Le stragi di Capaci e Via D’Amelio. La verità che nessuno ha mai voluto trovare

Domenica 12 dicembre 1993 partecipai alla messa in suffragio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino presso la Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni. Il servizio funebre era stato richiesto dal capo dell’FBI, Louis Freeh, “un amico di Giovanni Falcone”. “Che viene a fare?” domandai ad una giovane collega, mentre attendevo Freeh nel loggiato del Palazzo. Ricevetti uno sguardo di commiserazione, che m’impedì d’insistere. C’era molta curiosità attorno all’evento. L’FBI non aveva buona fama, ma Freeh era un uomo nuovo. Ed i suoi agenti avevano dato una mano ai poliziotti italiani nelle indagini su Capaci. Grazie alle cicche di sigaretta lasciate imprudentemente sull’altura che dominava il ponte dell’autostrada, l’FBI aveva scoperto il DNA degli attentatori. Freeh veniva a raccogliere i frutti del successo e a rabberciare l’immagine piuttosto malconcia dei servizi americani, impegnati in passato in audaci scorribande Oltreoceano.

La splendida Cappella palatina era popolata di agenti, ufficiali, boy scout, e giovanotti dell’accademia di polizia. Vidi Freeh protetto da guardie del corpo e assediato da telecamere e microfoni. Si muoveva con disinvoltura, aveva la mascella quadrata e i capelli a spazzola dei marine. Ai lati del transetto, in cima ai gradini, si sistemarono le guardie del corpo. Uno degli agenti era accanto a me: bassissimo di statura, barba incolta, cappotto blue lunghissimo con il bavero alzato, occhiali da sole scuri. Sembrava uscito da un film di Francis Ford Coppola. Un altro agente, che aveva trovato posto sull’altro lato del transetto, era di bassa statura come il primo, vestiva in tweed grigio. Siculo-americani entrambi?

Freeh parlò dopo l’eucarestia. Raccontò le sue radici italiane, i tempi nuovi dell’Italia e degli Stati Uniti, la proficua cooperazione tra le polizie. Lanciò un grido di guerra contro la mafia con l’impeto di un pellerossa. Non riscaldò il mio cuore, ma dovetti ammettere che le sue erano parole nuove.

Il sacerdote ci avvertì che la messa era finita e potevamo andare in pace.

Sfogliai i giornali del mattino per sapere di più sulla visita del signor Freeh. Il “Corriere” ospitava lo stesso giorno, a pagina 10, un articolo sull’FBI, dedicato ai metodi dell’Agenzia investigativa americana: ricatti, congiure, trappole. Rodolfo Brancoli da New York riferiva alcuni sconcertanti episodi. Tra l’altro, il caso dell’ex sindaco nero di Washington, indotto a fumare crack in una camera d’albergo, davanti ad una telecamera nascosta, da una sua amica, ricattata dall’FBI.

Questo non m’impediva di credere nelle buone intenzioni di Freeh, ma impediva di considerare l’FBI il nume tutelare degli onesti cittadini italiani impegnati nell’impari guerra contro il crimine organizzato.

A fine dicembre, subito dopo Natale, la Procura della Repubblica di Caltanissetta concluse l’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio con la richiesta di rinvio a giudizio di quattro persone. Tre di essi erano in galera da mesi, il quarto da pochi giorni. “Cosa nostra ha agito per affermare il suo potere criminale e colpire gli apparati dello stato che si opponevano alla mafia”. Evidentemente la Procura, pensai, non ha voluto scoprire le carte. O non dispone di un movente spendibile? I personaggi accusati della strage di Via D’Amelio erano mezze tacche. A differenza di Capaci, Cosa nostra non aveva schierato le truppe migliori. Gli assassini appartenevano alla cosca di Santa Maria di Gesù. Perché loro? Dimostrazione di forza? Un sanguinoso messaggio – ci siamo anche noi – diretto a Totò Riina, ai corleonesi. Solo questo? Impossibile. C’era dell’altro. Che cosa?

“I risultati arrivano”, esordì Angelo. Indossava jeans logori, camicia a quadretti, cravatta a strisce blue e rosse, una giacca blue con un fazzoletto bene in mostra sul taschino.

“Tutto come l’ultima volta”, dissi con finta aria di rimprovero. “Anche i calzini verdi”.

Lui sollevò gli occhi, aggrottò le sopracciglia, e si lisciò i baffetti con un dito. Tirò fuori dalla tasca della giacca alcuni foglietti e li poggiò sulla scrivania. “Ecco quello che scrivono”, disse.

“Scrivono, chi?”

“La Procura di Caltanissetta, su Via D’Amelio…”, rispose con un atteggiamento supponente.

“Perdo colpi, vero?”, chiesi, facendomi umile.

“Salvatore Profeta è l’unico boss della compagnia”, cominciò Angelo con sicurezza. Lui è qualcuno alla Guadagna, ma l’altro, Vincenzo Scarantino, s’era occupato di piccoli traffici. Com’è che abbiano affidato a lui un incarico così delicato, non lo capisco!”

“E’ il cognato di Profeta”, gli ricordai.

“Esatto, ma questo non migliora il suo quoziente d’intelligenza. Per trovare un’auto, s’è rivolto a due balordi. Tossicodipendenti forse. Gente inaffidabile. Infatti, hanno parlato subito…”

Presi i fogli lasciati sul tavolo, e lessi ad alta voce un brano evidenziato con un pennarello verde: “Scarantino e Profeta si procurarono la disponibilità della 126 e la riempirono di una notevole carica di esplosivo collocandola dinanzi all’ingresso dello stabile di Via D’Amelio 19. Giuseppe Orofino procurò le targhe e i documenti di circolazione. Pietro Scotto effettuò interventi nei cavi e gli impianti telefonici allo scopo di intercettare e comunicare ai complici il contenuto delle telefonate effettuate dall’utenza della famiglia Fiore… La madre di Borsellino, vero?”

“Esatto…”

“…da cui si poteva ricavare la data e l’ora della presenza del dottor Borsellino in Via D’Amelio. Una semplicità sconcertante, non trovi? Borsellino era la vittima designata. Lo sapevano tutti. Eppure, è bastato che…”

“E’ stato facile. Troppo facile”, commentò Angelo.

“E i mandanti?”

“Cosa nostra”, disse, sillabando ogni lettera, come se volesse scolpirle nella mia mente.

“Quella di Nardo Messina? Cosa nostra golpista e in mano alle forze nuove? Oppure, i vendicativi corleonesi?”

“Cosa nostra”, ripetè, guardandosi attorno in modo plateale.Una circospezione ostentata, quasi che volesse recitare una parte. Stavo ancora in un set di Coppola?

“Si prepara dell’altro”, annunciò. “Forse stavolta usciranno dal recinto…”

Dieci giorni dopo, Angelo mi chiamò a telefono per informarmi che avevano arrestato un medico per l’assassinio di Ignazio Salvo.

“Gaetano Sangiorgi, genero del cugino Nino Salvo. Un elegante studio nella Palermo bene. Via Principe di Belmonte. E qualche disavventura giudiziaria…”, disse.

“Sangiorgi? Ricordo di avere letto qualcosa sul suo conto recentemente…”

“Un mese fa”, aggiunse immediatamente.

“La storia dell’ex Ministro della Giustizia Martelli… Cosa nostra l’avrebbe condannato a morte… ”

“Ora ricordo. Sangiorgi fu fermato dai carabinieri sull’Appia antica, nei pressi della villa di Martelli…”

“Il 4 dicembre 1992…”, precisò Angelo. Aveva una memoria di ferro.

“Era in taxi, in compagnia del cardiochirurgo Gaetano Azzolina”.

Perché si trovava da quelle parti?”

“In taxi, con il cardiochirurgo Azzolina vicino alla villa di Martelli? Può darsi che andassero a casa dell’ex Ministro”, risposi sorridendo.

“No, non andavano in casa di Martelli”, corresse Angelo. “Sangiorgi aveva ricevuto l’incarico di studiare i luoghi per preparare l’attentato…Azzolina, piuttosto, che ci faceva in quel taxi con Sangiorgi?

“Azzolina era reduce da una disavventura giudiziaria”, spiegai. “Il sostituto procuratore Di Pisa lo fece arrestare con l’accusa di avere lavorato per conto di due boss alcamesi. Una estorsione ad una clinica privata di Palermo…”

“Come andò a finire?”

“Azzolina fu prosciolto. Pulito. E Di Pisa sospeso dal servizio. Lo avevano accusato di essere l’autore delle lettere anonime del 1989, ricordi?”

“Ah, si…”, fece Angelo, battendosi la fronte con il palmo della mano.

“Sangiorgi, il sopralluogo per conto di Cosa nostra, il taxi. Non mi persuade”.

“Forse ti convincerà dopo avere ascoltato ciò che ha scoperto la polizia…Anzi, ciò che hanno raccontato i pentiti. Sangiorgi offrì ogni aiuto possibile agli uomini incaricati di uccidere Ignazio Salvo…”

“Il delitto avvenne nella villa di Casteldaccia…”

“La villa di Salvo. Poco lontano c’è la villa di Sangiorgi. Qui i killer si nascondono, qui hanno la loro base…”

“Come sono arrivati a Sangiorgi?”

“Intercettazioni telefoniche, pedinamenti, controlli assidui. Microspie in casa…Il pentito Gino La Barbera dice che Sangiorgi faceva avanti e indietro tra la sua villa e quella di Ignazio Salvo. Suo padre giura però che quella sera si trovava a Palermo. Anche per la gita in taxi sull’Appia antica c’è una ragione plausibile: Gaetano Sangiorgi aveva disturbi cardiaci e Azzolina lo stava curando”.

“I nomi degli assassini…”

“Nomi grossi. Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, e Giovanni Brusca, figlio del boss di Partinico, poi lo stesso pentito, Gino La Barbera…”

“Perché Sangiorgi avrebbe alla uccisione di Ignazio Salvo?”

“Contrasti d’interesse in famiglia. Aveva subito un torto. Avrebbe cercato vendetta”

“Il movente è sfuggente, debole…”

“Non ce n’è un altro”

“Perché Cosa nostra condannò Ignazio Salvo?”

“Era un uomo di Salvo Lima. Subì la sorte di Lima. Non seppe aggiustare i processi. Punito, come Lima…”

“…o come Andreotti”.

“Che cosa intendi dire?”

“…o si ammazza o si mettono in piazza le antiche amicizie. L’ex Presidente del Consiglio si trova nei guai, no? Perché? I pentiti parlano, raccontano, ricordano alcune cose ed altre no. Una cosa è certa: il gruppo politico italiano più potente è stato eliminato. Lima, Salvo… Uccisi. E gli altri? Sul banco degli imputati. Perché ammazzare Ignazio Salvo, si occupava di finanza? Che possibilità ha uno come lui, di aggiustare i processi, specie dopo la morte di Lima?”

“Un messaggio per il Presidente Andreotti. Se non intervieni, ammazziamo tutti i tuoi ex amici. Ma Andreotti dice di non avere mai incontrato Ignazio Salvo”.

“Forse non lo ricorda”.

“Forse”, rimarcò Angelo. “Dieci giorni prima dell’attentato di Capaci, La Barbera domandò a Gioè dove volessero arrivare i corleonesi. Stavano combattendo lo Stato? e che fine avrebbero fatto loro, i gregari? Avevano finito il lavoro sotto il cunicolo sull’autostrada. Gioè allargò le braccia. Il destino era segnato. Per loro, disse, non c’era alternativa: la condanna all’ergastolo, morire in un conflitto a fuoco, essere uccisi da Cosa nostra in caso di disobbedienza, o mettersi un laccio al collo. Gioè si impiccò in carcere”

Scosse il capo, dubbioso. “Non quadra…”, concluse.

“Le verità sono come un palazzo”, osservai. “Si costruiscono un piano dopo l’altro, ma ad ogni piano ce n’è una. E quelli che stanno in alto, possiedono la più credibile… Gioè e La Barbera conoscono la verità dei piani inferiori, Nardo Messina, quella dei piani intermedi. Solo che non sappiamo i nomi di quelli che abitano il piano più alto. E perciò dobbiamo accontentarci del movente di La Barbera, che poi è quello adombrato da Amendolito in un memoriale nel 1991. Ma Messina e alcuni boss della ‘ndrangheta dicono che la mafia si vuole fare Stato, vuole separare il Paese. La vecchia strategia golpista affidata nel Sud alla criminalità organizzata. Ma le indagini si fermano per ora alla ritorsione, alla rappresaglia terroristica per i processi che non vengono più aggiustati. La mia tesi è la seguente: gli obiettivi sono multipli, ad ogni livello, la sua verità. E il palazzo resta in piedi… ”

“Sangiorgi…”, interruppe Angelo, serrando le labbra, come se si preparasse ad una immane fatica. “Sangiorgi fu ascoltato dai magistrati nell’ambito dell’inchiesta su Andreotti. Raccontò che il suocero, Nino Salvo, parlava di Lima e della sua amicizia con Andreotti”

“Ecco, hai capito. L’eliminazione del vecchio regime! Sangiorgi aiuta Bagarella ad ammazzare il cugino del suocero ed aiuta l’autorità giudiziaria ad eliminare l’uomo più rappresentativo del vecchio regime. E’ esemplare, ma non è tutto. Ignazio Salvo è il depositario dei segreti più importanti. Un fiume di denaro è passato attraverso i conti delle esattorie. Sarebbe stato il luogo ideale per il riciclaggio in tempi non sospetti”.

Angelo annuì, pensieroso.”Può essere”, disse.

Incontrai l’avvocato Pietro Milio la sera di martedì 28 dicembre. Aveva un gran raffreddore, non si lamentò né degli starnuti né delle avversità che lo intristivano. Eravamo a pochi metri dal caminetto del ristorante e qualcuno proponeva le pietanze tradizionali della Sicilia. “…involtini di melanzane”, concluse il cameriere. Approvammo, con un sorriso compiaciuto.

Conversammo di tutto. Poi gli chiesi anche di Ignazio D’Antone. “Il fantasma dell’Addaura”, ricordai.

“Non l’unico”, mi corresse.

“Giusto, non l’unico”.

Milio assisteva D’Antone da alcuni mesi. Ed era soddisfatto dell’esito delle indagini.

“Perché ci sono voluti quattro anni?”

Tese le palme delle mani e alzò le braccia, sollevando gli occhi. “Omnia munda mundis” mormorò. E aggiunse, stavolta con tono grave: “La musica è cambiata. A Caltanissetta c’è la Boccassini”.

Gli riferii di avere studiato i documenti dell’inchiesta, e gli esternai dubbi e sospetti.

“Tumino ha calunniato D’Antone”, fece con aria severa. Il suo viso si contrasse. Stavolta era arrabbiato e non voleva nasconderlo.

“Molti hanno sottovalutato l’Addaura, ad essere benevoli”, replicai..

Annuì. Restammo a lungo in silenzio.

“Lo ricordo bene quel 21 giugno del 1989”, riprese. “Ero a Roma…”

“Che cosa ricordi?”, chiesi incuriosito.

Gli si leggeva negli occhi che aveva in serbo qualcosa d’importante. “Fui invitato a pranzo da Gianni De Gennaro, che era allora il dirigente dello SCO…”

“…e oggi è a capo della DIA”.

“Si, mi mandò una macchina con un suo uomo, mi pare fosse una Croma. A pranzo ci incontrammo in un ristorante ali’EUR”.

“Ti riferì quanto era accaduto all’Addaura?”

“L’Addaura fu liquidata in poche battute. Lui aveva testa solo per le lettere anonime”.

“Non era preoccupato per l’Addaura?”

“Parlammo solo delle lettere anonime. Lui era il responsabile della sorveglianza di Contorno. E gli anonimi addebitavano a lui…”

“Si, lo so. Sospettavano che avesse chiuso un occhio…”

“Partimmo insieme per Palermo. Prendemmo l’aereo delle 16,30 da Roma Fiumicino. Arrivammo in orario. Lui se ne andò per conto suo…”

“Si recò nell’ufficio di Giovanni Falcone. E incontrò il magistrato di turno Scaduto, che lo stesso pomeriggio sarebbe partito per Roma. Dovette essere un incontro rapidissimo”.

“Come hai avuto queste informazioni?”

“L’inchiesta della Procura di Caltanissetta su Tumino…”

“E Scaduto…”

“Commentò con Falcone e De Gennaro il ritrovamento dell’ordigno. Fecero delle ipotesi sui mandanti e sulle finalità. L’Addaura cadeva sotto la giurisdizione del mandamento dell’Arenella… ”

“Ricordo che Giovanni Falcone mi disse di sospettare del boss Fidanzati, capo mandamento dell’Arenella… ”

“Scaduto ha raccontato che in quell’incontro vennero avanzate alcune ipotesi, sull’attivazione del congegno a telecomando e a strappo. La seconda operazione, l’attivazione del congegno a strappo, poteva essere stata fatta dalle due persone che erano state viste avvicinarsi alla piattaforma il giorno precedente. Questo conferma che non è stato solo Tumino ad avere saputo dei due sub”

“Che cosa conti di fare?”

“E che potrei fare, se non studiare i documenti. Tu piuttosto…”

“Mi occuperò di Totuccio Contorno, del suo soggiorno siciliano nel 1989, dei suoi contatti in quei giorni”.

Raccontava il suo progetto con aria scanzonata. Ma era un vezzo, un modo per sottrarsi ad un esagerato interesse altrui. Una sorta di timidezza, di pudore, e non nascondimento.

“Nessuno si domanda”, ripresi, “perché si sia dovuto attendere quattro anni per sapere che Tumino aveva imbrogliato le carte, e per scoprire che Di Pisa fosse vittima di un indegno balletto di impronte inesistenti. E quel Mode in Swiss, che solo lui -Tumino – ha visto! Sembra un messaggio diretto a Giovanni Falcone. Chi tocca i forzieri svizzeri, muore”

La sera di venerdì 22 maggio 1992, Antonio Di Pietro, il sostituto impegnato contro la corruzione politica e il giudice antimafia si erano sentiti e telefono l’ultima volta. Proprio venerdì sera… Lessi per l’ennesima volta il brano dell’articolo pubblicato il 25 maggio dalla Repubblica, e provavo le stesse emozioni di sempre. La stessa rabbia… “// giorno prima c’era stata un’altra lunga telefonata di Falcone con il Procuratore capo Francesco Borrelli. Falcone stava mettendo a punto le rogatorie internazionali sui conti svizzeri dei politici e degli imprenditori sotto indagine, aveva fatto capire che aggiungendo qualche documento in più, rompendo un pò di più la riservatezza dell’indagine, si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore. Ma la tonnellata di tritolo…ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine”.

Perché l’ordine di uccidere arrivò a maggio? La risposta l’ha data Salvatore Cancemi, uno dei 18 boss che eseguirono la strage di Capaci.

“Riina ci disse che in alto era gradito”.

Sentivo di essere uscito dal labirinto delle ipotesi. Intravedevo finalmente un barlume di verità, l’astuto disegno criminale che stava dietro i delitti: contagiare di mafiosità l’Europa, spaventarla alla vigilia della sua unione. Ed eliminare nel contempo i depositari di pericolosi segreti, potenziali micidiali nemici, come Falcone e Borsellino. A ciascuno il suo movente, a ciascuno la sua parte nella strategia del crimine. L’operazione richiedeva il sacrificio della vecchia struttura di Cosa nostra. Perché si ricominciasse da capo, occorreva cancellare il passato. L’aggressione sarebbe avvenuta su più fronti: le tangenti, la mafia, le manovre contro la lira. Un attacco concentrico nei confronti di un Paese disarmato. Sarebbe bastato mettere le manette ai ladri e ai mafiosi di sempre. Un’operazione di pulizia. Politica, banche, istituzioni, servizi. Tutto. Un complotto? E quando mai, i corrotti finiscono in galera e i boss in manette. Finalmente.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 25 aprile 2010

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