Attentato dell’Addaura, prologo delle stragi – Prima parte

“Ci sono le risposte” disse l’avvocato. Mentre mi consegnava la  verità, gli occhi tradivano il suo scetticismo. Lessi avidamente ogni cosa. E ad ogni pagina ebbi motivo di sorprendermi. Ebbi la certezza della pochezza degli apparati investigativi.

L’avvocato mi aveva affidato un pezzo di storia della Repubblica, forse senza rendersene conto. E questo pezzo di storia era stato scoperto da Ilda Boccassini e Fausto Cardella, magistrati della Direzione distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Dopo ben quattro anni, avevano riaperto l’inchiesta sull’attentato all’Addaura e fatto luce sull’episodio. I mandanti? quelli, non li avevano trovati, ma il passo avanti l’avevano fatto, eccome. L’attività investigativa aveva avrebbe permesso di avere elementi per riconoscerli e assicurarli alle patrie galere.

L’inchiesta si concludeva con il rinvio a giudizio del maresciallo dei carabinieri presso il Gruppo Carabinieri Palermo I, Francesco Tumino, l’artificiere chiamato all’Addaura il 21 giugno 1989 dopo la scoperta dell’ordigno esplosivo, “…in qualità di pubblico ufficiale”, scrivevano i magistrati, “redigeva senza data una relazione di servizio… poi trasmessa con missiva nr. 2787/7-1 di prot. del 4 agosto del Nucleo Operativo Carabinieri del Gruppo Palermo I a firma del Comandante Magg. Luigi Finelli…

Con tale relazione… attestava falsamente che due reperti recuperati dopo la disattivazione del congegno – per l’esattezza un potenziometro ed una parte del relè -erano stati prelevati da un individuo con baffi neri qualificatosi come appartenente alla Criminalpol di Roma,… Reato commesso nell’agosto 1989 e perpetratosi fino all’aprile 1993”.

“Tumino dichiarava falsamente… di avere appreso dagli Agenti della Polizia di Stato addetti al servizio di vigilanza presso la villa del dr. Falcone dell’avvistamento, verso le ore 6,45 – 7,00 del 21 giugno 1989, di un gommone con a bordo due persone che indossavano una muta subacquea le quali, dopo essersi avvicinate agli scogli, avrebbero giustificato la loro presenza sul posto qualificandosi come agenti di Polizia; circostanze queste che, una volta appurata la verità, hanno contribuito a depistare le indagini in corso sulla ricerca del movente e sulle responsabilità materiali del fallito attentato all’Addaura”.

Se fossero stati identificati i mandanti dell’Addaura, si sarebbero scoperti anche i mandanti di Capaci? Coloro che avevano ordinato, o suggerito, il massacro ai corleonesi. Il personaggio chiave dell’Addaura era un sottufficiale dei carabinieri, Tumino. Aveva depistato per conto di qualcuno. Chi?

Per rispondere occorreva sapere perché si trovava all’Addaura il 21 giugno 1989. Chi l’aveva voluto?

I verbali dell’inchiesta ricostruivano puntigliosamente la successione degli eventi di quel 21 giugno 1989. Alle 8,15 del mattino il dirigente dell’Ufficio Prevenzione della Questura di Palermo Claudio Montana, giunge all’Addaura. “Chiesi l’intervento di un artificiere”, racconta. “Arrivò l’agente Brancato del reparto mobile. Brancato richiese l’antisabotatore. Venne l’artificiere dell’esercito, che si dichiarò incompetente. Poi venne l’antisabotatore dei carabinieri…”

Quando arriva Tumino, il dirigente dell’Ufficio scorte Luigi Galvano si sente rinfrancato: “Sapevo che era una persona molto competente. Pur non essendo un esperto feci presente all’artificiere che qualora fosse stato possibile, si doveva fare in modo di non distruggere l’apparecchiatura ritrovata…Tumino disse che l’apparecchiatura era perfettamente funzionante, che non era esplosa perché si era bloccato il timer e che vi era il rischio che potesse esplodere da un momento all’altro… Il congegno poteva essere azionato a distanza… A suo giudizio era uguale a quello utilizzato per il dottor Chinnici… ”

Tumino sugli scogli trovò “due contenitori, uno metallico con chiusura a due fori, rispettivamente nei due lati opposti; ed un altro in plastica con coperchio di colore rosso ed un foro circolare sulla parte destra… Attraverso questo foro si intravedeva un leed acceso con luce di colore rosso che lampeggiava”.

Quel segnale gli indica la pericolosità dell’ordigno. Ciononostante, effettua una “operazione non prevista dalla nuova deontologia dell’intervento antisabotaggio”. Solleva il coperchio del contenitore in plastica. Un rischio altissimo. Perché lo corre? Per vedere che cosa nasconde il contenitore: “un apparecchio ricevente di onde elettromagnetiche di colore nero in collegamento elettrico con 3 pile di alimentazione avvolte con nastro isolante; un relè di piccole dimensioni elettricamente collegato; un congegno metallico di forma circolare, verosimilmente un potenziometro fungente da timer dal quale si inalberava una leva metallica a ‘T’; accanto ad essa un’altra leva in rame, presumibilmente fungente da fine corsa o da chiusura del circuito; il tutto collegato elettricamente ed ancorato ad una tavola di legno”.

Quando si rende conto della natura dell’ordigno Tumino colloca una capsula detonante sulla leva ‘T’ di chiusura, al fine di disarticolare il congegno primario, cioè il potenziometro che funge da timer. In questo modo ritiene di evitare anche “l’innesco per simpatia della vicina carica esplosiva collocata nel contenitore metallico”. Fa brillare l’ordigno. E commenta con Galvano: “Meno male che ho usato una microcarica, perché rischiavamo altrimenti di saltare tutti in aria”.

Dopo la deflagrazione riscende sulla piattaforma dove sono stati collocati i contenitori allo scopo di rimettere insieme quanto è rimasto, ma non ha il tempo di recuperare le parti dei congegni poiché sul luogo si riversa una moltitudine di persone. Trascorsi appena quattro minuti dall’esplosione, è avvicinato dai funzionari di Polizia e invitato a raccontare tutto al magistrato di turno, giunto all’Addaura: in particolare il contenuto del “borsone” e quanto è stato recuperato dopo l’esplosione.

“A questo punto”, scrive Tumino nel suo rapporto, “cercando di prendere parte del materiale mi girai attorno e notai una persona distinta con baffi neri che dopo avere recuperato da terra del materiale si accingeva ad allontanarsi. Chiesi che cosa stesse facendo. E questi rispose: appartengo alla Criminalpol di Roma. Questo materiale lo prendiamo noi”.

Non v’erano dubbi, dunque: l’esplosione dell’ordigno ed il successivo “recupero” di un fantomatico personaggio della Criminalpol avrebbero tolto di mezzo ogni indizio o prova che potesse portare agli autori dell’attentato.

Il 20 settembre, interrogato dai magistrati nisseni – il Procuratore Celesti ed il sostituto Sferlazza – Tumino aggiunge alcuni particolari. Dopo avere aperto il borsone e il contenitore di plastica, poco prima di collocare la microcarica, invitò un agente della scientifica a fotografare l’ordigno prima della brillatura “nel tempo di sei secondi”.

“Scattò le foto e si allontanò precipitosamente in mia compagnia”, continua Tumino, “Il giorno successivo ho telefonato al gabinetto della Polizia Scientifica per avere notizie delle foto ma ho avuto una risposta negativa perché mi si disse che tutte le fotografie erano in possesso della Criminalpol…Mi ero anche recato in questura precedentemente ma nessuno aveva saputo dirmi niente… Il tizio con i baffi? Lo vidi allontanarsi mentre aveva in mano la leva a ‘T’, il cosiddetto alberello”.

Perché la relazione comdegnata all’ufficio competente non indicava alcuna data? Disarmante la risposta. “L’ho scritta il 5 agosto 1989. Più precisamente fin dal 29 giugno ho redatto la relazione sul mio intervento e sulle caratteristiche del congegno. Ho parlato con il mio superiore, il maggiore Finelli. Mi disse di attendere perché sarei stato chiamato da chi conduceva le indagini. Nessuno mi cercò. Il 4 agosto sono stato invitato dai miei superiori a presentare la relazione”.

Scomparsi i reperti, introvabili le foto scattate prima dell’esplosione dell’ordigno: Mi hanno nascosto tutto. Perché l’avrebbero fatto? Tumino non lo dice. A dargli credito, così sembra di capire, sarebbe stato ragirato o qualcosa di simile, comunque messo all’oscuro di tutto, utilizzato e messo da parte.

Il sostituto procuratore di turno quel 21 giugno era Gioacchino Scaduto. Quando arriva all’Addaura, Tumino ha fatto esplodere il congegno. Alle 13,00 o 13,30, quindi. Ben sei – sette ore dopo il ritrovamento del borsone imbottito di esplosivo.

“Tumino mi parlò di un congegno a strappo e di un altro a telecomando” racconta Scaduto. “I reperti furono consegnati al personale della Squadra Mobile di Palermo…Tumino disse di avere saputo dal personale addetto al servizio di sorveglianza alla villa che il giorno precedente era stato avvistato un gommone da cui erano scesi due ragazzi. Approdati alla piattaforma si erano tolti la muta… Sono certo che questo particolare mi fu riferito anche da altri presenti che in questo momento non ricordo chi siano…”

Se Scaduto ebbe notizia del gommone e dei sub da altri, il depistaggio non fu solo opera dell’artificiere.

“Di pomeriggio mi incontrai con il collega Falcone e il dottor Gianni De Gennaro nell’ufficio del dottor Falcone”, prosegue Scaduto. “Si fece l’ipotesi che era stato attivato il congegno a telecomando, dopodiché per ragioni non ancora chiare, qualcuno – presumibilmente le due persone viste avvicinarsi alla piattaforma il giorno precedente – aveva attivato il comando a strappo”.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 14 marzo 2010

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