I mozziconi in Via D’Amelio

Guido Ruotolo, sulla Stampa di oggi, torna a parlare della strage di via D’Amelio con una storia più concreta delle molte cose che si sono confusamente dette in questi giorni di anniversari. Quella di una relazione della Criminalpol di Catania, ora nelle mani dalla Procura di Caltanissetta, che avrebbe potuto dare un contributo alle indagini sull’attentato che il 19 luglio 1992 uccise il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. E che invece fu archiviata. A 18 anni di distanza, nessuna verità processuale ha stabilito ancora chi e da dove ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba.
Ruotolo presenta i due uomini della Criminalpol di Catania, Ravidà e Arena – “arrivati come tanti altri poliziotti da altre sedi per aiutare i colleghi palermitani nelle indagini” – che la mattina del 20 luglio si trovarono di fronte alla scena dell’attentato.

La scena l’hanno raccontata ai magistrati di Caltanissetta che li hanno interrogati. È come se avessero consegnato un video, tanto il racconto è apparso vivido. Immaginate i due in via D’Amelio. D’istinto hanno cominciato ad alzare gli occhi al cielo per capire da dove quel maledetto carnefice avesse premuto il pulsante dell’autobomba. Una panoramica a 360° e gli sguardi si fermano su quel palazzo marrone che ancora era un cantiere. Non si poteva accedere da via D’Amelio, era dietro il garage Galatolo, accanto a quell’altro palazzone grigio. Ma a differenza del primo, non era ancora ultimato. Di chi è quel palazzo? I due «sbirri» sono curiosi, vanno lì, salgono le scale, fanno domande. Incontrano i costruttori, i Graziano, si fanno consegnare i numeri dei loro cellulari. Guardano in giro, salgono all’attico ancora non ultimato: un vetro blindato, cicche di sigarette, una siepe di pini. Tornano in questura, scrivono la loro relazione di servizio che lasciano ai colleghi della Mobile.

Da quelle cicche lasciate lì per terra, spiega Ruotolo, si poteva risalire al Dna dei killer di Borsellino. Ed è vero che il database della polizia non contiene tutti i Dna esistenti, ma conoscere quello di chi aveva premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba avrebbe certamente aiutato le indagini. Invece quella cartellina con la relazione dei due poliziotti e con dentro le foto dei mozziconi e del vetro blindato non arrivò mai ai magistrati che stavano conducendo le indagini. E quelle cicche non furono mai analizzate. Soltanto ora la Procura di Caltanissetta l’ha ritrovata, in mezzo ad altri fascicoli dell’”archivio Falcone e Borsellino”, che secondo il questore di Palermo rischia di diventare presto inservibile per le pessime condizioni in cui viene conservato.

E poi che errore madornale non aver sviluppato i tabulati telefonici dei cellulari dei costruttori Graziano – almeno «se è stato fatto i suoi risultati non sono arrivati sui nostri tavoli», conferma un pm che all’epoca indagava su via D’Amelio -, i prestanome dei Madonia. È facile intuire cosa avrebbe comportato la ricostruzione delle relazioni telefoniche dei Graziano con gli stragisti, per esempio. Gli inquirenti nisseni sospettano che potrebbero essere stati Fifetto Cannella, il fedelissimo dei fratelli Graviano, o lo stesso Giuseppe Graviano coloro i quali hanno premuto il pulsante. Nelle prossime settimane, la Procura di Caltanissetta darà il via a un accertamento tecnico risolutivo, per stabilire la postazione da dove è partito l’impulso dell’innesco dell’autobomba, e cioè il raggio d’azione del telecomando. Per escludere intanto il Castello Utveggio (che dista almeno 800 metri in linea d’aria da via D’Amelio). Quella relazione di servizio del 20 luglio del 1992 dei poliziotti Ravidà e Arena rischia di diventare un simbolo. Una felice intuizione inspiegabilmente abbandonata. Davvero ha ragione il procuratore Lari che parla di «colossali depistaggi». È una verità difficile da spiegare: gli stessi poliziotti che alla strage Capaci stanno lavorando per risalire ai colpevoli, quando si tratta di via D’Amelio commettono errori madornali.

Il Post del 23 luglio 2010

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