Attentato all’Addaura, prologo delle stragi – Seconda parte

L’Addaura resta un mistero fitto. Mi tuffo nei verbali e cerco di capirci qualcosa. Giovedì 8 aprile 1993, il  maresciallo dei carabinieri Francesco Tumino (l’artificiere chiamato all’Addaura il 21 giugno 1989 dopo la scoperta dell’ordigno esplosivo), si presenta spontaneamente negli Uffici della Procura di Palermo: deve depositare la videocassetta di una perizia. Invece del cancelliere trova tre magistrati ad attenderlo. La loro preveggènza è ben ripagata. Nella memoria di Tumino si accende infatti una lampada, che illumina alcuni particolari sull’attentato dell’Addaura. “Sento il bisogno di riferire su circostanze estremamente importanti per lo sviluppo delle indagini”, esordisce. “Venti giorni addietro”, racconta, “mi trovavo a casa e stavo assistendo alla trasmissione televisiva Mixer, nel corso della quale si commentava la notizia di un avviso di garanzia spedito a tale dottor D’Antone nell’ambito delle indagini che avevano condotto all’arresto del dottor Contrada. Nel momento in cui in televisione è apparsa l’immagine del dottor D’Antone ho subito riconosciuto in lui la persona che all’epoca dell’attentato fallito all’Addaura si era impossessato di una parte del congegno d’innesco dell’ordigno sistemato all’interno della borsa da sub…”

D’Antone è un funzionario del SISDE.

Il tempo non ha cancellato i ricordi, li ha resi più nitidi…

“Alle 7,45 del 19 giugno…”, comincia Tumino.

La data è errata. Un refuso?

“…sono stato messo in allarme dalla centrale operativa dei carabinieri. Mi chiama il dottor Galvano della Sezione Scorte per informarmi che nei pressi della villa di Falcone c’è un problema, senza precisare altro. Il mio comando non mi dà alcun ordine, così resto in caserma in attesa di disposizioni. Alle 8,30, 9,30 e 10,30 ho chiamato la centrale per sapere sul da farsi. Ogni volta mi è stato risposto che del problema si sarebbe occupata la Polizia, poi la Finanza, l’Esercito. Infine alle 11,30 mi è stato ordinato di avviarmi per intervenire dopo avere indossato la divisa…”

La nuova deposizione contiene dettagli e circostanze non riferite nella relazione di servizio. “La borsa con l’esplosivo è semichiusa. Dalla fessura lasciata aperta si intravede un grosso contenitore metallico…”

Accanto al contenitore metallico c’è una cassetta in plastica con coperchio rosso dal quale fuoriesce il leed rosso. Attraverso il coperchio rosso si diramano una serie di fili, due dei quali sono impigliati nei manici del borsone, mentre un terzo filo percorre lo spazio del borsone e si collega ad un piccolo congegno metallico di alluminio che si inalbera sopra un altro congegno a T’. Il congegno a trappola potrebbe fare esplodere la carica ove qualcuno avesse rimosso la borsa dai manici o avesse tentato di aprire la cerniera.

Tumino prende il “Tester” in dotazione, saggia la continuità dell’energia presente nel circuito, ottenendo un risultato positivo. Ma è impossibile per lui operare direttamente sul circuito; così sistema la microcarica sull’angolo destro del borsone, quello aperto, adagiandolo sulla leva a T che si trova in posizione di fine corsa. Dopo l’esplosione scende sulla piazzola a recuperare i congegni.

Scende? Forse ha solo l’intenzione di scendere, perché invece si ferma a conversare con il magistrato di turno, il dottor Scaduto. In questo frangente si accorge che “una persona alta, ben vestita, con i baffi neri, si abbassa e raccoglie alcuni reperti che poco prima avevo depositato, dopo averli visionati sul vicino scoglio”.

“Questi li prendo io”, dice lo sconosciuto. “Sono della Criminalpol”. E porta via il potenziometro, che era della stessa marca del ricevitore d’impulsi…Di tipo particolare, di fabbricazione svizzera, non esistente in commercio in Italia…

“Quando ho provato a ricostruire il congegno a scopo didattico non ho potuto acquistarlo e ho adattato un potenziometro ricavato da un aeromodello, l’effetto è risultato analogo, ma quello di fabbricazione svizzera è sicuramente più sensibile e preciso…Il borsone contenente l’esplosivo avrebbe dovuto essere attivato mediante il collegamento con i congegni, un’operazione che comporta un’ora di tempo. Almeno per i congegni a trappola collegati con i manici e con la cerniera della borsa. Quanto al radiocomando, l’innesco può avvenire automaticamente grazie ad un temporizzatore guidato a distanza, oppure manualmente spostando l’interruttore… Quando sono intervenuto, l’ago era vicino al fine corsa, ma era fermo. Significa che il circuito radiocomandato non  si  apre  a  distanza.   E’   necessario   agire  direttamente sull’interruttore. Effettivamente l’interruttore era in posizione on ed il segnale luminoso acceso. Questo assicurava il collegamento del congegno telecomandato”.

Chi fu testimone dell’arrivo del gommone? e chi riferì a Tumino l’episodio?

“Ricordo soltanto il poliziotto che era in divisa, aveva capelli castano chiari, era alto 1,70, aveva un’età di 24 – 25 anni…Senza barba, né baffi, né occhiali… Ho appreso dai poliziotti la storia del gommone e dei due sub. L’avevano saputo dai colleghi del turno precedente. L’ora? 6,30 – 6,45. I due si liberarono delle mute, pinne e fucili. Furono invitati ad andarsene, ma mostrarono il tesserino di agenti di polizia e venne loro consentito di lasciare l’attrezzatura. Il borsone? Non faceva parte dell’attrezzatura, sarebbe stato già sul posto prima dell’arrivo dei sub”.

I pezzi del congegno, che fine avevano fatto?

“In parte trafugati, in parte finiti in mare, il resto è stato consegnato ad un addetto del gabinetto regionale di Polizia Scientifica”.

Fu fatto un verbale di consegna?

“No, nessun verbale”.

La precisione con cui l’artificiere individua il tipo di congegno adoperato, incuriosisce i magistrati. “Sia il potenziometro quanto il relè portavano la dicitura: Made in Swiss… Il relè era stato consegnato da me alla polizia scientifica… La scomparsa dei due pezzi non consente la fedele ricostruzione del congegno di innesco. E’ impossibile individuare le caratteristiche peculiari del montaggio, non permette comparazioni con analoghi congegni radiocomandati adoperati in passato… ”

Se l’inchiesta si fosse conclusa qui, i fatti sarebbero andati più o meno in questo modo: alcuni poliziotti depongono il congegno esplosivo, un funzionario della Criminalpol fa sparire le tracce dell’esplosivo. I due sub si presentano, esibiscono il tesserino di riconoscimento, depongono l’ordigno, stringono le mani ai colleghi e se ne vanno. Risibile.

Tumino sospettava i poliziotti. E i poliziotti? Sospettavano di lui.

Secondo questi ultimi, infatti, Tumino ha raccontato bugie e sopratutto ha fatto saltare il congegno senza che ce ne fosse bisogno. Diffidenza prevedibile, lascia intuire Tumino. E ricorda ai magistrati di essere l’unico carabiniere presente all’Addaura. Fisiologica, fastidiosa conflittualità?

Sette giorni dopo, – stavolta alla Procura di Caltanissetta – l’artificiere ripete di aver visto D’Antone trafugare potenziometro e relè, e che il congegno era di provenienza svizzera. Ma altri ricordi arricchiscono di nuovi dettagli la sua deposizione.

“Come ha fatto a riconoscere D’Antone?” gli chiedono.

“L’ho visto in televisione che era lui…, un lunedì di cui non ricordo la data esatta. Sono sicuro che la trasmissione è andata in onda alle 23 circa. Stavo per andare a letto ma decisi di guardare il programma. Mi persuasi che il dottor D’Antone era la persona che avevo visto all’Addaura… ”

“Lei è sicuro?”

“Si, all’80-90 per cento”.

“C’era qualcuno accanto a lei, quando vide quella persona prelevare i reperti…?”

“Dopo l’esplosione, adagiai su un cordolo di sostegno i reperti recuperati. Ad un certo punto si avvicinò il signore che ho indicato…Era senza occhiali e vestiva con eleganza…Giacca, senza cravatta. C’erano 15-20 persone nel piazzale in quel momento. La sua presenza deve essere stata notata anche da altri… ”

“Quando vennero presi gli altri reperti, lei era presente?”

“Si…,vennero prelevati da un uomo ed una donna della polizia scientifica di Palermo. Richiesi un verbale di sequestro, facendo notare che altri reperti erano stati già presi da persone diverse… Mi dissero di non preoccuparmi. Nel pomeriggio, mi avrebbero convocato in Questura o sarebbero venuti da me. Nessuno però mi interrogò quel pomeriggio. La mattina dopo, agenti della Polizia Scientifica di Roma vennero in caserma a chiedermi una campionatura dei candelotti che avevo custodito, in attesa che il magistrato desse l’autorizzazione per la distruzione…Ricordai ancora una volta la necessità di redigere il verbale… ”

“I pezzi prelevati da D’Antone erano determinanti?”

“Secondo me, si. Il servocomando e il potenziometro scomparsi avrebbero consentito di risalire alla ditta dov’era stato acquistato il congegno… Aprii al massimo la borsa per consentire al fotografo di riprendere l’interno. Purtroppo le foto non sono a colori. Il puntino bianco che si vede nella scatola indicata, sulla foto, con la freccia rossa è il leed acceso. Aprendo la scatola, ho notato la scritta Made in Swiss…Secondo me, ingrandendo le foto si potrebbe leggere la dicitura e le altre annotazioni stampigliate, come la frequenza…Purtroppo non c’è alcuna foto che ritrae il relè e il potenziometro…”

“Anche i detonatori elettrici vennero prelevati dalla Polizia Scientifica?”

“Si, anche i detonatori… ”

“Chi c’era all’Addaura quando arrivò?”

“Quando arrivai, vi erano altri esperti…Non so se si trattava di esperti antisabotaggio come me…Ne sono sicuro solo per il maresciallo dell’esercito, che è in servizio alla Caserma Scianna di Palermo…Galvano mi disse che nessuno era riuscito a capire che cosa ci fosse nel borsone. La prima segnalazione mi giunse in caserma alle 8,00 circa. Solo verso le 11,30 ricevetti l’ordine di andare sul posto con il furgone. Il luogo mi sarebbe stato comunicato dalla centrale operativa in un secondo tempo. Mi misi in cammino ed all’altezza del mercato ortofrutticolo mi fu ordinato via radio di tornare in caserma per indossare la divisa senza ricevere alcuna spiegazione. Tornai indietro, indossai la mimetica e ripartii senza sapere dove andare. Insistetti via radio per ottenere le informazioni necessarie. Mi fu ordinato dal capo centrale di trovare una cabina telefonica. Solo alle 12 venni a conoscenza di dovermi recare presso la villa del dottor Falcone. L’ordine di indossare la divisa me lo dette il maggiore Finelli. Rimasi sorpreso, arrivando, di apprendere l’episodio dei due sub, che sarebbero stati lì il tempo necessario per svestirsi e poi allontanarsi. Cosa che realmente successe. M’interessava poco della muta, ma molto della borsa. Non riuscii a sapere da quanto tempo la borsa si trovasse sugli scogli. Anche due operatori della RAI hanno ripreso tutto il mio intervento. Sono scesi da una motovedetta della Polizia che ha attraccato nello specchio d’acqua antistante la scalinata…”

Altro abbaglio dell’artificiere. Gli operatori della RAI arrivarono con la loro auto all’Addaura. Chi riprese, allora, le fasi precedenti alla esplosione e la brillatura? Il dirigente della Criminalpol siciliana Vincenzo Speranza portò con sé un cineoperatore. “Giunsi all’Addaura alle 11,40 con il personale della Criminalpol, in particolare un cineoperatore. Lo pregai di riprendere la borsa e il suo contenuto prima che l’artificiere desse inizio alle operazioni di brillatura…”

Il cineoperatore era Antonio Gibiino in servizio alla Criminalpol? Interrogato dai magistrati, Gibiino afferma di essere intervenuto alle 12,30 – 13,00, quando “si era già proceduto alla brillatura del congegno. Infatti ho ripreso le scatole aperte a brevissima distanza”.

Aperte dopo l’esplosione? Allora rimasero integre. O si trattava della scatola aperta da Tumino, nel momento in cui sollevò – imprudentemente – il coperchio del contenitore prima della brillatura? Il cineoperatore, in questo caso si sarebbe avvicinato all’ordigno.

Perché il fotografo non avrebbe potuto fare altrettanto?

Le informazioni fin qui acquisite testimoniavano sicuramente gran confusione e alcune contraddizioni, ma lasciavano capire che Tumino da solo non avrebbe potuto né depistare, né ritardare di un solo giorno le indagini. Le sue contraddizioni erano, inoltre, facilmente individuabili. Comunque sia, non aveva portato via i reperti sopravvissuti all’esplosione dell’ordigno, ai ladri ed alla tremenda confusione. E allora chi li aveva portati via? La squadra mobile, secondo le testimonianze della polizia scientifica, all’Addaura non è molto presente. Due gli agenti, uno dei quali è il fotografo.

Gli esperti della Scientifica di Roma volano in aereo a Palermo, ma non si recano all’Addaura. Non spetterebbe a loro effettuare un minuzioso controllo dei luoghi, prelevare impronte, cercare indizi utili, prendere i reperti del congegno?

“Ritenni superfluo effettuare un sopralluogo all’Addaura”, spiega ai magistrati il dirigente romano della Scientifica Salvatore Montinaro. “Il collega La Barbera, capo della Mobile, mi riferì quanto era accaduto e mi mostrò i reperti recuperati, che si trovavano in custodia della Squadra Mobile. Ci venne mostrato il borsone dov’era stato trovato l’esplosivo, un pezzo di legno sopra il quale era stato collocato il congegno d’innesco elettronico… Data la presenza del ricevitore – tipico degli aerei da modellismo – poteva essere la parte ricevente di un congegno azionabile a distanza…Si sarebbe potuto separare l’esplosivo dal congegno, salvarlo ed avere, probabilmente più elementi per l’indagine e l’individuazione dei responsabili…Non sono un esperto di antisabotaggio, ma per quello che ho visto in tutti gli anni di servizio alla Scientifica, e dal momento che l’esplosivo era separato dal congegno, si poteva isolare l’esplosivo tagliando i reofori dei detonatori. L’antisabotatore parlò di una possibilità di innesco dell’ordigno anche a strappo e per tale motivo ritenne più prudente far brillare il tutto…Le mie stesse perplessità furono condivise da un collaboratore dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, Giovanni Iadevito, che ha lavorato alla Scientifica come esperto di balistica… ”

Tumino fece una valoutazione errata? Il funzionario di polizia Galvano, nel vedere l’artificiere all’Addaura si sente rinfrancato. E’ un uomo affidabile. E’ proprio l’affidabilità ad ingigantire i sospetti sul suo operato.

Perché Tumino coinvolge un dirigente della Criminalpol?

Una motovedetta della Guardia di Finanza con due sommozzatori inizia il lavoro di recupero di reperti in mare alle 15,15. I sub effettuano alcune immersioni. Con quali risultati? “Un detonatore, 4 batterie da 1,5 volt unite con nastro adesivo rosso e con le polarità saldate con filo elettrico, numerosi frammenti di tela azzurra, presumibilmente appartenenti ad una borsa da sub”.

Silvana Cerullo e Stanislao Schifani, i due agenti della Scientifica di Palermo, arrivano di buon’ora. “Allorché intervenne”, ricorda la Cerullo, “l’artificiere dei carabinieri andò subito ad ispezionare la borsa, che non era visibile dalle terrazze perché era collocata proprio sotto lo scoglio. Controllò se vi fossero fili collegati, aprì borsa e osservò il congegno; poi scattammo delle foto ad una certa distanza perché ci disse che il flash poteva provocare dei danni al congegno…Fummo invitati ad allontanarci perché lo avrebbe fatto brillare…Era funzionante, secondo lui…”

“L’artificiere riferì di avere notato la scritta Made in Swiss nell’aprire la scatola?”

“Non lo ricordo… Lo escluderei perché sia io quanto il mio collega abbiamo messo per iscritto tutto quello che ci veniva riferito dall’artificiere. Questo particolare non è contenuto nei nostri appunti”.

“Dopo avere scattato le foto, venne redatto un verbale di sequestro?”

“No, perché non eravamo competenti. Non fummo noi a ricevere i reperti. Portammo in ufficio soltanto il coperchio di una delle due scatole per potere effettuare ulteriori esami di laboratorio per la ricerca delle impronte. I reperti furono presi da personale della Squadra Mobile ma non so chi…”

“Vi era altro personale della Scientifica sul posto?”

“Non so se vi fossero agenti della Scientifica di Roma ma non lo escluderei…”

“L’artificiere vi raccontò di reperti presi da qualcuno?” “No, non ce ne parlò”.

Schifani ripete, sostanzialmente, la stessa versione. Il coperchio, precisa, fu consegnato prima dell’esplosione. “E su di esso non è stato rilevato alcun tipo di impronte”.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 20 marzo 2010

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