’ambito di Cosa Nostra, è del tutto pacifico che il delitto è stato deciso dalla Commissione provinciale di Palermo…».

Perché sarebbe il livello provinciale, e non quello regionale, competente per la sentenza? Lima è una personalità nazionale, il delitto compiuto in campagna elettorale avrebbe provocato conseguenze ben più vaste dell’ambito provinciale. Ma Buscetta non è uno sprovveduto. Perché propone un confine così angusto? Nei primi quattro mesi del 1992 Falcone e Buscetta si sarebbero incontrati più volte e ogni conversazione sarebbe stata registrata e trascritta diligentemente dagli agenti dell’FBI, i quali l’hanno passata ai colleghi italiani dei servizi e questi… Alcuni brani delle conversazioni finiscono sulle pagine del periodico Avvenimenti.

Le certezze di Buscetta sulla Commissione provinciale scompaiono, il panorama di complicità che Buscetta delinea è ben più preoccupante. Il 4 aprile 1992, egli avrebbe parlato con toni quasi accorati a Falcone. «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici. Tutto ciò non ha alcun rapporto con la criminalità. Sono solo operazioni che servono a coprire scandali del passato remoto e di quello più recente. La ragnatela delle complicità criminali, che copre il mondo industriale, ha creato rapporti internazionali più saldi di quelli del mondo politico ufficiai e. Coloro che manovrano gli utili di Cosa Nostra non sono più i personaggi improvvisati, finanzieri d’assalto come i Sindona o i Calvi, ma gruppi altamente specializzati nel valutare gli andamenti dei vari mercati finanziari internazionali. I vecchi capi di Cosa Nostra sono destinati a sparire. Attualmente vengono usati come un braccio armato clandestino che serve per sistemare e risolvere questioni che potrebbero pregiudicare l’attuale strategia dell’organizzazione… (omissis). Oppure agiscono direttamente per rendere favori alla vecchia classe politica complice. Vedi morte di Lima. Le assicuro che il mondo politico e industriale è perfettamente a conoscenza di questa evoluzione di Cosa Nostra e sempre più spesso preferisce rivolgersi a Cosa Nostra per la ricerca dei capitali necessari allo sviluppo delle proprie imprese. Attualmente il bilancio di Cosa Nostra è talmente in attivo che potrebbe sanare, senza difficoltà, il deficit delle economie ufficiali. Il marco tedesco sale a causa degli investimenti di Cosa Nostra nelle banche dell’ex Germania Est, la finanza ungherese dipende da Cosa Nostra. Bisogna prendere atto che Cosa Nostra non lotta più per una legittimazione ufficiale del proprio potere. In Colombia, a Panama, in Italia, nei paesi dell’Est dopo il crollo del comunismo tutto è possibile».

I verbali contengono degli omissis, alcuni nomi sono stati cancellati in modo rudimentale, con un pennarello. Tutto lascia presumere che il lavoro sia stato fatto da una talpa «solitaria», qualcuno che abbia sottratto le carte riservate dell’FBI per renderle pubbliche. Ma ciò che si lascia credere non è necessariamente la verità; tutt’altro. Non è escluso che si tratti di documenti falsi. Se così non fosse, dovrei supporre che i verbali siano stati consegnati alla stampa, quella che non avrebbe esitato a pubblicarli. L’ordinanza della magistratura non fa cenno ad essi. Essa utilizza le notizie di Buscetta su fatti avvenuti 14 anni or sono, non può omettere una frase come questa: «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici». L’omissione non lascia scelta: i documenti sono falsi. Tuttavia non voglio addebitare il sospetto ai verbali. Scelgo la disinformazione, consapevolmente. Male che vada, condurrà alle ragioni del depistaggio.

Facciamo l’ennesimo flash back, la vigilia dell’attentato di Capaci. Falcone ascolta Buscetta: i nomi che fa, i fatti che ipotizza, accumulando informazioni di straordinario interesse. E’ il mese di aprile, sono i giorni in cui la magistratura milanese cerca invano di conoscere i titolari dei conti svizzeri: tangenti e denaro «sporco» coabitano nello stesso conto?

Falcone si tenne per sé i nomi fatti da Buscetta o li riferì ai magistrati? Borsellino potrebbe essere uno di coloro che seppero. Le indagini dei giudici italiani inseguivano il crimine in Sud America, nel Nord Europa, nell’ex URSS. La talpa consegna i documenti falsi ad Avvenimenti negli stessi giorni in cui Vito Ciancimino chiede pubblicamente alla Commissione antimafia di essere ascoltato. Fa sapere di avere idee precise sul delitto Lima: «Chiunque poteva ucciderlo perché non si guardava», afferma, «ma la decisione di uccidere non poteva essere presa da chiunque. Il delitto è di quelli che vanno oltre le persone delle vittime e puntano in alto. Un avvertimento, come si suol dire. Forse si sono serviti della manovalanza siciliana anche per Capaci e via D’Amelio, ma la testa non è in Sicilia; se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe, pochi possono permettersi queste azioni militari».

Le ipotesi di Ciancimino sono analoghe a quelle attribuite a Buscetta nei verbali trascritti dall’FBI. Una coincidenza? Ciancimino traduce il messaggio del crimine: «un avvertimento». Anche Amendolito la pensa allo stesso modo. La questione vera è la sentenza della Cassazione, o questa è solo un alibi, uno strumento capace di motivare le cosche, di farne il braccio armato di un disegno più vasto, pensato altrove?

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 2 marzo 2010

Advertisements