Falcone nel mirino : intrighi, buglie, mezze verità. I sospetti del giudice dopo l’Addaura

La sera del 21 giugno 1989, l’Alto Commissario per la lotta contro la mafia Domenico Sica indice una riunione presso la sede della Prefettura, a Villa Witaker. Lo scopo? “Conoscere il tipo di congegno ritrovato all’Addaura, ottenere possibili informazioni utili alle indagini sul fallito attentato”, spiegherà Sica al magistrato, il 10 maggio 1993.

“Chiesi più volte all’antisabotatore i motivi che l’avevano indotto a far brillare il congegno con una microcarica ma non ricordo le giustificazioni che addusse. Non posso escludere che abbia parlato di pericolo per l’incolumità dei presenti…Chiesi se era stata fatta la misurazione della carica delle pile per verificare se si erano già esaurite e mi fu risposto che questo accertamento non era stato fatto…”

“Alla riunione non partecipò Falcone. Per quale ragione?”

“Cercai di mettermi in contatto con Falcone nel corso della giornata. Volevo esprimergli la mia solidarietà, ma non riuscii a trovarlo…Non gli avrei chiesto di partecipare…Non ritenevo corretto invitarlo, lo avrei messo in imbarazzo…”

“Giunsero segnalazioni su probabili attentatori prima del 21 giugno?

“Non lo ricordo con esattezza…Si può saperlo attraverso la documentazione dell’Alto Commissariato, passata ora alla D.I.A. …I rapporti sul fenomeno mafioso in Sicilia venivano gestiti dal giudice Francesco Di Maggio. Non so dire se per l’attentato all’Addaura l’Alto Commissariato si attivò fornendo note informative o chiedendo intercettazioni preventive…Non ricordo se il Sismi o il Sisde abbiano fornito notizie…E’ stata fatta più di una informativa su attentati a magistrati con l’uso di esplosivi”.

La deposizione di Sica finiva qui. Un omissis dell’autorità giudiziaria impediva di leggere il resto. Che cosa nascondeva quell’omissis? Notizie su attentati con esplosivo, forse. Che altro?

“Nel corso della riunione presso la villa Witaker”, ricorda il maresciallo Tumino, l’antisabotatore, “riferii al Prefetto Sica che non era stato redatto il verbale…Gli feci presente che il relè ed il servocomando o potenziometro non erano stati esibiti…Avrei potuto spiegare meglio nel corso della riunione il contenuto del congegno…Precisai che erano stati da me trovati e poi prelevati in parte dalla persona che si era qualificata come appartenente alla Criminalpol di Roma e in parte da personale della Polizia Scientifica di Palermo…Ricordo perfettamente che il Prefetto rispose più o meno testualmente: è il frutto del mancato coordinamento…Parlava a bassa voce, rivolgendosi al Colonnello dei Carabinieri Mori lì presente…Anche a Mori ripetei le mie lamentele per la mancata consegna dei reperti…Avrei fatto capire che grazie ad essi si sarebbe risalito ai fabbricanti, circostanza questa fondamentale per l’individuazione del fallito attentato all’Addaura…Un particolare ricordo bene. Attorno al tavolo, a Villa Witaker, eravamo seduti in dodici. Sicuramente non era presente il giudice Falcone. La cosa mi stupì non poco e ne chiesi il motivo al Prefetto Sica e al Colonnello Mori. Mi fu risposto che il giudice era impegnato altrove con i suoi colleghi stranieri e che era stato regolarmente invitato”.

“Era Bruno Contrada, uno dei funzionari del Sisde presenti?”, domanda il magistrato.

“No, perché lo conosco. Ho visto la foto sui giornali dopo il suo arresto…”

“Fu fatto un verbale della riunione? O una registrazione?”

“Ho notato che non veniva verbalizzato nulla…Si parlò solo del ritrovamento della borsa, della ragione per la quale non fu vista da nessuno quando venne portata sul posto, e del suo contenuto… Tutti mi chiedevano se ero certo che quel congegno funzionasse. Ho detto più volte che l’ordigno era attivo e funzionante…Non dissi che il relè e il potenziometro erano stati presi da un agente della Criminalpol. Feci solo presente al dottor Montanaro e al dottor Egidi che il potenziometro non era stato recuperato… Montanaro non era d’accordo sulle modalità del mio intervento. Anche per questa ragione decisi di redigere una relazione…”

Falcone disertò la riunione a Villa Witaker. Un summit inutile. Sica non riuscì nemmeno a raggiungerlo telefonicamente e non potè parlargli. Nei giorni successivi Falcone manifestò più volte il sospetto che l’attentato fosse stato preparato con la complicità di qualcuno che gli stava vicino e conosceva pertanto i suoi movimenti. Fece delle indagini e si recò anche in Svizzera. Il 13 luglio 1989, ventidue giorni dopo il rinvenimento dell’esplosivo, esternò i suoi sospetti, e ipotizzò un movente al comitato antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura.

“L’attentato è stato effettuato sulla base di una precisa informazione proveniente da ambienti a me vicini”.

“Perché lo crede?”, gli chiede il Presidente del comitato, il giudice Marcello Maddalena.

“Mi trovavo nella villa da circa 20 giorni, ed in tale periodo mi ero recato al mare solo due volte, in orari diversi. La borsa fu posta il 20 giugno, tra le 11 e le 13, dietro uno scoglio davanti al quale si deve necessariamente passare per andare al mare. Il giorno prima, lunedì 19, avevo incontrato dei colleghi di lavoro di Lugano, e li avevo invitato a venire nella mia villa il giorno successivo per fare il bagno, dopo avere terminato il lavoro che doveva essere svolto la mattina. Alle 13 di martedì 20 la borsa con la bomba era al suo posto; prima delle 11 non c’era. Non potemmo però recarci a fare il bagno in mare solo perché si era fatto troppo tardi a causa del prolungarsi del lavoro…Sicuramente l’attentato avrebbe coinvolto i colleghi svizzeri con i quali avevo collaborato in importanti indagini…”

“Che tipo di indagini?”

“Di carattere essenzialmente finanziario, ed ancora in corso. Sono state condotte con successo in Svizzera ed in altri stati in collegamento con altri uffici giudiziari, tra cui Torino e Milano. Le indagini avevano già portato ad importanti risultati in ordine ai collegamenti tra mafia e prestanomi di uomini politici siciliani del passato, nonché a connivenze a livello istituzionale…”

“Che effetto avrebbe avuto l’attentato su quelle indagini?”

“Se fosse riuscito, disastroso. Si era raggiunta la piena collaborazione con le autorità svizzere…Siamo alla stretta finale per alcuni rilevantissimi processi -Ciancimino, Mattarella – e alla vigilia di importanti conclusioni in ordine alle indagini svizzere”.

“Che cosa altro può aver influito sulla decisione di attentare alla sua vita?”

“La mia nomina a procuratore aggiunto. Si sta tentando di delegittimarmi con una serie di scritti anonimi spediti ad autorità politiche, giudiziarie, a giornali. Questo tentativo presenta gravi risvolti. Ho ritenuto di dovere informare l’Alto Commissario dei miei sospetti. Questi ha fatto accertamenti con risultati, a suo giudizio, addirittura sconvolgenti, a causa dei quali è prevedibile che si produrranno lacerazioni nella magistratura palermitana…”

Due magistrati, Vito D’Ambrosio e Mario Almerighi, rivelarono il 16 dicembre 1993 ai giornalisti un episodio verificatosi subito dopo l’Addaura: una telefonata di Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, a Giovanni Falcone. “Giovanni si era molto meravigliato di questo velocissimo intervento congratulatorio di Andreotti dopo l’Addaura”, riferisce D’Ambrosio. Ricordò che nell’ambito della simbologia mafiosa il primo che spedisce la corona ai funerali dell’ucciso è il mandante dell’omicidio. Falcone cercava di ricostruire quello che c’era dietro il fallito attentato. Era molto preoccupato e quindi cercava di capire qual era il messaggio. Voleva capire chi fossero e perché, i suoi avversari; che cosa stava succedendo e perché da un’opposizione molto dura nei suoi confronti… gli “andreottiani fossero passati… Insomma perché c’era stato questo brusco salto di qualità… Quale? Quello dell’Addaura”.

La rivelazione del vecchio sospetto di Falcone sull’Addaura giunse insieme ad alcuni brani dei verbali d’interrogatorio di Marino Mannoia, pentito protetto negli USA. Il 21 novembre 1991 Falcone confidò a Mannoia che “molti suoi amici lo volevano morto perché era depositario di segreti riguardanti episodi di collusione con Cosa nostra”.

Falcone era Direttore degli Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Il titolare del Dicastero, Claudio Martelli, apparteneva ad un partito – il PSI – che, -secondo dichiarazioni fatte dallo stesso Mannoia a Falcone – era stato scelto da Cosa nostra nelle elezioni politiche del 1987. Martelli, candidato in Sicilia, sarebbe stato il beneficiario più importante di questa benevolenza mafiosa. Martelli ha vivacemente reagito a questa “calunnia”. Il governo, nel 1991, era presieduto da Giulio Andreotti, l’autore della telefonata che insospettì Falcone.

Chi erano gli amici che volevano morto Falcone?

Falcone suggerì come possibili moventi, le sue indagini in Svizzera, e come possibili esecutori uomini a lui molto vicini, nel corso dell’audizione presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Conversando con il sostituto procuratore Scaduto, il pomeriggio del 21 giugno, focalizzò la sua attenzione sui due sub con tesserino di poliziotto. Tornato in Svizzera, nei giorni successivi al fallito attentato, seguì una pista precisa, che portava ai servizi deviati. Confidatosi, infine, con i colleghi D’Ambrosio e Almerighi, avrebbe sospettato degli “andreottiani”. Seguiva anche questa pista? E se avesse deciso di giocare una terribile partita?

Il Colonnello dei Carabinieri Mori, Vice Comandante dei Ros, fu ascoltato il 29 aprile 1993. “Fin dal primo momento”, afferma Mori, “ho avuto la certezza che il collocamento dell’ordigno nel punto in cui è stato ritrovato fosse da interpretare come un atto intimidatorio nei confronti del dottor Falcone e non come un tentativo concreto di eliminarlo…Sono certo che se Cosa Nostra voleva eliminare il giudice Falcone avrebbe fatto in modo che ciò avvenisse con sicurezza e con pochissime possibilità di errore. Avrebbe potuto collocare l’ordigno nel punto in cui si poteva avere certezza dell’effetto. Quindi, se l’obiettivo era la villa dell’Addaura, l’organizzazione avrebbe utilizzato un quantitativo di esplosivo necessario a fare saltare tutta la villa o l’avrebbe posizionato in un luogo che offriva la certezza dell’eliminazione dell’obbiettivo “.

“Che cosa intende per intimidazione verso il giudice Falcone?”

“Quando parlo di intimidazione, intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra…Quando la mafia decide di colpire l’obbiettivo, lo fa senza mandare segnali…Conosco a fondo la mafia, ho lavorato per anni anche con il giudice Falcone. Sono certo che non si trattava di un attentato…Il giudice Falcone non era un abitudinario per cui, collocare una carica di esplosivo in un luogo ove per giorni poteva forse non scendere o fare il bagno, esponeva Cosa Nostra a rischi inutili e certamente non finalizzati alla concreta eliminazione dell’obbiettivo. Cosa Nostra sapeva perfettamente che Giovanni Falcone era scortato e che venivano effettuati dei controlli alla villa: lasciare un borsone all’aperto e vicino ad un scoglio sarebbe potuto passare inosservato un giorno ma non certamente per un congruo lasso di tempo…”

Intimidire Falcone, perché in preda alla paura smetta di indagare su qualcuno o su qualcosa? Assai improbabile, invero. In quei giorni a Palermo c’erano i giudici svizzeri e gli imputati del riciclaggio di denaro portato nelle banche svizzere.

“Non ritengo che Cosa Nostra abbia voluto deliberatamente dare un avvertimento a Falcone sperando che egli abbandonasse le indagini”, chiarisce Mori. “Quando parlo d’intimidazione intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra”.

Quali ambienti?

Mori non aggiunge altro.

Analizzai accuratamente le deposizioni, di Sica e Mori, rilessi ciò che aveva detto Tumino; ricordai gli esposti di Amendolito alla magistratura e le opinioni di Bruno Contrada sull’Addaura (“Non fu un attentato”). Tumino aveva visto un uomo della Criminalpol portare via i reperti, aveva scoperto che le fotografie erano in possesso della Criminalpol. Il bersaglio allora era la Criminalpol?

Chi occultò i reperti lavorava per conto dei mandanti dell’attentato. Secondo Amendolito, la messinscena sarebbe stata opera di Leonardo Greco, il boss che riciclava il denaro di Cosa nostra americana. Il movente? Dare ai giudici svizzeri la patente di persecutori della mafia, mentre invece. Ma si trattava di illazioni costate ad Amendolito il rinvio a giudizio per calunnia.

Chi era il burattinaio? O i burattinai?

Quando l’artificiere riconobbe lo sconosciuto che rubò i reperti, quattro anni dopo, sapeva di consegnare all’Autorità giudiziaria gli autori dell’attentato, non solo un ladro. E di fornire un indizio importante a chi sosteneva che alla strage Capaci avevano collaborato settori deviati dello Stato. Un alto funzionario del Sisde, Bruno Contrada, era stato, infatti, arrestato. La procura di Palermo sospettava che avesse aiutato Riina a sottrarsi alla cattura. Se D’Antone, passato al Sisde, avesse fatto sparire i reperti dell’Addaura, il cerchio si sarebbe chiuso. Ma lo cose non stavano così.

Premeditazione nell’indicare un bersaglio agli inquirenti? La  deposizione di Tumino sul riconoscimento, avvenne casualmente, quindi non è ipotizzabile: Tumino era andato al Palazzo di Giustizia per consegnare una videocassetta non il complice di un attentato fallito e, forse di una strage di Stato. Il riconoscimento fu dapprima spiegato con la occasionale visione di un programma televisivo che mostrava D’Antone, in un secondo tempo Tumino riferì di avere visto una fotografia, e di essere stato suggestionato da quella fotografia.

Le bugie di Tumino, se di bugie si fosse trattato,  avrebbero potuto facilmente essere smascherate. Se lo smascheramento fosse avvenuto per tempo, le tracce lasciate dai burattinai – ancora fresche – sarebbero state riconoscibili. Perché il mistero resistette tanto a lungo?

L’Addaura era il grande enigma davanti al quale lo stesso Falcone sembrò indugiare. Egli non mise mai nel conto l’ipotesi che si fosse trattato di un avvertimento. Doveva credere di essere scampato alla morte per permettersi di avere paura. Disegnai un enorme punto interrogativo sul fascicolo dell’inchiesta giudiziaria, accanto al titolo: fallito attentato all’Addaura. Nonostante le bugie e le mezze verità, l’avvertimento ai danni di Falcone era rimasto una missione di morte non riuscita.

I burattinai, considerai, avevano mosso accortamente le loro pedine, e avevano vinto la partita. Ma il clima era mutato. Un’indagine era un’indagine. Rifeci il percorso delle dichiarazioni  di Tumino. Pensavo che la loro sequenza permettesse di scoprire il disegno che avrebbero potuto nascondere. Nutrivo la speranza di discernere tra tante contradizioni piccole preziose verità.

Alle 8 del mattino Tumino è a conoscenza dell’ordigno ma non sa dove dovrà disinnescarlo. Il dirigente dell’Ufficio Scorte, Galvano, lo chiama a telefono. Che cosa gli riferisce? Poco o nulla. Nemmeno il luogo dell’attentato. Tumino resta in caserma. “Potevo muovermi solo per ordine dei miei superiori” si giustifica. Ed è vero. Ma per quale ragione l’ordine non gli viene dato per quasi quattro ore?

All’Addaura opera la Polizia. A ciascuno il suo, insomma. Ma è solo questo? L’ordigno inesploso potrebbe provocare una strage. Eppure rimane per circa sei o sette ore sulla piazzuola sotto gli scogli. Due (o tre?) artificieri, – un poliziotto, un sottufficiale dell’esercito – confessano di non essere capaci di disinnescarlo. Alle 11,30 Tumino riceve finalmente l’ordine di partire, ma non gli comunicano la destinazione. Si mette alla guida del furgone e riceve via radio le prime istruzioni. “Trovati un telefono”. Tumino ubbidisce. Cerca una cabina telefonica. Tumino ora sa dove recarsi. Ma riceve un nuovo ordine perentorio: “Torna indietro”.

“Per quale ragione?”

“Non hai la tuta mimetica”.

“La tuta mimetica?”

“Si, devi indossare la tuta mimetica”.

Tumino torna in caserma, indossa la tuta e riparte. Qual è la vera ragione del dietrofront? Credere al cambio d’abito mi pareva una enormità.Feci delle ipotesi. Può darsi che abbia ricevuto suggerimenti sulle modalità dell’intervento. Giusto per evitare guai. E’ possibile che i carabinieri abbiano avuto dei dubbi fin dall’inizio? Dubbi sulla natura dell’attentato. Quattro anni dopo Mori dirà di avere sempre creduto in un avvertimento.

L’artificiere arriva all’Addaura verso mezzogiorno, inizia il lavoro di disinnesco. Qualcuno suggerisce di non fare brillare l’ordigno, altrimenti si sarebbero persi gli indizi, ma lui è irremovibile.

“Troppo pericoloso”, spiega. Ma solleva il coperchio di uno dei due contenitori; si comporta come un dilettante. Il congegno può essere azionato con il telecomando a distanza, non solo a strappo. E il timer deve percorrere quindici minuti per raggiungere il fine corsa. In questo quarto d’ora gli attentatori possono decidere di fare saltare tutto, quando e come vogliono.

Il Questore di Palermo, Masone, interrogato dal sostituto procuratore Boccassini, confessa candidamente di non avere mai chiesto spiegazioni sul comportamento di Tumino. “Anzi”, ricorda, “mandai una lettera di elogio al colonnello Mori per l’intervento dell’antisabotatore”.

Non ebbe notizia dei rilievi mossi da Sica all’operato di Tumino? delle contestazioni dei funzionari romani della polizia scientifica? Nessuno gli riferì dei reperti scomparsi? e dello sconosciuto che si sarebbe impadronito dei reperti, spacciandosi come un uomo della Criminalpol?

Masone sapeva, perché partecipò alla riunione serale a Villa Witaker. “L’esposizione dell’antisabotatore mi parve logica e coerente, anche se non sono un esperto”, spiega ai magistrati. “Tumino non riferì del potenziometro e del servocomando scomparsi, né raccontò alcunché sulla persona qualificatasi come appartenente alla Criminalpol. Quando ne ebbi notizia dal dottor La Barbera della Squadra Mobile, che era stato informato della relazione redatta da Tumino, ordinai immediatamente indagini proprio sulla relazione dell’artificiere…Il procuratore Celesti, all’epoca reggente della Procura di Caltanissetta competente per i fatti dell’Addaura, non mi ha mai chiesto spiegazioni in merito alla relazione dell’artificiere. Di contro il mio ufficio ha svolto accurate indagini riferendo puntualmente alla magistratura”.

Rilessi le dichiarazioni di Sica e Montanaro, il funzionario della Scientifica, sulla riunione di Villa Witaker. Sica chiese se fosse stata compiuta una misurazione delle pile per verificare se erano esaurite. Montanaro sostenne che separando l’esplosivo dal congegno si sarebbe evitata la brillatura, salvando il congegno. Nonostante ciò, il questore si convinse che Tumino aveva lavorato bene, i rilievi a lui mossi erano sbagliati e l’artificiere meritava un encomio solenne.

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 26 marzo 2010

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