Falcone è stato tradito da personaggi insospettabili. Bugie, omissioni, depistaggi. Il prologo lugubre

Il 6 giugno a Caltanissetta i magistrati invitano Tumino, l’artificiere dell’Addaura, a nominare un difensore.

“Lei è un indagato…”, gli dicono.

“Ho intenzione di dire la verità”, esordisce Tumino. “Voglio spiegare i motivi del mio comportamento. Ciò che nell’immediatezza dei fatti mi ha indotto a riferire in una relazione circostanze non vere e a ribadirle poi davanti all’Autorità Giudiziaria…sono ancora convinto di avere agito bene”.

Sembra sicuro di sé.

“Ho agito bene sopratutto per la tutela dei presenti all’Addaura il giorno della scoperta dell’esplosivo, nel far brillare il congegno. Il timer era in funzione, il che voleva dire che una volta finita la corsa – quindici minuti circa – chiudeva il circuito e metteva in parallelo il radiocomando. Da quel momento qualsiasi interferenza avrebbe potuto fare esplodere l’ordigno…Dopo la brillatura ritornai immediatamente nella piazzuola, ma purtroppo non fui il solo…La prima cosa che feci fu quella di controllare la cassetta. Misi alla luce l’esplosivo, disattivai i detonatori che erano inseriti, poi iniziai la raccolta dei reperti. Entrai nel panico, anche a causa della moltitudine di presenti. Non riuscii a trovare il potenziometro. In quel momento pensai che qualcuno inavvertitamente potesse averlo fatto cadere in mare senza accorgersene.

“Avevo già riferito al magistrato, il dottor Scaduto, l’esistenza del potenziometro. Ebbi paura. Ritenni che sarebbe stata attribuita a me la scomparsa del reperto. Per questa ragione, mi inventai che una persona, qualificatisi come appartenente alla Criminalpol di Roma, lo avesse preso in consegna…Mi ha amareggiato apprendere che si ritenesse fasullo il congegno e che addirittura fosse stato il dottor Falcone a farselo collocare sotto casa…

“Ho dovuto ripetere la mia versione non vera. Avevo redatto la relazione e avevo paura delle conseguenze penali…Per avallare e rendere più credibile l’episodio dell’uomo con i baffi che aveva prelevato i due reperti, ho riferito che mi sembrava di riconoscere il dottor D’Antone… Non l’ho mai conosciuto, l’ho visto solo in una foto riportata forse sul Corriere della Sera. E’ probabile che abbia visto D’Antone in televisione. Forse al telegiornale, ma sinceramente non lo ricordo…”

“E il gommone, i due sub… ?”

“Ho fatto una enorme confusione. Ho lasciato intendere una circostanza diversa da quella riferita dai colleghi della Polizia. Ho chiesto da quanto tempo era stato ritrovato il borsone. Mi fu riferito che il ritrovamento era avvenuto la mattina. Qualcuno aggiunse che a portarlo erano state due persone a bordo di un gommone. Nella confusione ho capito male e ho pensato che i due individui del gommone fossero dei poliziotti… ”

Mercoledì 15 settembre Tumino si confida con il giornalista Tony Zermo in una intervista su “La Sicilia” di Catania. Mancano quattro giorni all’apertura del processo a suo carico in tribunale. “Il mio solo errore”, sostiene, “è stato di aver riconosciuto D’Antone. Dissi di avere visto uno alto con i baffi che prendeva il timer. Mi mostrarono una fotografia e dissi che era lui, mi sono fatto suggestionare… ”

Da chi?

Tumino non lo dice, ma pare di capire che a mostrargli la foto siano stati i magistrati di Palermo, quelli che aspettavano la videocassetta.

“In televisione”, chiarisce Tumino, “la mini-esplosione è stata esaltata dalle immagini. In realtà non poteva danneggiare il timer, tanto è vero che il ricevitore degli impulsi si è salvato, ed era la cosa più delicata… Il giudice Scaduto mi disse di prendere tutto e fare una relazione. Poi arrivarono i poliziotti della Scientifica – una ventina – presero il timer e mi dissero: Tu porta via l’esplosivo, noi il timer. Ma non dobbiamo fare un verbale? chiesi. E loro mi risposero che ci avrebbero pensato dopo a farmelo firmare. Non si sono più visti. Sono passati quattro anni, ci sono state due stragi e ancora aspetto quel verbale”.

“Ma i poliziotti che interesse avrebbero avuto a sostenere di non avere preso il timer?”, domanda Zermo.

“Non lo so, ci sono tante cose che non capisco in questa vicenda”.

“Ma che importanza può avere il timer?”

“La mafia non aveva mai usato il timer. Io non l’avevo mai visto. Tutti i radiocomandi disinnescati a Gela erano privi di timer. Si agiva manualmente: l’attentatore schiacciava il pulsantino, attivava il congegno e se ne andava. Questo dell’Addaura era un tipo di ordigno insolito. Non so perché, non voglio andare oltre”.

“La carica sarebbe stata attivata da una barca al largo?”

“Certamente, oppure da una casa vicina. La frequenza era bassissima, 27 … Più lontani di 500 metri gli attentatori non potevano essere”.

“Un congegno sofisticato… Falcone parlò di menti raffinate…”

“Non dico più niente… Se Falcone ha detto così può darsi che non si sia trattato solo di mafia”.

“Quei sessanta chili di gelatina che danno potevano fare?”

“Sessanta chili sono mezzo megatone, non è che si parla di noccioline. Nel raggio di 300 metri avrebbero distrutto tutto, compresa la villa di Falcone. Qualcuno ha detto che poteva trattarsi di un bluff. Ma quale bluff! era una carica micidiale come quella di via D’Amelio”.

I sub con il gommone, il cameraman RAI sceso dalla barca della polizia, Ignazio D’Antone, il Mode in Swiss stampigliato sui congegni? tutto falso, dunque.

II panico avrebbe stimolato la fantasia dell’artificiere, l’assenza di indagini avrebbe consentito alle sue bugie di rimanere in piedi. Paura, come spiegava Tumino? E allora, che cosa?

“Depistaggio”, secondo i magistrati.

A quale scopo? per conto di chi? Perché si sarebbe inventato episodi così risibili, come i due poliziotti-sub che arrivano all’Addaura, declinano le loro generalità e, probabilmente, depositano il borsone…La storiella dell’uomo dai baffi neri? Ci si può inventare una presenza quando si sta accanto ad una ventina di persone? E come è potuto accadere che questa favola resistesse per anni al lavoro d’indagine degli inquirenti? Fosse anzi ritenuta credibile al punto che a Tumino viene mostrata la foto di D’Antone, e ne rimane suggestionato…Suggestionato da che cosa? Dalla foto o dall’autorità di chi gliela mostra?
Le bugie scoperte in aprile del 1993, erano già note nel 1989? la relazione di Tumino era stata confermata dalle indagini della polizia? ed in questo caso, perché la Procura di Caltanisetta non assunse le iniziative conseguenti? Alcuni reperti – tra cui il detonatore, la cassetta metallica con l’esplosivo, le mute subacquee ed il borsone da sub – vennero presi in consegna dal personale della Squadra Mobile, dove poi sarebbe stato redatto il verbale di sequestro, che Tumino non vide mai. La Squadra mobile era l’unica ad avere gli strumenti per l’indagine.

Quali testimoni furono ascoltati? quali uomini furono identificati, fra i presenti all’Addaura? che cosa seppe nel 1989 la Procura di Caltanisetta? Le indagini – nel 1989 e nel 1993 – erano state affidate allo stesso funzionario di polizia, Arnaldo La Barbera. Nel 1989 La Barbera dirigeva la Squadra Mobile, nel 1993 i gruppi di indagine sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio, alle dipendenze della Procura distrettuale antimafia di Caltanissetta. Le bugie di Tumino erano state scoperte nel 1993 anche grazie al suo lavoro. Ne dovevo dedurre che avesse svolto gli stessi accertamenti nel 1989 e che fosse pervenuto alle medesime conclusioni. Non condivise dall’autorità giudiziaria? Era il nodo da sciogliere.

Cercai fra le carte dell’inchiesta e trovai un prezioso documento, datato 14 agosto 1989: una lettera della Squadra Mobile di Palermo; oggetto: patito attentato ai danni del G.I. dott. Falcone. Destinatario: Signor Procuratore della Repubblica di Caltanissetta. Il firmatario della lettera, Arnaldo La Barbera, trasmetteva la relazione di servizio del brigadiere dei carabinieri Francesco Tumino e smentiva punto per punto quanto esposto nel secondo foglio al paragrafo 4. E cioè: la presenza dell’uomo della Criminalpol e la scomparsa dei reperti. “Tutto privo di fondamento”, secondo La Barbera.

La Procura sapeva che Tumino aveva mentito. Ciò che avvenne dopo, non lo so. So che occorsero quattro anni perché fosse identificato il sottufficiale dell’Esercito Ferdinando Laganà, che precedette Tumino all’Addaura, ma non intervenne per “incompetenza”, rendendo indispensabile la presenza di Tumino.

I diabolici burattinai dell’Addaura avevano potuto contare su molte circostanze favorevoli. Troppe. Nonostante la doviziosa provvista di indizi che l’Addaura aveva consegnato, l’unico risultato concreto era costituito dalle rivelazioni dei boss pentiti di Cosa nostra. E le solite ipotesi: servizi deviati, ambienti diversi dalla mafia. Quali? Massoneria, mafia alta finanza, servizi deviati. Il poker d’assi, giocato con abilità al momento giusto per nascondere superficialità, incompetenza,  forse qualcosa di diverso.

E quella deviazione attribuita ai servizi? Aveva il compito di aggiustare capre e cavoli, di lasciare le cose come stavano. Deviazione provvidenziale. Sui binari delle buone intenzioni era consentito di deragliare, ma a patto che si potesse addebitare ai cattivi senza volto il deragliamento, la responsabilità di avere operato uno scambio falso.

Ciò che avevo appreso, non consentiva di entrare nell’intrigo, percorrerlo attraverso nomi, date, circostanze precise. I tasselli raccolti, pur importanti, non disegnavano qualcosa di riconoscibile; lasciavano intravedere i percorsi del un labirinto. Ogni uscita si rivelava un miraggio che obbligava a tornare sui propri passi. E’ vero, ne sapevo più di prima, ma mi sentivo lontano. Che cosa impediva di venire fuori dal labirinto? la pochezza dei mezzi? Gli intrighi interni alle polizie, i servizi, la magistratura?

Sospettai di tutto: perfino che venisse esercitato un controllo capillare sull’informazione…Non un Grande Fratello, né un Grande Vecchio, ma una egemonia esercitata con assiduità da chi dettava le regole, giorno dopo giorno. Quelle e non altre. Le trasgressioni andavano seppellite. Nel silenzio di un archivio, o nei cestini delle redazioni.

Perché si era atteso quattro anni per scoprire i depistaggi dell’Addaura? Fino a che punto Tumino era un bugiardo? Fino a che punto si erano serviti di lui? Le risposte non le avrei trovate nelle carte dell’inchiesta.

Ottenni informazioni piuttosto vaghe, ma utili perché provenivano dall’ambiente di lavoro di Tumino. Me lo dipinsero come una persona facilmente influenzabile, che dà ragione all’ultimo interlocutore. Non esclusi che ci fosse del vero in quel profilo, ma non potevo convenire sul fatto che le sue menzogne, poi ammesse, fossero provocate solo dalla debole personalità. Ha corso rischi. Perché decide di correrli?

Qualcosa non quadrava. Servivano fatti. Li ebbi. Costarono fatica. Ci volle pazienza e una prudente attesa. Dovetti impegnarmi a non rivelare le fonti.

“La svolta”, mi disse l’informatore, “avviene in gennaio 1993. Un passante nota uno strano involucro sul muro di cinta della Villa comunale di Tommaso Natale, alle porte di Palermo. Il passante intuisce che l’involucro nasconde dell’esplosivo…”

“Un drago, quel passante”.

“Sicuro, un drago…L’esplosivo si trovava nell’involucro, ma non avrebbe potuto provocare guai. Ma non è questo il punto. Chi viene chiamato per disinnescarlo? Tumino, l’artificiere dell’Addaura, il quale prepara un video sul ritrovamento di Tommaso Natale. E quando va a consegnarlo, trova alcuni magistrati che l’attendono…Lui si siede e si ricorda dell’Addaura. Avrei importanti rivelazioni da fare, dice. I magistrati ascoltano e verbalizzano. Tumino racconta la storia del programma televisivo che gli ha fatto riconoscere Ignazio D’Antone. E’ il giorno otto del mese di aprile. Quel programma televisivo al quale si riferisce Tumino non è stato ancora mandato in onda”.

“E allora…”

“Credo che Tumino l’abbia visto in anteprima e si sia persuaso che l’uomo con i baffi dell’Addaura era proprio D’Antone…”

“Sia stato persuaso…E’ influenzabile”.

“I carabinieri non c’entrano in questa storia”.

“Ne sono certo. Gli uomini del Sisde sono oggetto dell’attenzione della Dia. Ma la Dia è pulita…”

“La consegna del video è solo un buon motivo perché Tumino si rechi in Procura. Tutto legittimo, ineccepibile…”

“Tranne Tumino. Ignazio D’Antone all’Addaura non ci andò…”

“…E l’artificiere è finito nei guai. E’ stato sospeso dall’Arma dei Carabinieri, dopo la condanna… ”

“La condanna?”

“Si, sei mesi e venti giorni: falso ideologico e false dichiarazioni rese al pubblico ministero…”

“Molto mite…”

“E” frutto di un palleggiamento. Tumino ha riconosciuto di essersi sbagliato. Su D’Antone e la storia dei sub, e i magistrati hanno preferito non infierire”.

“In cambio di che cosa?”

“Il dibattimento avrebbe messo in piazza nomi importanti. Quelli che hanno manovrato Tumino… Non gli hanno fatio un favore. Hanno voluto salvare le indagini sull’Addaura. Indagini ancora in corso…”

“Tumino, però, è stato sospeso dall’Arma. Rischia la pensione…”

“So che è molto incazzato…”

“Dovrebbe parlare. Dire tutto, e subito…”

“Non riesco a capire. Tumino imbroglia le carte per quattro anni…”

“Gli e lo consentono…”

“Lascia perdere le illazioni. Sarebbero venute fuori le magagne. I tradimenti. Le talpe. I corvi… Avrebbero ripulito le fogne, e forse non avremmo subito le stragi. Impreparati, impotenti. Agnelli sacrificali…”

“Le lettere anonime del corvo partirono prima dell’avvertimento dell’Addaura”.

“Giusto. Il bersaglio è Gianni De Gennaro, allora capo dello S.C.O., il servizio di protezione dei pentiti…”

“De Gennaro sorveglia Contorno. Le lettere anonime attribuite falsamente al giudice Di Pisa vogliono scoperchiare la pentola. Nelle polizie c’è guerra. Nella magistratura c’è guerra. Tutti contro tutti…L’Addaura è una risposta alle lettere anonime? Falcone è stato tradito da personaggi insospettabili. Ma Di Pisa viene utilizzato come diversivo, per depistare dai veri autori delle lettere, altrimenti facilmente riconoscibili. Chi doveva capire, capì…”

“Moventi multipli?”

“Giusto. Moventi multipli, alleanze strane. Compagni di viaggio impensabili…”

Salvatore Parlagreco per Siciliainformazioni.com del 6 aprile 2010

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