Capaci, mozziconi di sigaretta incastrano il terzo uomo

PALERMO . Un telefonino cellulare e alcuni mozziconi di sigaretta potrebbero incastrare uno dei presunti componenti del commando di Cosa nostra che massacro’ il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. Il suo nome e’ Santo Di Matteo, detto “Mezzanasca” (che in dialetto siciliano vuol dire “Mezzo naso”), un picciotto della famiglia di Altofonte arrestato nei mesi scorsi in seguito alle rivelazioni di alcuni pentiti. E lui il terzo uomo che entra prepotentemente sulla scena della strage dopo Antonino Gioe’ , il boss di Altofonte suicidatosi giovedi’ scorso nel carcere romano di Rebibbia, e Giuseppe La Barbera, un altro esponente della cosca di Altofonte anche lui arrestato con il suo capo mentre preparava un “botto” al Palazzo di giustizia di Palermo. Sarebbe stato proprio La Barbera, nei sei minuti che precedettero l’ attentato, a parlare con Di Matteo attraverso un telefono cellulare. Il contenuto della conversazione non e’ stato intercettato, ma dai tabulati della Sip e’ stato possibile accertare che essa si sarebbe svolta tra le 17,52 e le 17,58. Sino al momento esatto, cioe’ , dell’ esplosione. L’ ipotesi investigativa e’ che La Barbera possa avere “guidato” dall’ aeroporto di Punta Raisi gli artificieri appostati su una collinetta che domina il teatro della strage. Di Matteo, attraverso le indicazioni del compare, avrebbe dato invece l’ input finale con il radiocomando. Questa ricostruzione, sulla quale gli investigatori stanno ancora lavorando, potrebbe trovare una formidabile conferma dal test del DNA. I mafiosi di vedetta sull’ autostrada, nell’ attesa snervante dell’ “ora X”, fumarono infatti numerose sigarette. E quelle cicche rischiano adesso di diventare una prova schiacciante. Negli Stati Uniti gli esperti dell’ FBI sono riusciti infatti ad isolare dai mozziconi il codice genetico dei fumatori: se coincidesse con quello di Di Matteo il sospetto diventerebbe certezza. Arnaldo La Barbera, il funzionario che guida il pool di investigatori impegnati a tempo pieno nelle indagini sulle stragi mafiose, cerca di frenare i facili entusiasmi. “E’ una semplice ipotesi ancora tutta da verificare” ammette a denti stretti, senza nascondere pero’ la sua irritazione per la fuga di notizie. Ancora piu’ duro e’ il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Paolo Giordano, il quale dice senza mezzi termini: “Non resteremo inerti di fronte alla palese violazione del segreto d’ ufficio”. Tra i magistrati della direzione distrettuale antimafia nissena si respira anche un clima di stanchezza dovuto ai ritmi massacranti di lavoro: quattro sostituti, sui sette in organico, si stanno occupando delle inchieste sulle stragi e di altre indagini su esponenti mafiosi e della “stidda”. L’ organico e’ completato da altri tre giudici, mentre sono in arrivo altri due uditori giudiziari. Anche l’ ufficio del Gip, con due soli magistrati, risulta sguarnito. Insomma, l’ avamposto giudiziario della lotta a Cosa nostra rischia di dover ammainare bandiera.

Franco Nuccio per il Corriere della Sera del 4 agosto 1993

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